Il buonsenso bipartisan
o una visione strategica per il Paese, l’Europa
e il ruolo che compete all’istruzione?
di Fiammetta Colapaoli – Presidente di Proteo Fare
Sapere Emilia Romagna
“Si dirà (del critico) che, senza dubbio, al suo
uopo basta la mente chiara o il buon senso, come si vede in tanti ottimi
giudizi dati da uomini assennati e tuttavia incapaci di sostenere una
discussione filosofica. Certamente il buon senso, in molti casi basta, ed è una
grande fortuna che sia così; ma che cosa è poi il buon senso, l’adozione di
giusti criteri, se non lo storico risultato del filosofare, le conclusioni
filosofiche fissate in sentenze e diventate premesse, non più discusse, del
giudizio?”
G.B.Croce
A che pro, visto che la scuola, e la società civile
si sono già manifestamente pronunciate contro ipotesi di riforma della scuola,
orientate a scardinare ciò che la Costituzione italiana garantisce ai cittadini
italiani?
Forse più delle dotte citazioni giovano i sani,
popolari proverbi, comprensibili ai più. “di buoni propositi - e di buonsenso,
aggiungo - sono lastricate le vie dell’inferno”.
Alla scuola italiana, agli studenti, non serve il
buonsenso, non servono le politiche bipartisan, ma una chiara e scientifica
analisi che consenta, rimanendo ancorati a quei principi costituzionali che
nessuno osa mettere in discussione, di affrontare la complessa realtà della
società della conoscenza e di consegnare, dunque, alle generazioni future un
sistema scolastico in grado di reggere la sfida dell’oggi e del domani.
E che al buon senso si siano affidati gli estensori
di quello che nulla ha del progetto, è chiaro fin dalla premessa e cioè dalle
motivazioni che hanno indotto un così eterogeneo gruppo di persone a lavorare,
non unitariamente - cosa che si comprende fin troppo bene e dal diverso uso del
lessico e dalle contraddizioni interne al documento- intorno ai temi di una
riforma, che tale non é.
In premessa si afferma che la scuola è stata
trasformata già profondamente dall’autonomia scolastica e dal Titolo V della
Costituzione, ma nulla si dice delle trasformazioni profonde di approccio alla
conoscenza che contrappongono alla mentalità consequenziale dell’insegnante, un
approccio simultaneo alla conoscenza dei giovani.
E’ questa la vera trasformazione con la quale
devono fare i conti tutti i giorni, studenti ed insegnanti.
E’ questa la vera trasformazione a cui non si è
saputo, finora, dare una risposta adeguata.
Certo trovare soluzioni non è
facile, perché si tratta di andare ad analizzare i differenti fondamenti
epistemologici della conoscenza e dunque dell’approccio alla realtà; se non si
parte da questa consapevolezza, necessariamente il mondo dei docenti è
destinato a rimanere separato da quello dei discenti. E vi può essere
apprendimento senza comunicazione?
Per giustificare, poi, la necessità del progetto
bipartisan si ricorre ancora una volta alla sfida europea e al ruolo
competitivo rispetto agli USA e alle altre grandi realtà mondiali- che
l’Europa deve giocare- perseguendo l’obiettivo che la UE si è posta a
Lisbona e Barcellona, ad essere la società della conoscenza più forte e
competitiva del mondo entro il 2010”.
Ovviamente affidarsi al
buonsenso non consente una riflessione strategica su quale Europa vogliamo
contribuire a costruire.
Ignorano i fautori del buonsenso che, a partire
dalla Costituzione europea, le idee in campo implicano posizioni assai distanti
tra loro.
Io sono tra coloro che auspicano che
l’articolo della Costituzione italiana
in cui si ripudia la guerra quale strumento per la risoluzione delle
controversie internazionali, sia inserito integralmente nella Costituzione
Europea.
Sono in molti ad auspicare che l’Europa sappia, a
partire dal ripudio della guerra, indicare la strada per una società solidale
che offre ogni strumento di inclusione ai propri cittadini, attuando,
parimenti, una politica estera non di potenza, ma di partnership per tutti i
Paesi del Terzo mondo, ove vivono miliardi di uomini umiliati e offesi.
Il termine società, più volte richiamato nel
documento buonsenso è vuoto se non accompagnato da aggettivi che ne sostanzino
la natura.
“ Come ottenere un consenso largo su obiettivi e
priorità, libero da pregiudiziali ideologiche?… Come impostare una proposta che
contenga i meccanismi della sua auto-correzione” se vi è un vizio
fondamentale che inficia ogni ragionamento?
La legge delega Moratti non può essere in alcun
modo un terreno di confronto per chi della società ha una visione che lungi dal
separare, vuole integrare.
L’integrazione dell’offerta formativa per aumentare
l’efficacia del sistema e ridurre la dispersione scolastica è possibile solo
laddove l’integrazione è una scelta strategica che riguarda in primo luogo i
cittadini.
La Legge delega n.53 è invece perfettamente
coerente con l’idea di società che il governo Berlusconi sta delineando con le
varie leggi delega, approvate e da approvare; un modello di società rigidamente
divisa tra coloro che hanno in mano le chiavi di accesso al potere e coloro a
cui non resta che tentare di sopravvivere tra precarietà e negazione di quei
diritti, fondamentali, per ogni società, che voglia dirsi civile.
Una politica del buonsenso per la scuola, intende
nascondere una realtà di fatto che è sotto gli occhi di tutti coloro che hanno
a cuore le sorti del Paese; settori della cosiddetta sinistra hanno ormai
abiurato a quelle politiche che si possono annoverare, non dico nel riformismo,
ma nel concetto stesso di democrazia e di giustizia sociale.
Questo è il nodo del dibattito politico oggi in
Italia e in Europa: quale sinistra, per quale tipo di società.
Se questo nodo ineludile non verrà sciolto, non è
solo la scuola a correre il rischio dell’inadeguatezza, ma la sinistra tutta e
con essa il Paese.
Chi abbia la pazienza certosina e una certa dose di
masochismo per continuare a leggere le digressioni dei fautori del buonsenso,
dovrà arrivare alla terza parte del documento per comprendere che, dietro
parole condivisibili quali la centralità dello studente, i percorsi
individualizzati, l’integrazione dei sistemi, l’apprendimento lungo tutto
l’arco della vita, si cela la volontà di scardinare dalle fondamenta la scuola
pubblica.
Per chi abbia invece iniziato ad intravedere una
possibile condivisione di alcuni principi enunciati e non abbia la pazienza di
andare avanti nella lettura, è opportuno, forse, riportare schematicamente
alcuni dei punti nodali delle scelte “strategiche del buonsenso”, per chiarire
fino in fondo che, il vero fine dell’operazione è la messa in discussione
totale degli art.3 e 33 della Costituzione.
SCARDINAMENTO N.1 GRIMALDELLO:
L’AUTONOMIA
L’autonomia finora è stata incompleta, “ ….il
punto determinante, una autonomia reale, efficace, in grado di cambiare davvero
il volto della scuola, non può non comprendere la gestione autonoma delle
risorse, umane ed economiche”
SCARDINAMENTO N.2 GRIMALDELLO:
LA PARITA’
Terminata la sperimentazione triennale della L.62
si dovrà dare: ”un effettivo diritto di scelta alle famiglie attraverso una
reale, anche se graduale, riduzione della disparità finanziaria.”
SCARDINAMENTO N.3 GRIMALDELLO:
L’AUTONOMIA FINANZIARIA
…”L’idea di fondo è semplice: si tratta di
attribuire a ciascuna scuola una dotazione finanziaria calcolata in base al n.
degli alunni, delle classi (….), che poi la scuola possa
gestire in modo responsabile”.
SCARDINAMENTO N.4 GRIMALDELLO:
SENZA ONERI PER LO STATO
“ Le scuole non statali devono essere
considerate come una risorsa per la riqualificazione e il rilancio dell’intero
sistema pubblico.
Per effettuare lo scardinamento
n.4 occorre rovesciare la formulazione della Costituzione
“senza oneri per lo Stato”- dal buonsenso al
raggiro- “ Dato che dall’obbligo dell’istruzione discende l’impegno dello
Stato a sostenere le spese per l’istruzione dei cittadini, finanziare la scuola
non statale potrebbe non essere un onere ma addirittura un risparmio, perché
ogni alunno che si iscrive a una scuola non statale consente alla Stato di
risparmiare la cifra che gli costerebbe se frequentasse una scuola sua”.
Sic!
Lo scardinamento finale prevede, ovviamente,
l’abolizione dell’obsoleto valore legale del titolo di studio.
Il documento buonsenso si chiude con le conclusioni, facendo nuovamente appello ai
grandi pensatori - le citazioni abbondano - ma non prima di aver affrontato le
questioni riguardanti gli insegnanti, la valutazione e gli apprendimenti. Un
solo stralcio per comprendere che non occorre andare oltre: “.. Gli insegnanti
sembrano essere come il Bertoldo della novella che, ottenuto il diritto di
scegliere l’albero a cui impiccarsi, salvò la vita e passò alla storia come un
gran furbo “.
Credo sinceramente che al dibattito su questo documento si sia dato fin troppo spazio, ben altro merita la scuola italiana.
E tuttavia, le dichiarazioni di D’Alema al convegno
in cui si è illustrato il lavoro del gruppo guidato da Campione, ”Un
centrosinistra che pensa di tornare al governo non può pensare di fare come la
Moratti, usare il metodo del punto e a capo. La scuola non può sopportare una
rivoluzione ogni cinque anni”, mi inducono ad auspicare che altre mille prese
di posizione contro la Legge delega n.53 e contro il buonsenso a poco prezzo
arrivino, circolino tra gli insegnanti, i genitori e, soprattutto, che i
politici della sinistra si esprimano in merito.
Letizia Moratti ha fatto punto a capo perché non
era soddisfatta, e con lei molti altri, delle mediazioni della L.62, e della
riforma dei cicli; la sua visione della società e della scuola non consente
mediazioni.
Un futuro governo di centrosinistra dovrà lavorare
molto per ridare dignità al lavoro, alla scuola, e ripristinare i diritti
inalienabili del cittadino.
Ma non si possono aspettare tempi migliori, occorre
fin da subito lavorare nelle scuole per
sancire, nella pratica, con una didattica
improntata al protagonismo degli studenti ed alla collaborazione, che le sfide
poste dalla società della conoscenza non comportano il superamento del ruolo
pubblico della scuola; solo così si può impedire che i germi nefasti della
divisione e del carrierismo si alimentino di linfa vitale.