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intervista
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ULRICH BECK Europa, la Carta scritta a
Baghdad L'intervento militare
contro l'Iraq è stato condotto in nome dell'Occidente e della
democrazia. Ma la democrazia non si può imporre con le armi.
Ora che Saddam Hussein è caduto, il vecchio continente può far
valere la sua vocazione cosmopolita e svolgere così un ruolo
importante nella crescita della democrazia a Baghdad. Il
dopoguerra nell'analisi del sociologo tedesco Marte e
Venere LA GUERRA contro l'Iraq ha cambiato il mondo. Ma per
contrastare l'unilateralismo degli Stati uniti e il modello
sociale, economico e politico incarnato dall'amministrazione
Bush bisogna puntare sulla «società civile globale» e sul
potere dei movimenti sociali di condizionare l'agenda politica
mondiale. Parla il sociologo Ulrich Beck BENEDETTO VECCHI Pendolare tra Monaco e Londra, Ulrich Beck ha
passato gli ultimi mesi lavorando a un suo libro - in corso di
traduzione anche in Italia dalla casa editrice torinese
Einaudi - sul potere che i movimenti sociali globali hanno nel
condizionare l'agenda politica mondiale. In un suo saggio
contenuto nel volume collettivo Global America: The
Cultural Consequences of Globalization (Liverpool
University Press) ne sottolinea la vocazione cosmopolita,
considerata la risposta e la preferibile soluzione ai problemi
posti dal modello sociale, economico e politico neoliberista.
Docente all'Università di Monaco e alla London School of
Economics, il sociologo tedesco è conosciuto per la sua
proposta di considerare le società industriali attuali come
Società del rischio (Carocci editore), nelle quali il
processo della «prima modernizzazione» ha dissolvo gran parte
delle istituzioni che garantivano la coesione sociale. Scritto
agli inizi degli anni Ottanta, La società del rischio
era stato fortemente influenzato dal movimento ambientalista
tedesco. Sicuramente, la concezione di Ulrich Beck sulla
«modernizzazione riflessiva» prendeva l'avvio dalla denunce
sui rischi sulla sopravvivenza della specie umana a causa del
degrado ambientale. Da qui, la convinzione che le società
capitalistiche stavano entrando in una nuova fase, quella di
uma maggiore attenzione sulle conseguenze delle azioni
intraprese da imprese, stati-nazioni, organismi
sovranazionali. Da allora, la riflessione di Beck ha toccato
il fenomeno della globalizzazione (Che cos'è la
globalizzazione, Carocci), la disoccupazione di massa
nelle società capitalistiche avanzate (Il lavoro nell'epoca
della fine del lavoro, Einaudi) e la libertà (I rischi
della libertà, il Mulino).
In Italia su invito del
dipartimento di sociologia della Terza Università di Roma, non
si sottrae alla domande sulle conseguenza della guerra contro
l'Iraq, il possibile ruolo dell'Europa e sul ruolo della
cosiddetta «società civile globale» nel «ridisegno del mondo»
dopo la caduta di Saddam Hussein.
Lei ha sostenuto
che uno dei tratti salienti della «seconda modernità» risiede
nella capacità degli attori sociali di mettere in campo
strategie e decisioni che abbiano già preventivamente
analizzato le possibili conseguenze delle loro azioni. In base
a questa griglia analitica, come valutare la guerra contro
l'Iraq: un effetto collaterale imprevisto? Una parentesi che
sarà al più presto chiusa da chi l'ha aperta?
Ne
La società del rischio ho sostenuto che non ci sono
linee di sviluppo certe e predefinite. L'essenza della società
del rischio è proprio l'imprevisto, il quale, a sua volta,
detemina una riflessività dei soggetti sulle proprie azioni e
comportamenti, proprio per attenuare gli effetti collaterali
delle loro azioni. Ho sostenuto - e sostengo tutt'ora - che
ciò è dovuto al dissolvimento dei dualismi che hanno
caratterizzato la prima modernizzazione. Come le coppie
analitiche società/cultura, io/l'altro, pace/guerra. Il
postmoderno ha festeggiato la crisi di questi dualismi, ma il
loro entusiasmo mi sembra poco adatto per comprendere il mondo
che abbiamo di fronte. In tutti gli ambiti sociali, assistiamo
a una faticosa e financo dolorosa ridefinizione dei confini
tra l'io e l'altro, tra natura e cultura. Tra pace e guerra.
In questo senso, una delle conseguenze della modernizzazione
riflessiva è l'emergere di una «politica dei confini». E una
guerra ridisegna sempre dei confini.
Tra tutti i
dualismi che si dissolvono, uno rimane però tale: quello che
riguarda i rapporti sociali di produzione, cioè il conflitto
tra capitale e forza-lavoro, che il movimento di critica alla
globalizzazione definisce il conflitto tra chi ha e chi non
ha: potere, soldi, voce. C'è poi il fondamentalismo religioso
in quanto soggetto politico. Anche ques'tultimo può essere
considerato la manifestazione del dualismo
io/l'altro?
Un piccolo azzardo: credo che il
neoliberismo sia da considerare un incidente di percorso della
modernizzazione riflessiva. Ha avuto una funzione che potremmo
dire «progressiva». Ha aperto cioè le finestre sul mondo. Ma
ha altresì aggravato alcuni problemi. Tutta l'enfasi sulla
necessità di abbattere le barriere che si frapponevano al
libero mercato, comprese quelle rappresentata dal sistema di
garanzie sociali che si è soliti chiamare welfare
state, ha comportato costi sociali elevatissimi. Penso
quindi che il cosmpolitismo rappresenti la soluzione ai
problemi globali del mondo. Il cosmopolitismo comporta infatti
mescolanze culturali, l'affermarsi di culture politiche non
identitarie, la consapevolezza che i problemi sono, appunto,
globali. In altre parole, il cosmopolitismo dà vita a un'idea
di società dove l'alterità rappresentata dall'altro è
considerata un fattore dinamico della società, non un pericolo
come invece ritengono molti fautori del
neoliberismo.
Diverso è il caso del fondamentalismo
religioso e della forme politica che può assumere, come è nel
caso del terrorismo transnazionale. Mi colpisce molto che la
più grande potenza militare del mondo e forse della storia,
gli Stati uniti, si senta minacciata dal fondamentalismo
religioso. Non credo che il terrorismo fondamentalista abbia
la capacità di distruggere gli Usa. Eppure nei discorsi
dell'amministrazione statunitense emerge l'ossessione per la
sicurezza nazionale, mentre neanche una parola è spesa sulla
spiegazione del fenomeno. A mio giudizio il fondamentalismo
religioso è la reazione, non di chi si oppone alla
globalizzazione, ma di chi ne è escluso. Si potrebbe dire che
anche in questo caso siamo di fronte al nodo politico della
ridefinizione dei confini tra chi è dentro e fuori la società
globale.
Il lessico politico è sempre più dominato
dal termine «Occidente», come se avesse il potere di
individuare una realtà univoca. La difesa dell'«Occidente» e
l'esportazione della democrazia occidentale sono stati gli
argomenti usati per giustificare la guerra contro l'Iraq. In
fondo anche il cosmopolitismo ha molto a che fare con la
retorica dell'occidente universalista. Lei che ne
pensa?
Sì, termini quali «democrazia» e «occidente»
sono stati usati per giusticare la guerra contro l'Iraq di
Saddam Hussein. E questo perché i due termini sono andati
sempre a braccetto. In fondo, «l'Occidente» coincideva con
l'idea di regimi politici democratici. Al di là della dubbia
storicità che è alla base di questa «visione» del mondo, credo
che l'imposizione della democrazia con la guerra è una vera e
propria contraddizione. Sono stato contrario all'intervento
militare statunitense e inglese in Iraq, ma va preso atto che
la guerra ha modificato la realtà, senza che questo significhi
sottolinearne la positività. Detto questo, ritengo che
possiamo guardare a questo dopoguerra come l'occasione per
favorire la crescita della democrazia in Iraq. L'unico atttore
politico che può far questo è l'Europa.
Quando parlo di
Europa non mi riferisco a un'entità politica data dalla
sommatoria degli stati nazionali del vecchio continente, ma a
quello che io considero la sua vocazione «cosmopolita». Ma qui
bisogna essere chiari. L'Europa può aiutare la democrazia in
Iraq se fa leva proprio su quel «cosmpolitismo realista» che
ha caratterizzato la sua storia recente, vocazione che è oggi
incarnata dalla dichiarazione dei diritti universali delle
Nazioni unite, ma anche nell'azione delle organizzazioni non
governative o di Amnesty International. Viviamo in un'era in
cui non ci sono soluzioni locali o nazionali a problemi
globali. Con una battuta, potremmo dire che la Costituzione
europea sarà scritta, che lo si voglia o no, in
Iraq.
Ma l'Europa è divisa. C'è un'asse tra
Germania, Francia e Russia in polemica con la dottrina della
guerra preventiva portata avanti dall'amministrazione Bush.
Poi c'è la convergenza di Inghilterra, Spagna e Italia nel
sostenere gli Stati uniti. Sono due blocchi inconciliabili tra
loro e stridono fortemente con la valorizzazione che fa lei
della vocazione cosmopolita europea. Non
crede?
Questo è lo stato dell'arte nei rapporti tra
gli stati nazionali del vecchio continente. Ma c'è una
variabile che potrebbe giocare un ruolo importante in quella
ridefinizione del mondo a cui accennavo prima. Mi riferisco a
quell'insieme di movimenti sociali, organizzazioni non
governative che si è soliti definire «società civile globale».
E' una realtà sociale e politica presente anche negli Stati
uniti. Se scorriamo le pagine dei giornali degli ultimi mesi
abbiamo una successione davvero notevole di grandi
mobilitazioni contro la guerra, tanto in Europa che negli Usa.
Anzi, possiamo tranquillamente affermare che più si avvicinava
l'ora delle armi, più l'opposizione alla guerra cresceva,
specialmente in quei paesi europei, l'Inghilterra, la Spagna e
in Italia, che appoggiavano Bush. La presenza della società
civile globale può quindi rappresentare una chance
politica per chi non crede all'unilateralismo
statunitense.
Una piccola annotazione a latere: non mi
sembra una fattore positivo che si costituisca un'asse
Mosca-Berlino-Parigi, perché vi intravedo una pulsione
nazionalista che non gioverebbe per niente alla possibilità di
un ruolo politico dell'Europa.
Quando è iniziata la
guerra contro l'Iraq c'è chi ha scritto che una delle prime
vittime di quel conflitto era l'Europa. Ora lei sostiene che
l'Europa può rinascere dal basso, grazie all'azione dei
movimenti sociali...
Dico di più: se qualcuno si
domandasse chi può opporsi alla più forte superpotenza che la
storia ha conosciuto, la risposta sarebbe semplice: la società
civile globale.
Il commentatore statunitense Robert
Kagan nel suo ultimo libro sui rapporti tra Stati uniti e
Europa (Paradiso e potere, Mondadori, n.d.r.) ha
usato la metafora dei marziani e dei venusiani. Nello schema
di Kagan, su Venere abitano gli europei, mentre agli Stati
uniti spetta Marte. E' una metafora profondamente sbagliata.
Ci sono alcuni europei che abitano sicuramente su Marte, ma
anche altrettanti statunitensi vivono su Venere. Anzi, dirò di
più: su Marte vive l'esigua minoranza dei
«neoconservatori».
Se guardiamo ai rapporti tra Stati
uniti e Europa possiamo quindi constatare che gli americani
pensano che non ci siano problemi globali, mentre gli europei
sì. Bush ha rifiutato la firma del trattato sul clima di Kyoto
perché pensa che il riscaldemento del clima sia un fenomeno
locale; allo stesso tempo la Casa Bianca ritiene che gli
organismi geneticamente modificati non comportano nessuno
rischio, arrivando ad accusare gli europei di camuffare il
protezionismo nei confronti delle imprese statunitensi come
preoccupazioni ambientaliste. L'unico problema globale per gli
statunitensi è il terrorismo, o meglio la rete terroristica
transnazionale che mincaccia di colpirli. Abbiamo così due
idee completamente diverse delle priorità
politiche.
La guerra contro l'Iraq è stata giudicata
anche come la risposta alla crisi di un modello sociale,
economico e politico, il neoliberismo. Lei cosa ne
pensa?
In una certa misura sono d'accordo con chi
sostiene che la guerra può essere spiegata con la crisi del
neoliberismo. Ma l'unico modo per uscire dalla crisi del
neoliberismo è andare oltre il modello sociale, economico e
politico neoliberista. Anche perché il neoliberismo non è la
soluzione dei problemi globali del mondo, ma è parte del
problema. Negli ultimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e
poveri si sono radicalizzate a livello planetario; il degrado
ambientale si è accentuato, l'insicurezza è il sentimento
dominante tanto in Europa come negli Usa; la precarietà,
infine, è diventata una costante nella vita di uomini e donne.
Il sogno che la soluzione di tutti i problemi era nel mercato
si è dissolto al risveglio del mattino, cioè quando è stato
chiaro che la mano invisibile del mercato prevede costi
sociali altissimi, costi che le società capitaliste non
possono, alla lunga, sopportare.
Nella rifefinizione
del mondo una parte però è stata finora silente. Al di là
delle semplificazioni - l'Europa come fattore cosmpolita, gli
Stati uniti come potenza imperiale e l'Asia come terzo
incomodo -, Asia vuol dire comunque Giappone e sopratutto
Cina, paese che non nasconde l'ambizione di voler avere un
peso determinante negli equilibri del mondo. Secondo lei,
quale ruolo avrà l'Asia nella ridefinizione del
mondo?
Domanda importante, ma a cui non so dare una
risposta organica. Mi limito a constatare alcuni dati.
Prendiamo il caso della Corea del Nord, che potrebbe diventare
il prossimo focolaio di crisi mondiale. In questo caso
assistiamo a prese di posizioni statunitensi opposte a quelle
che l'amministrazione Bush ha avuto per l'Iraq. Sulla Corea
del Nord gli Stati uniti non sono stati finora unilaterali, ma
hanno proposto una politica multilaterale, cercando il
coinvolgimento di alcuni paesi asiatici (la Cina e il
Giappone) e dell'Europa nell'affrontare la crisi coreana. Una
politica multilaterale che ha coinvolto quasi tutti i paesi
del Pacifico al fine di costruire una grande alleanza contro
il regime di Pyongyang. Per tutta risposta, gli Stati uniti
hanno ricevuto solo dei «no, grazie, sbrigatela da solo». Non
so se questi rifiuti alimenteranno di nuovo l'unilateralismo
statunitense. Potremmo però trovarci di fronte a una
situazione paradossale: cioè a una convergenza tra l'Europa e
l'Asia per quanto riguarda il rilancio di una politica
mondiale multilaterale.
Nell'agenda politica del
prossimo G8 ci sarà sicuramente un qualche progetto di
ridefinizione degli assetti politici, sociali e economici
mondiali. Lo stesso si può dire per il prossimo vertice del
Wto. Quali sono le sue previsioni?
Sono
appuntamenti importanti nella ridefinizione del mondo. Ripeto:
viviamo in un mondo complesso, dove tutti vogliono contare. E'
così per gli stati nazionali, per il capitale globale, per la
società civile globale. Ho appena terminato un libro in cui
cerco di concettualizzare le conseguenze dell'azione dei
movimenti sociali globali e mi sono posto una domanda
iniziale: dove nasce la legittimazione politica? La filosofia
e la sociologia politica hanno dato una risposta univoca: la
legittimità di una posizione politica nasce nell'ambito dello
stato-nazionale. Da alcuni anni a questa parte non è più così.
La politica sta emigrando dallo stato nazionale per trovare
accoglienza in un ambito allargato, globale appunto. Lo stesso
fenomeno riguarda il capitale, che da una dimensione nazionale
ha assunto progressivamente un orizzonte mondiale. Lo stesso
fanno i movimenti sociali. Di conseguenza, appuntamenti che
hanno un orizzonte mondiale sono considerati importanti perché
il G8 e il Wto sono considerati i luoghi deputati alla
costruzione della legittimità politica di questa o quella
proposta.
I movimenti sociali, invece, traggono la loro
legittimazione dalla loro azione che ricerca soluzioni globali
a problemi globali. Va però detto che c'è una specularità tra
il loro e il comportamento del capitale globale, il quale
propone soluzioni economiche globali a problemi economici
globali. Ed è proprio dal capitale globale che possono
arrivare delle sorprese. Ad esempio, le imprese più
globalizzate degli Stati uniti non hanno mancato l'occasione
di esprimere dubbi sulla dottrina dell'amministrazione Bush.
Certo, l'entrata in guerra degli Stati uniti ha, per il
momento, stretto tutti quanti gli americani attorno al loro
presidente, ma non è detto che in futuro sarà così. La crisi
del neoliberismo aveva già reso evidente che il capitale
globale si stava dividendo in due fazioni: una cosmopolita,
l'altra fortemente neoliberista, ma su base nazionale. Nel
futuro questa divisione si manifesterà sempre più e giocherà
anch'essa un ruolo nell'arena globale. Si potrebbe azzardare
la previsione che questa divisione si rifletterà sui lavori
del G8 e del Wto. Inoltre, se gli Stati uniti si presenteranno
come i vincitori che vogliono fare a meno del resto del mondo
nel ridisegnarlo, sarà difficile pensare che tutte le
divergenze e le diversità fin qui manifestatesi si
ricompongano.
Ha collaborato Marina
Impallomeni
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