il manifesto - 18 Aprile 2003 CULTURA pagina 12
 

intervista

ULRICH BECK
Europa, la Carta scritta a Baghdad
L'intervento militare contro l'Iraq è stato condotto in nome dell'Occidente e della democrazia. Ma la democrazia non si può imporre con le armi. Ora che Saddam Hussein è caduto, il vecchio continente può far valere la sua vocazione cosmopolita e svolgere così un ruolo importante nella crescita della democrazia a Baghdad. Il dopoguerra nell'analisi del sociologo tedesco
Marte e Venere LA GUERRA contro l'Iraq ha cambiato il mondo. Ma per contrastare l'unilateralismo degli Stati uniti e il modello sociale, economico e politico incarnato dall'amministrazione Bush bisogna puntare sulla «società civile globale» e sul potere dei movimenti sociali di condizionare l'agenda politica mondiale. Parla il sociologo Ulrich Beck

BENEDETTO VECCHI
Pendolare tra Monaco e Londra, Ulrich Beck ha passato gli ultimi mesi lavorando a un suo libro - in corso di traduzione anche in Italia dalla casa editrice torinese Einaudi - sul potere che i movimenti sociali globali hanno nel condizionare l'agenda politica mondiale. In un suo saggio contenuto nel volume collettivo Global America: The Cultural Consequences of Globalization (Liverpool University Press) ne sottolinea la vocazione cosmopolita, considerata la risposta e la preferibile soluzione ai problemi posti dal modello sociale, economico e politico neoliberista. Docente all'Università di Monaco e alla London School of Economics, il sociologo tedesco è conosciuto per la sua proposta di considerare le società industriali attuali come Società del rischio (Carocci editore), nelle quali il processo della «prima modernizzazione» ha dissolvo gran parte delle istituzioni che garantivano la coesione sociale. Scritto agli inizi degli anni Ottanta, La società del rischio era stato fortemente influenzato dal movimento ambientalista tedesco. Sicuramente, la concezione di Ulrich Beck sulla «modernizzazione riflessiva» prendeva l'avvio dalla denunce sui rischi sulla sopravvivenza della specie umana a causa del degrado ambientale. Da qui, la convinzione che le società capitalistiche stavano entrando in una nuova fase, quella di uma maggiore attenzione sulle conseguenze delle azioni intraprese da imprese, stati-nazioni, organismi sovranazionali. Da allora, la riflessione di Beck ha toccato il fenomeno della globalizzazione (Che cos'è la globalizzazione, Carocci), la disoccupazione di massa nelle società capitalistiche avanzate (Il lavoro nell'epoca della fine del lavoro, Einaudi) e la libertà (I rischi della libertà, il Mulino).

In Italia su invito del dipartimento di sociologia della Terza Università di Roma, non si sottrae alla domande sulle conseguenza della guerra contro l'Iraq, il possibile ruolo dell'Europa e sul ruolo della cosiddetta «società civile globale» nel «ridisegno del mondo» dopo la caduta di Saddam Hussein.

Lei ha sostenuto che uno dei tratti salienti della «seconda modernità» risiede nella capacità degli attori sociali di mettere in campo strategie e decisioni che abbiano già preventivamente analizzato le possibili conseguenze delle loro azioni. In base a questa griglia analitica, come valutare la guerra contro l'Iraq: un effetto collaterale imprevisto? Una parentesi che sarà al più presto chiusa da chi l'ha aperta?

Ne La società del rischio ho sostenuto che non ci sono linee di sviluppo certe e predefinite. L'essenza della società del rischio è proprio l'imprevisto, il quale, a sua volta, detemina una riflessività dei soggetti sulle proprie azioni e comportamenti, proprio per attenuare gli effetti collaterali delle loro azioni. Ho sostenuto - e sostengo tutt'ora - che ciò è dovuto al dissolvimento dei dualismi che hanno caratterizzato la prima modernizzazione. Come le coppie analitiche società/cultura, io/l'altro, pace/guerra. Il postmoderno ha festeggiato la crisi di questi dualismi, ma il loro entusiasmo mi sembra poco adatto per comprendere il mondo che abbiamo di fronte. In tutti gli ambiti sociali, assistiamo a una faticosa e financo dolorosa ridefinizione dei confini tra l'io e l'altro, tra natura e cultura. Tra pace e guerra. In questo senso, una delle conseguenze della modernizzazione riflessiva è l'emergere di una «politica dei confini». E una guerra ridisegna sempre dei confini.

Tra tutti i dualismi che si dissolvono, uno rimane però tale: quello che riguarda i rapporti sociali di produzione, cioè il conflitto tra capitale e forza-lavoro, che il movimento di critica alla globalizzazione definisce il conflitto tra chi ha e chi non ha: potere, soldi, voce. C'è poi il fondamentalismo religioso in quanto soggetto politico. Anche ques'tultimo può essere considerato la manifestazione del dualismo io/l'altro?

Un piccolo azzardo: credo che il neoliberismo sia da considerare un incidente di percorso della modernizzazione riflessiva. Ha avuto una funzione che potremmo dire «progressiva». Ha aperto cioè le finestre sul mondo. Ma ha altresì aggravato alcuni problemi. Tutta l'enfasi sulla necessità di abbattere le barriere che si frapponevano al libero mercato, comprese quelle rappresentata dal sistema di garanzie sociali che si è soliti chiamare welfare state, ha comportato costi sociali elevatissimi. Penso quindi che il cosmpolitismo rappresenti la soluzione ai problemi globali del mondo. Il cosmopolitismo comporta infatti mescolanze culturali, l'affermarsi di culture politiche non identitarie, la consapevolezza che i problemi sono, appunto, globali. In altre parole, il cosmopolitismo dà vita a un'idea di società dove l'alterità rappresentata dall'altro è considerata un fattore dinamico della società, non un pericolo come invece ritengono molti fautori del neoliberismo.

Diverso è il caso del fondamentalismo religioso e della forme politica che può assumere, come è nel caso del terrorismo transnazionale. Mi colpisce molto che la più grande potenza militare del mondo e forse della storia, gli Stati uniti, si senta minacciata dal fondamentalismo religioso. Non credo che il terrorismo fondamentalista abbia la capacità di distruggere gli Usa. Eppure nei discorsi dell'amministrazione statunitense emerge l'ossessione per la sicurezza nazionale, mentre neanche una parola è spesa sulla spiegazione del fenomeno. A mio giudizio il fondamentalismo religioso è la reazione, non di chi si oppone alla globalizzazione, ma di chi ne è escluso. Si potrebbe dire che anche in questo caso siamo di fronte al nodo politico della ridefinizione dei confini tra chi è dentro e fuori la società globale.

Il lessico politico è sempre più dominato dal termine «Occidente», come se avesse il potere di individuare una realtà univoca. La difesa dell'«Occidente» e l'esportazione della democrazia occidentale sono stati gli argomenti usati per giustificare la guerra contro l'Iraq. In fondo anche il cosmopolitismo ha molto a che fare con la retorica dell'occidente universalista. Lei che ne pensa?

Sì, termini quali «democrazia» e «occidente» sono stati usati per giusticare la guerra contro l'Iraq di Saddam Hussein. E questo perché i due termini sono andati sempre a braccetto. In fondo, «l'Occidente» coincideva con l'idea di regimi politici democratici. Al di là della dubbia storicità che è alla base di questa «visione» del mondo, credo che l'imposizione della democrazia con la guerra è una vera e propria contraddizione. Sono stato contrario all'intervento militare statunitense e inglese in Iraq, ma va preso atto che la guerra ha modificato la realtà, senza che questo significhi sottolinearne la positività. Detto questo, ritengo che possiamo guardare a questo dopoguerra come l'occasione per favorire la crescita della democrazia in Iraq. L'unico atttore politico che può far questo è l'Europa.

Quando parlo di Europa non mi riferisco a un'entità politica data dalla sommatoria degli stati nazionali del vecchio continente, ma a quello che io considero la sua vocazione «cosmopolita». Ma qui bisogna essere chiari. L'Europa può aiutare la democrazia in Iraq se fa leva proprio su quel «cosmpolitismo realista» che ha caratterizzato la sua storia recente, vocazione che è oggi incarnata dalla dichiarazione dei diritti universali delle Nazioni unite, ma anche nell'azione delle organizzazioni non governative o di Amnesty International. Viviamo in un'era in cui non ci sono soluzioni locali o nazionali a problemi globali. Con una battuta, potremmo dire che la Costituzione europea sarà scritta, che lo si voglia o no, in Iraq.

Ma l'Europa è divisa. C'è un'asse tra Germania, Francia e Russia in polemica con la dottrina della guerra preventiva portata avanti dall'amministrazione Bush. Poi c'è la convergenza di Inghilterra, Spagna e Italia nel sostenere gli Stati uniti. Sono due blocchi inconciliabili tra loro e stridono fortemente con la valorizzazione che fa lei della vocazione cosmopolita europea. Non crede?

Questo è lo stato dell'arte nei rapporti tra gli stati nazionali del vecchio continente. Ma c'è una variabile che potrebbe giocare un ruolo importante in quella ridefinizione del mondo a cui accennavo prima. Mi riferisco a quell'insieme di movimenti sociali, organizzazioni non governative che si è soliti definire «società civile globale». E' una realtà sociale e politica presente anche negli Stati uniti. Se scorriamo le pagine dei giornali degli ultimi mesi abbiamo una successione davvero notevole di grandi mobilitazioni contro la guerra, tanto in Europa che negli Usa. Anzi, possiamo tranquillamente affermare che più si avvicinava l'ora delle armi, più l'opposizione alla guerra cresceva, specialmente in quei paesi europei, l'Inghilterra, la Spagna e in Italia, che appoggiavano Bush. La presenza della società civile globale può quindi rappresentare una chance politica per chi non crede all'unilateralismo statunitense.

Una piccola annotazione a latere: non mi sembra una fattore positivo che si costituisca un'asse Mosca-Berlino-Parigi, perché vi intravedo una pulsione nazionalista che non gioverebbe per niente alla possibilità di un ruolo politico dell'Europa.

Quando è iniziata la guerra contro l'Iraq c'è chi ha scritto che una delle prime vittime di quel conflitto era l'Europa. Ora lei sostiene che l'Europa può rinascere dal basso, grazie all'azione dei movimenti sociali...

Dico di più: se qualcuno si domandasse chi può opporsi alla più forte superpotenza che la storia ha conosciuto, la risposta sarebbe semplice: la società civile globale.

Il commentatore statunitense Robert Kagan nel suo ultimo libro sui rapporti tra Stati uniti e Europa (Paradiso e potere, Mondadori, n.d.r.) ha usato la metafora dei marziani e dei venusiani. Nello schema di Kagan, su Venere abitano gli europei, mentre agli Stati uniti spetta Marte. E' una metafora profondamente sbagliata. Ci sono alcuni europei che abitano sicuramente su Marte, ma anche altrettanti statunitensi vivono su Venere. Anzi, dirò di più: su Marte vive l'esigua minoranza dei «neoconservatori».

Se guardiamo ai rapporti tra Stati uniti e Europa possiamo quindi constatare che gli americani pensano che non ci siano problemi globali, mentre gli europei sì. Bush ha rifiutato la firma del trattato sul clima di Kyoto perché pensa che il riscaldemento del clima sia un fenomeno locale; allo stesso tempo la Casa Bianca ritiene che gli organismi geneticamente modificati non comportano nessuno rischio, arrivando ad accusare gli europei di camuffare il protezionismo nei confronti delle imprese statunitensi come preoccupazioni ambientaliste. L'unico problema globale per gli statunitensi è il terrorismo, o meglio la rete terroristica transnazionale che mincaccia di colpirli. Abbiamo così due idee completamente diverse delle priorità politiche.

La guerra contro l'Iraq è stata giudicata anche come la risposta alla crisi di un modello sociale, economico e politico, il neoliberismo. Lei cosa ne pensa?

In una certa misura sono d'accordo con chi sostiene che la guerra può essere spiegata con la crisi del neoliberismo. Ma l'unico modo per uscire dalla crisi del neoliberismo è andare oltre il modello sociale, economico e politico neoliberista. Anche perché il neoliberismo non è la soluzione dei problemi globali del mondo, ma è parte del problema. Negli ultimi anni, le diseguaglianze tra ricchi e poveri si sono radicalizzate a livello planetario; il degrado ambientale si è accentuato, l'insicurezza è il sentimento dominante tanto in Europa come negli Usa; la precarietà, infine, è diventata una costante nella vita di uomini e donne. Il sogno che la soluzione di tutti i problemi era nel mercato si è dissolto al risveglio del mattino, cioè quando è stato chiaro che la mano invisibile del mercato prevede costi sociali altissimi, costi che le società capitaliste non possono, alla lunga, sopportare.

Nella rifefinizione del mondo una parte però è stata finora silente. Al di là delle semplificazioni - l'Europa come fattore cosmpolita, gli Stati uniti come potenza imperiale e l'Asia come terzo incomodo -, Asia vuol dire comunque Giappone e sopratutto Cina, paese che non nasconde l'ambizione di voler avere un peso determinante negli equilibri del mondo. Secondo lei, quale ruolo avrà l'Asia nella ridefinizione del mondo?

Domanda importante, ma a cui non so dare una risposta organica. Mi limito a constatare alcuni dati. Prendiamo il caso della Corea del Nord, che potrebbe diventare il prossimo focolaio di crisi mondiale. In questo caso assistiamo a prese di posizioni statunitensi opposte a quelle che l'amministrazione Bush ha avuto per l'Iraq. Sulla Corea del Nord gli Stati uniti non sono stati finora unilaterali, ma hanno proposto una politica multilaterale, cercando il coinvolgimento di alcuni paesi asiatici (la Cina e il Giappone) e dell'Europa nell'affrontare la crisi coreana. Una politica multilaterale che ha coinvolto quasi tutti i paesi del Pacifico al fine di costruire una grande alleanza contro il regime di Pyongyang. Per tutta risposta, gli Stati uniti hanno ricevuto solo dei «no, grazie, sbrigatela da solo». Non so se questi rifiuti alimenteranno di nuovo l'unilateralismo statunitense. Potremmo però trovarci di fronte a una situazione paradossale: cioè a una convergenza tra l'Europa e l'Asia per quanto riguarda il rilancio di una politica mondiale multilaterale.

Nell'agenda politica del prossimo G8 ci sarà sicuramente un qualche progetto di ridefinizione degli assetti politici, sociali e economici mondiali. Lo stesso si può dire per il prossimo vertice del Wto. Quali sono le sue previsioni?

Sono appuntamenti importanti nella ridefinizione del mondo. Ripeto: viviamo in un mondo complesso, dove tutti vogliono contare. E' così per gli stati nazionali, per il capitale globale, per la società civile globale. Ho appena terminato un libro in cui cerco di concettualizzare le conseguenze dell'azione dei movimenti sociali globali e mi sono posto una domanda iniziale: dove nasce la legittimazione politica? La filosofia e la sociologia politica hanno dato una risposta univoca: la legittimità di una posizione politica nasce nell'ambito dello stato-nazionale. Da alcuni anni a questa parte non è più così. La politica sta emigrando dallo stato nazionale per trovare accoglienza in un ambito allargato, globale appunto. Lo stesso fenomeno riguarda il capitale, che da una dimensione nazionale ha assunto progressivamente un orizzonte mondiale. Lo stesso fanno i movimenti sociali. Di conseguenza, appuntamenti che hanno un orizzonte mondiale sono considerati importanti perché il G8 e il Wto sono considerati i luoghi deputati alla costruzione della legittimità politica di questa o quella proposta.

I movimenti sociali, invece, traggono la loro legittimazione dalla loro azione che ricerca soluzioni globali a problemi globali. Va però detto che c'è una specularità tra il loro e il comportamento del capitale globale, il quale propone soluzioni economiche globali a problemi economici globali. Ed è proprio dal capitale globale che possono arrivare delle sorprese. Ad esempio, le imprese più globalizzate degli Stati uniti non hanno mancato l'occasione di esprimere dubbi sulla dottrina dell'amministrazione Bush. Certo, l'entrata in guerra degli Stati uniti ha, per il momento, stretto tutti quanti gli americani attorno al loro presidente, ma non è detto che in futuro sarà così. La crisi del neoliberismo aveva già reso evidente che il capitale globale si stava dividendo in due fazioni: una cosmopolita, l'altra fortemente neoliberista, ma su base nazionale. Nel futuro questa divisione si manifesterà sempre più e giocherà anch'essa un ruolo nell'arena globale. Si potrebbe azzardare la previsione che questa divisione si rifletterà sui lavori del G8 e del Wto. Inoltre, se gli Stati uniti si presenteranno come i vincitori che vogliono fare a meno del resto del mondo nel ridisegnarlo, sarà difficile pensare che tutte le divergenze e le diversità fin qui manifestatesi si ricompongano.



Ha collaborato Marina Impallomeni