Nel mondo sono ancora 130 milioni i bambini e le
bambine cui è negato l’accesso all’istruzione di base, un diritto sancito dalla
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Si calcola che la popolazione adulta analfabeta
ammontasse, nel 2000, a ben 882 milioni di persone, di cui il 64% donne. Una
moltitudine di uomini e di donne di cui ben pochi sembrano preoccuparsi se,
come stima l’Unesco, il loro numero scenderà a soli 857 milioni nel giro dei
prossimi tre anni.
Ancora più drammatiche le cifre nei paesi della
fascia Sub Sahariana, tra i più poveri del mondo, dove un bambino su due non va
a scuola, paesi costretti dal Fondo Monetario Internazionale a tagliare le
spese pubbliche, mentre la propria economia, basata sulla produzione di un
cotone di alta qualità, è devastata dalla concorrenza del cotone statunitense,
fortemente finanziato dai sussidi governativi. Una situazione destinata a
peggiorare nei prossimi anni, per cui, secondo le denuncie dell’Oxfam, nel 2015
ci saranno tre bambini su quattro non scolarizzati.
Ma anche dove sono stati registrati notevoli
progressi relativamente alla scolarizzazione di base, diventa poi difficile
garantire ulteriori forme d’apprendimento. Alla pressione esercitata
dall’aumento della popolazione scolastica, più che triplicata nei paesi in via
di sviluppo, si accompagnano l’assenza di strutture e attrezzature adeguate, e
la penuria ed il progressivo impoverimento d’insegnanti.
Allo stato attuale sembrano irraggiungibili gli
obiettivi fissati a Jomtien oltre dieci anni fa e ripresi nella conferenza di
Dakar nel 2000: consentire che, entro il 2015, ogni bambino e ogni bambina
potessero accedere ad un’istruzione di qualità e abbattere drasticamente il
tasso di analfabetismo.
Eppure non si tratta di obiettivi troppo ambiziosi
dal punto di vista economico se si pensa che stiamo parlando di un investimento
di soli 13 miliardi di euro (dati Oxfam).
Si assiste, invece, ad un continuo declino della quantità
di risorse economiche destinate agli aiuti nell’educazione, crollati
nell’ultima decade del 16%.
Alla base di tanta indifferenza ci sono le profonde
trasformazioni economiche ed ideologiche avvenute in questi ultimi decenni, per
cui l’educazione da diritto di cittadinanza per tutti, da strumento di
emancipazione individuale e di crescita collettiva, si sta trasformando in
commercio, sottoposta, quindi, alla logica dell’economia di mercato.
Il settore istruzione costituisce, infatti, una
delle principali voci di esportazione di servizi dei Paesi sviluppati: nel 2000
il giro di affari legati all’istruzione era di 2000 miliardi di dollari l’anno,
concentrati soprattutto sull’istruzione superiore e nella formazione continua,
in un mercato in fortissima espansione e particolarmente rilevante nei paesi
dell’America latina e del Sud Est asiatico, dove si stima che il numero di
giovani che seguiranno gli studi universitari raddoppierà nei prossimi venti
anni.
Un settore, in cui negli ultimi dieci anni si è
assistito ad un impressionante travaso di finanziamenti dal pubblico al privato, con un calo delle
risorse pubbliche dal 91% all’86%.
L’Accordo generale per il commercio dei servizi,
uno dei temi in agenda al vertice mondiale del WTO a Cancun nello scorso
settembre, rappresenta lo strumento di cui vogliono servirsi le multinazionali
che operano nel campo dei servizi online, dei corsi a distanza, della stampa e
del tempo libero per garantirsi il monopolio del mercato mondiale
dell’educazione, con una prima conseguenza che è rappresentata dall’inevitabile
aumento del divario tra chi possiede le risorse economiche e culturali e chi si
trova in situazioni culturalmente e socialmente più deprivate.
Nei paesi in via di sviluppo, caratterizzati spesso
da un sistema pubblico poco consolidato (molto spesso, quando non completamente
assente, limitato alla sola scuola di base) e dall’assenza di un sistema di
controlli, il processo di privatizzazione del sistema formativo è consistente,
in quanto si disincentivano ulteriormente i governi ad investire sulla scuola
pubblica, soprattutto per quanto riguarda la fascia secondaria.
Invece di rafforzare il sistema nazionale di
educazione, aumenta il ricatto per l’apertura ai privati, sotto forma di
filiali all’estero, formazione a distanza, partnernariato con le istituzioni
nazionali. S’introducono così elementi
di disuguaglianza e discriminazione nella qualità del servizio, a favore delle
famiglie più abbienti, e penalizzando in modo particolare le ragazze, che già
ora hanno livelli di scolarizzazione più bassi. S’importano e diventano
egemonici modelli culturali occidentali, spesso a scapito della diversità e
dell’identità culturale dei diversi paesi. I contenuti di formazione
standardizzati non rispondono, infine, ai bisogni degli studenti e della
società dei singoli paesi, ma concorrono alla formazione di consumatori nella
società globale delle merci.
Lo stesso FMI con i vincoli che impone per poter
ricevere aiuti spinge alla riduzione degli investimenti proprio nel settore
dell’istruzione.
Cambia, in molti paesi, sotto i vincoli
internazionali la composizione interna della stessa spesa per la scuola. Si
spende per la scuola di base, si privatizza sui livelli superiori.
Ma dietro ai processi di smantellamento della scuola
pubblica e di commercializzazione dei saperi non ci sono solo ragioni
economiche. E’ presente, infatti, un’ideologia tesa a subordinare le politiche
educative alla logica della competitività e della selezione, invece che alla
crescita dell’individuo e della società. La scuola di massa che, seppure in
modo parziale e pieno di contraddizioni, aveva consentito l’accesso a tutti dei
saperi riservati un tempo ai figli della borghesia, viene ricondotta alla
vecchia natura selettiva di scuola di classe, in cui le disuguaglianze
economiche e sociali sono giustificate come fattori naturali ed obiettivi,
connessi alle diverse capacità e alle doti innate di ciascuno.
Ne è un lampante esempio la politica scolastica del
governo italiano che, con una strategia che mescola liberismo e populismo, mira
a destrutturare le reti solidaristiche dello stato sociale. La riduzione del
settore pubblico per quanto riguarda la quantità e la tipologia dell’offerta
formativa, l’ingresso del mercato e della competizione nell’educazione in nome
della libertà di scelta delle famiglie, la selezione in età precoce tra chi è
destinato agli studi superiori e chi alla formazione professionale sono tutti
strumenti funzionali ad un’idea di scuola non più centrata sulla persona e la
sua crescita, ma ad una scuola funzionale a selezionare i migliori e a creare
una mano d’opera a bassa qualificazione, facilmente ricattabile nel mercato del
lavoro.
Quali alternative a questa cultura dilagante? Quali
argomenti e pratiche nuove mettere a fuoco per riaffermare che la scuola in una
società della conoscenza al servizio delle persone deve essere di tutti, uno
strumento che, invece, di certificare le differenze, deve operare per
superarle, che invece di essere offerta per il più o meno tradizionale periodo
dell’infanzia e dell’adolescenza deve puntare ad accompagnare l’intero arco
della vita delle persone? Come difendere e qualificare, trasformandola, la
scuola pubblica, senza però nascondere che la scuola di massa non è riuscita a
diventare scuola democratica, perpetrando ancora all’interno dei diversi
indirizzi e tipologie della scuola secondaria le differenze sociali ed
economiche? Come delineare una serie di funzioni che, connesse ai diritti
fondamentali delle donne e degli uomini, devono essere e rimanere, per la loro
natura, pubbliche a tutti gli effetti?
Le forme ed i luoghi della resistenza sono
molteplici e quanto avvenuto in questi ultimi tempi può permetterci di nutrire
qualche speranza.
Quattro anni fa a Seattle fu il vertice del WTO a portare
sulla scena nuovi soggetti, un movimento eterogeneo ed articolato che ha
portato a livello di coscienza e conoscenza globale temi e problematiche fino
ad allora gestite nelle segrete stanze di pochi addetti ai lavori. Un movimento
che è cresciuto, è diventato più consapevole e si è arricchito di competenze
molteplici, il cui lavoro è stato di supporto ai paesi in via di sviluppo nel
dotarsi degli strumenti e delle conoscenze necessarie per contrastare
l’egemonia di USA ed Unione Europea all’interno del WTO. Ne è palese
testimonianza il fallimento del vertice di Cancun. Un fallimento che ha messo
in evidenza come non sia attuabile la definizione di regole a livello mondiale
nel campo commerciale, della cui necessità rimane fortemente convinti, senza la
ricerca del consenso, il rispetto delle regole democratiche e l’attenzione alle
ragioni dei paesi in via di sviluppo.
Il Forum Mondiale dell’educazione di Porto Alegre,
già alla sua terza edizione, ha consentito di dare la parola ad esperienze di
educazione democratica, di qualità per tutti, di mettere in rete esperienze, di
ritrovarsi su principi che uniscono l’affermazione del diritto all’educazione
pubblica per tutti, come diritto universale, alla ricerca di prassi educative
in grado di realizzare un forte nesso tra educazione - partecipazione
–democrazia. Ne è un esempio importante e largamente diffuso in Brasile la
realizzazione delle scuole cittadine, compiute dall’istituto Paulo Freire,
basata sulla costruzione di un processo educativo strettamente connesso con lo
sviluppo della democrazia e della partecipazione e la responsabilizzazione di
tutti i soggetti coinvolti: operatori della scuola, famiglia e decisori
politici, nella convinzione che solo una scuola partecipata e democratica può
garantire il rispetto e la valorizzazione delle diversità culturali e
consentire un’attenzione complessiva all’essere umano in quanto corpo,
sentimenti, ragione.
Pur nella diversità dei contesti, le proposte e le
prassi educative portate avanti dall’esperienza brasiliana sono di grande
interesse anche per noi in quanto c’invitano ad interrogarci su un concetto di
pubblico, da contrapporre all’ideologia della privatizzazione, che non può più
consistere nella semplice difesa, ma che deve contemporaneamente affermare la
necessità di un suo ripensamento in cui sia più forte l’intreccio tra globale e
locale.
Il prossimo Forum sociale europeo, che si terrà a Parigi nel prossimo Novembre, dedicherà
ampio spazio ai temi dell’educazione, dell’università e della ricerca. Sono
previsti numerosi seminari, preparati da un gruppo di lavoro europeo in cui
erano presenti studenti, insegnanti, associazionismo professionale e
organizzazioni sindacali della scuola e dell’università, con all’ordine del
giorno riflessioni e approfondimento sul piano politico, istituzionale e
pedagogico per riaffermare la centralità di un sistema educativo pubblico
alternativo alle logiche neoliberali.
Il Forum sociale di Parigi rappresenterà, infine,
un luogo importante per discutere e raccordarsi su una piattaforma unitaria
europea per la scuola pubblica in cui, nel rispetto delle diverse
caratteristiche dei sistemi scolastici nazionali, sia possibile definire
obiettivi comuni per tutti i paesi europei quali le risorse, la gestione
democratica, la partecipazione, il riconoscimento del pluralismo, la laicità.
Il ruolo svolto dall’Europa, e con essa
dall’Italia, a Cancun è stato negativo perché in tutto subordinato all’accordo
raggiunto con gli Stati Uniti pensando, in questo modo, di poter imporre le
proprie ragioni al resto del mondo.
Rimane aperto come problema generale, e deve essere
di nuovo oggetto di iniziativa da parte del più vasto fronte dei movimenti a
partire dall’appuntamento di Parigi, la necessità di un profilo dell’Europa in
grado di farla diventare interlocutrice dei Paesi in via di sviluppo, dei Paesi
emergenti per affermare concretamente le ragioni di un altro sviluppo globale.
Lo stesso problema, circa il profilo dell’Europa,
si pone anche sul versante dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
Anzi. Si pone prioritariamente fra gli Stati membri
dell’Unione la necessità di costruire l’Europa del sapere e della cultura, non
la sola Europa dei mercati e della finanza. Al riguardo, fra tanto dibattere
sulle radici cristiane dell’Europa, che andrebbero inserite nella nuova carta
europea, colpisce il silenzio che ha circondato la richiesta di tanti soggetti,
fra i quali la Cgil, di indicare nella nuova costituzione, invece, i diritti
fondamentali garantita dall’Europa e, fra questi, il diritto al sapere per
tutta la vita.