IL GIRO DEL MONDO RICOMINCIA DA CANCUN

 

di Enrico Panini

 

Nel mondo sono ancora 130 milioni i bambini e le bambine cui è negato l’accesso all’istruzione di base, un diritto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Si calcola che la popolazione adulta analfabeta ammontasse, nel 2000, a ben 882 milioni di persone, di cui il 64% donne. Una moltitudine di uomini e di donne di cui ben pochi sembrano preoccuparsi se, come stima l’Unesco, il loro numero scenderà a soli 857 milioni nel giro dei prossimi tre anni.

Ancora più drammatiche le cifre nei paesi della fascia Sub Sahariana, tra i più poveri del mondo, dove un bambino su due non va a scuola, paesi costretti dal Fondo Monetario Internazionale a tagliare le spese pubbliche, mentre la propria economia, basata sulla produzione di un cotone di alta qualità, è devastata dalla concorrenza del cotone statunitense, fortemente finanziato dai sussidi governativi. Una situazione destinata a peggiorare nei prossimi anni, per cui, secondo le denuncie dell’Oxfam, nel 2015 ci saranno tre bambini su quattro non scolarizzati.

Ma anche dove sono stati registrati notevoli progressi relativamente alla scolarizzazione di base, diventa poi difficile garantire ulteriori forme d’apprendimento. Alla pressione esercitata dall’aumento della popolazione scolastica, più che triplicata nei paesi in via di sviluppo, si accompagnano l’assenza di strutture e attrezzature adeguate, e la penuria ed il progressivo impoverimento d’insegnanti.

Allo stato attuale sembrano irraggiungibili gli obiettivi fissati a Jomtien oltre dieci anni fa e ripresi nella conferenza di Dakar nel 2000: consentire che, entro il 2015, ogni bambino e ogni bambina potessero accedere ad un’istruzione di qualità e abbattere drasticamente il tasso di analfabetismo.

Eppure non si tratta di obiettivi troppo ambiziosi dal punto di vista economico se si pensa che stiamo parlando di un investimento di soli 13 miliardi di euro (dati Oxfam).

Si assiste, invece, ad un continuo declino della quantità di risorse economiche destinate agli aiuti nell’educazione, crollati nell’ultima decade del 16%.

 

Alla base di tanta indifferenza ci sono le profonde trasformazioni economiche ed ideologiche avvenute in questi ultimi decenni, per cui l’educazione da diritto di cittadinanza per tutti, da strumento di emancipazione individuale e di crescita collettiva, si sta trasformando in commercio, sottoposta, quindi, alla logica dell’economia di mercato. 

Il settore istruzione costituisce, infatti, una delle principali voci di esportazione di servizi dei Paesi sviluppati: nel 2000 il giro di affari legati all’istruzione era di 2000 miliardi di dollari l’anno, concentrati soprattutto sull’istruzione superiore e nella formazione continua, in un mercato in fortissima espansione e particolarmente rilevante nei paesi dell’America latina e del Sud Est asiatico, dove si stima che il numero di giovani che seguiranno gli studi universitari raddoppierà nei prossimi venti anni.

Un settore, in cui negli ultimi dieci anni si è assistito ad un impressionante travaso di finanziamenti dal  pubblico al privato, con un calo delle risorse pubbliche dal 91% all’86%.

L’Accordo generale per il commercio dei servizi, uno dei temi in agenda al vertice mondiale del WTO a Cancun nello scorso settembre, rappresenta lo strumento di cui vogliono servirsi le multinazionali che operano nel campo dei servizi online, dei corsi a distanza, della stampa e del tempo libero per garantirsi il monopolio del mercato mondiale dell’educazione, con una prima conseguenza che è rappresentata dall’inevitabile aumento del divario tra chi possiede le risorse economiche e culturali e chi si trova in situazioni culturalmente e socialmente più deprivate.

Nei paesi in via di sviluppo, caratterizzati spesso da un sistema pubblico poco consolidato (molto spesso, quando non completamente assente, limitato alla sola scuola di base) e dall’assenza di un sistema di controlli, il processo di privatizzazione del sistema formativo è consistente, in quanto si disincentivano ulteriormente i governi ad investire sulla scuola pubblica, soprattutto per quanto riguarda la fascia secondaria.

Invece di rafforzare il sistema nazionale di educazione, aumenta il ricatto per l’apertura ai privati, sotto forma di filiali all’estero, formazione a distanza, partnernariato con le istituzioni nazionali.  S’introducono così elementi di disuguaglianza e discriminazione nella qualità del servizio, a favore delle famiglie più abbienti, e penalizzando in modo particolare le ragazze, che già ora hanno livelli di scolarizzazione più bassi. S’importano e diventano egemonici modelli culturali occidentali, spesso a scapito della diversità e dell’identità culturale dei diversi paesi. I contenuti di formazione standardizzati non rispondono, infine, ai bisogni degli studenti e della società dei singoli paesi, ma concorrono alla formazione di consumatori nella società globale delle merci.

Lo stesso FMI con i vincoli che impone per poter ricevere aiuti spinge alla riduzione degli investimenti proprio nel settore dell’istruzione.

Cambia, in molti paesi, sotto i vincoli internazionali la composizione interna della stessa spesa per la scuola. Si spende per la scuola di base, si privatizza sui livelli superiori.

 

Ma dietro ai processi di smantellamento della scuola pubblica e di commercializzazione dei saperi non ci sono solo ragioni economiche. E’ presente, infatti, un’ideologia tesa a subordinare le politiche educative alla logica della competitività e della selezione, invece che alla crescita dell’individuo e della società. La scuola di massa che, seppure in modo parziale e pieno di contraddizioni, aveva consentito l’accesso a tutti dei saperi riservati un tempo ai figli della borghesia, viene ricondotta alla vecchia natura selettiva di scuola di classe, in cui le disuguaglianze economiche e sociali sono giustificate come fattori naturali ed obiettivi, connessi alle diverse capacità e alle doti innate di ciascuno.

Ne è un lampante esempio la politica scolastica del governo italiano che, con una strategia che mescola liberismo e populismo, mira a destrutturare le reti solidaristiche dello stato sociale. La riduzione del settore pubblico per quanto riguarda la quantità e la tipologia dell’offerta formativa, l’ingresso del mercato e della competizione nell’educazione in nome della libertà di scelta delle famiglie, la selezione in età precoce tra chi è destinato agli studi superiori e chi alla formazione professionale sono tutti strumenti funzionali ad un’idea di scuola non più centrata sulla persona e la sua crescita, ma ad una scuola funzionale a selezionare i migliori e a creare una mano d’opera a bassa qualificazione, facilmente ricattabile nel mercato del lavoro.

 

Quali alternative a questa cultura dilagante? Quali argomenti e pratiche nuove mettere a fuoco per riaffermare che la scuola in una società della conoscenza al servizio delle persone deve essere di tutti, uno strumento che, invece, di certificare le differenze, deve operare per superarle, che invece di essere offerta per il più o meno tradizionale periodo dell’infanzia e dell’adolescenza deve puntare ad accompagnare l’intero arco della vita delle persone? Come difendere e qualificare, trasformandola, la scuola pubblica, senza però nascondere che la scuola di massa non è riuscita a diventare scuola democratica, perpetrando ancora all’interno dei diversi indirizzi e tipologie della scuola secondaria le differenze sociali ed economiche? Come delineare una serie di funzioni che, connesse ai diritti fondamentali delle donne e degli uomini, devono essere e rimanere, per la loro natura, pubbliche a tutti gli effetti?

 

Le forme ed i luoghi della resistenza sono molteplici e quanto avvenuto in questi ultimi tempi può permetterci di nutrire qualche speranza.

Quattro anni fa a Seattle fu il vertice del WTO a portare sulla scena nuovi soggetti, un movimento eterogeneo ed articolato che ha portato a livello di coscienza e conoscenza globale temi e problematiche fino ad allora gestite nelle segrete stanze di pochi addetti ai lavori. Un movimento che è cresciuto, è diventato più consapevole e si è arricchito di competenze molteplici, il cui lavoro è stato di supporto ai paesi in via di sviluppo nel dotarsi degli strumenti e delle conoscenze necessarie per contrastare l’egemonia di USA ed Unione Europea all’interno del WTO. Ne è palese testimonianza il fallimento del vertice di Cancun. Un fallimento che ha messo in evidenza come non sia attuabile la definizione di regole a livello mondiale nel campo commerciale, della cui necessità rimane fortemente convinti, senza la ricerca del consenso, il rispetto delle regole democratiche e l’attenzione alle ragioni dei paesi in via di sviluppo.

 

Il Forum Mondiale dell’educazione di Porto Alegre, già alla sua terza edizione, ha consentito di dare la parola ad esperienze di educazione democratica, di qualità per tutti, di mettere in rete esperienze, di ritrovarsi su principi che uniscono l’affermazione del diritto all’educazione pubblica per tutti, come diritto universale, alla ricerca di prassi educative in grado di realizzare un forte nesso tra educazione - partecipazione –democrazia. Ne è un esempio importante e largamente diffuso in Brasile la realizzazione delle scuole cittadine, compiute dall’istituto Paulo Freire, basata sulla costruzione di un processo educativo strettamente connesso con lo sviluppo della democrazia e della partecipazione e la responsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti: operatori della scuola, famiglia e decisori politici, nella convinzione che solo una scuola partecipata e democratica può garantire il rispetto e la valorizzazione delle diversità culturali e consentire un’attenzione complessiva all’essere umano in quanto corpo, sentimenti, ragione.

Pur nella diversità dei contesti, le proposte e le prassi educative portate avanti dall’esperienza brasiliana sono di grande interesse anche per noi in quanto c’invitano ad interrogarci su un concetto di pubblico, da contrapporre all’ideologia della privatizzazione, che non può più consistere nella semplice difesa, ma che deve contemporaneamente affermare la necessità di un suo ripensamento in cui sia più forte l’intreccio tra globale e locale.

 

Il prossimo Forum sociale  europeo, che si terrà a Parigi nel prossimo Novembre, dedicherà ampio spazio ai temi dell’educazione, dell’università e della ricerca. Sono previsti numerosi seminari, preparati da un gruppo di lavoro europeo in cui erano presenti studenti, insegnanti, associazionismo professionale e organizzazioni sindacali della scuola e dell’università, con all’ordine del giorno riflessioni e approfondimento sul piano politico, istituzionale e pedagogico per riaffermare la centralità di un sistema educativo pubblico alternativo alle logiche neoliberali.

Il Forum sociale di Parigi rappresenterà, infine, un luogo importante per discutere e raccordarsi su una piattaforma unitaria europea per la scuola pubblica in cui, nel rispetto delle diverse caratteristiche dei sistemi scolastici nazionali, sia possibile definire obiettivi comuni per tutti i paesi europei quali le risorse, la gestione democratica, la partecipazione, il riconoscimento del pluralismo, la laicità.

 

Il ruolo svolto dall’Europa, e con essa dall’Italia, a Cancun è stato negativo perché in tutto subordinato all’accordo raggiunto con gli Stati Uniti pensando, in questo modo, di poter imporre le proprie ragioni al resto del mondo.

Rimane aperto come problema generale, e deve essere di nuovo oggetto di iniziativa da parte del più vasto fronte dei movimenti a partire dall’appuntamento di Parigi, la necessità di un profilo dell’Europa in grado di farla diventare interlocutrice dei Paesi in via di sviluppo, dei Paesi emergenti per affermare concretamente le ragioni di un altro sviluppo globale.

Lo stesso problema, circa il profilo dell’Europa, si pone anche sul versante dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Anzi. Si pone prioritariamente fra gli Stati membri dell’Unione la necessità di costruire l’Europa del sapere e della cultura, non la sola Europa dei mercati e della finanza. Al riguardo, fra tanto dibattere sulle radici cristiane dell’Europa, che andrebbero inserite nella nuova carta europea, colpisce il silenzio che ha circondato la richiesta di tanti soggetti, fra i quali la Cgil, di indicare nella nuova costituzione, invece, i diritti fondamentali garantita dall’Europa e, fra questi, il diritto al sapere per tutta la vita.