UNITA’ 23.04.2003
Ed ora? Lettera aperta al movimento pacifista
di Enrico Euli *

 Non è facile essere pacifisti e nonviolenti ora che la guerra è in corso, ora che dicono «è finita» sapendo bene che la vorranno proseguire all'infinito. Su questo, a breve termine, siamo stati ancora una volta sconfitti. Non casualmente: la guerra, una volta che la si prepara, la si fa. E la preparazione non è iniziata sei mesi fa: è iniziata nelle fabbriche d'armi, nei trattati militari, nei programmi politici dei partiti e delle multinazionali. Abbiamo ampiamente esercitato tutte le forme possibili di dissenso e di protesta (petizioni, marce, azioni di lobbing, azioni simboliche...), senza essere ascoltati. Se l'avversario non cambia e va avanti comunque, la nonviolenza mi dice che è decisivo e necessario iniziare a sanzionarlo dal basso, passare a forme di disobbedienza e rifiuto più indignate e radicali e farle diventare pratiche collettive e diffuse. Ma com'è possibile radicalizzare la lotta senza diventare simmetrici rispetto all'avversario e senza imitarne i modelli «militari»? Come è possibile iniziare a rendere la «non-collaborazione attiva» e la «disobbedienza civile» pratiche che coinvolgono vaste aree di persone e non solo minoranze?
E infine: che cos'è a rendere così difficile l'espansione dell'azione nonviolenta nella società e nel movimento? Perché il problema è in primo luogo dentro il movimento, tra i tre milioni di persone del 15 febbraio e che hanno esposto le bandiere sui balconi… Già un terzo di loro, se divenissero più attive, cambierebbero gli equilibri delle forze in campo. A mio parere, questo stenta ad accadere perché ci troviamo ancora dentro modelli culturali asfittici e ripetitivi, caratterizzati da noiosi ritualismi passivizzanti. E tra questi, ne citerei soprattutto tre:
1. la violenza e la distruzione sono fonti e richiami inesausti di attrazione; quando agisce il triangolo necrofilo (militari-militanti-massmedia) intorno si fa il deserto. D'altra parte la ripetitività e la noia delle forme di espressione politica pubblica di massa (i comizi, i cortei, i convegni…), tutto questo ripetersi e stanco procedere di riti sociali, che nessuno più riconosce come sensati. Questo modo d'agire che non ha nulla di ludico, di creativo, di spiazzante, di veramente espressivo, come potrà mai generare un desiderio d'agire, di esserci, di avvicinarsi ? E' urgente valorizzare la nostra sensibilità estetica, che non significa fare azioni colorate, leggere, morbide, «estetizzanti» , ma essere (come direbbe Gregory Bateson) sempre attenti alla «struttura che connette», all'ecologia naturale e sociale dei nostri comportamenti.
2. Credo che abbiamo molta difficoltà a sviluppare questioni legate al boicottaggio, all'obiezione professionale o alla riconversione bellica ( che è e resta la questione fondamentale nello sviluppo del movimento: perché non si può essere contrari alla guerra soltanto quando la guerra arriva) anche perché siamo ancora dentro una forte cultura di complicità col denaro e col culto del lavoro. Abbiamo difficoltà a gestire un'azione che in qualche modo mette a repentaglio il lavoro ed il guadagno, che oltrepassa la falsa rassicurazione dei consumi . In questo siamo ancora troppo simili a Bush, condividiamo con lui un modello di vita, e ci troviamo in una sorta di complicità omertosa molto grande che c'impedisce di fare azioni di disobbedienza.
3. La nonviolenza parte da una visione positiva del conflitto e dall'importanza di imparare a riconoscerlo ed a gestirlo direttamente. E, se necessario, è pronta ad aprire conflitti anche con la legge dello stato se questa obbedienza implica la rinuncia a principi più alti di giustizia e di umanità. Per la nonviolenza non tutto ciò che è legale è legittimo e non tutto quel che è legittimo è legale. Le culture dominanti, ancora forti anche all'interno dei movimenti, per esempio quella comunista e quella cattolica, sono invece culture fondamentalmente aconflittuali, direi anche anti-conflittuali, cioè propongono una visione negativa del conflitto e tendono a una sua gestione paternalistica, delegata (giuridica o militare)e ad una sua sostanziale rimozione. Da qui l'insorgere di una visione politica legalitaria e statalista, ancorata ad un pacifismo soltanto giuridico e comunque contrario ad azioni illegali. Ma se la nonviolenza si limitasse a questo sarebbe solo 'non violenza' e Gandhi non avrebbe rappresentato alcuna novità rispetto al pensiero democratico liberale.
Concludo: ho enumerato questi tre persistenti ostacoli alla diffusione dell'azione diretta nonviolenta proprio perchè li sento ancora molto presenti nel movimento e nella società. Spero che sia ancora desiderabile per tutti proseguire un confronto ed uno scambio formativo per giungere ad ulteriori ibridazioni tra noi. Per questo proseguo a rilanciare un triplice appello:
-ai nonviolenti persuasi, di accrescere i loro sforzi -ancora molto inadeguati- per arricchire con le loro competenze ed esperienze il confronto e la formazione all'interno del movimento;
-ai non-violenti/antiviolenti di assumersi maggiormente la responsabilità di una nonviolenza attiva ed integrale, capace di lottare davvero contro la guerra e di proseguire a sperimentarsi su pratiche non abituali;
-ai disobbedienti a non rassegnarsi e a non richiudersi nell'aggredire disperato, a non farsi riprendere dalla falsa trasgressione dei codici «militari» ad arricchirci ancora con la loro voglia di uscire dalla passività e di continuare a lottare per un altro mondo possibile
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* formatore nonviolento-Rete Lilliput