Bush ed i suoi alleati questa guerra la perderanno. Non perderanno in Iraq, non perderanno sul campo di battaglia. Militarmente sono i più forti. Perderanno perché hanno scelto di schierarsi da soli contro il pianeta. Il tempo che impiegheranno a perdere questa guerra dipende molto anche da noi. Dalla nostra capacità di non abbatterci e di continuare a pressare governi, parlamenti, consessi internazionali. Di sospingerli, condizionarli, compenetrarli dal basso. Di continuare a essere e a concepire per quello che siamo: moltitudine costituente di un altro mondo possibile e necessario
C’è un
rischio da sventare, mentre le bombe cadono e i carri armati si fanno strada nel
deserto. C’è un esorcismo da fare. È forse un imperativo psichico prima
ancora che politico: resistere al rinculo del peggio sulle nostre menti. Evitare
la depressione,la disperazione,lo scoramento. Difficile, quanto imprescindibile.
Il più grande movimento d’opinione, di idee e di corpi, della storia recente
ha davanti a sé un compito titanico, di cui fin’ora si è dimostrato
all’altezza al di là di ogni migliore aspettativa.
Deve continuare ad esserlo. La guerra che l’amministrazione Bush e i suoi alleati ci hanno promesso,la guerra che hanno dichiarato al mondo,alle istituzioni internazionali, al movimento dei movimenti, non finisce in Iraq. È un progetto politico di lungo corso. Occorre quindi essere pronti a una lotta lunga e durevole, senza quartiere, tra due super potenze che usano armi e strategie diverse, opposte, e che segnerà indissolubilmente i primi decenni di questo secolo. La forza della ragione, della condivisione, del dialogo, contro la monodimensionalità del profitto, della guerra, dell’imposizione.
Coloro che sopravvivono alle guerre, che riescono a sconfiggerle semplicemente riuscendo a non soccombere, sono coloro che nonostante tutto non rinunciano alla vita. Sono quelli che restano convinti che tra uccidere e morire esista una terza scelta:vivere. Questo vale, sempre, anche per chi non ha bombardieri sulla testa. Anche per chi sta qui. E in tempi di guerra, vivere significa lottare tenacemente, se possibile ancora più di quanto si è fatto finora. Tenendo presente innanzitutto un dato rilevante: l’amministrazione Bush e i suoi alleati partono zoppi, mutilati. Partono soli.
Le lotte politiche e sociali di questi ultimi due anni hanno prodotto una discontinuità fondativa con l’ultimo decennio del secolo scorso. Il risultato è che, a parte un drappello di traballanti governi, nessuno al mondo avvalla la guerra di Bush. Per il semplice motivo che tutti hanno capito che è una guerra contro il mondo intero. Alcuni, quei pochi governanti straccioni senza più niente da perdere, hanno scelto di stare aggrappati al carro più forte. Hanno scommesso un cavallo texano, che promette ampie ricompense per gli amici, e vita dura per i nemici.
Noi dobbiamo scommettere contro. Perché l’amministrazione Bush ed i suoi alleati questa guerra la perderanno. Non perderanno in Iraq, non perderanno sui campo di battaglia. Militarmente sono i più forti. Perderanno perché hanno scelto di schierarsi da soli contro il pianeta. Il tempo che impiegheranno a perdere questa guerra dipende molto anche da noi. Dalla nostra capacità di non abbatterci e di continuare a pressare governi, parlamenti, consessi internazionali. Di sospingerli, condizionarli, compenetrarli dal basso. Di continuare a essere e a concepire per quello che siamo: moltitudine costituente di un altro mondo possibile e necessario.
Non solo, non basta. Concretamente occorrerà gettare badilate di sabbia negli ingranaggi della macchina bellica. Bloccare i paesi. Disertare la produzione.
Non basta. Dovremo continuare indefessamente a pensare e costruire modelli, esperimenti sociali condivisi, spazi aperti partecipati, battaglie di opinione culturalmente egemoniche. Ora più che mai. E dovremo farlo sfruttando lo spazio politico europeo,per la prima volta, dal 15 febbraio, popolato dalla società civile continentale e non solo da banchieri e guardie di frontiera. Questo spazio va usato tutto, quasi fosse una terra nuova da scoprire e da percorrere da capo.
Ancora non basta. I governi bellicisti sono già in bilico. Toccherà a noi dar loro la spinta definitiva. E questo vale anche per Bush junior,presidente grazie ai smaccati brogli elettorali e ancora presidente grazie all’11 settembre. L’America non è con lui. Dagli attivisti per la pace che vengono schiacciati dai bulldozer israeliani alle star strapagate di Hollywood, si respira solo disapprovazione per la sua linea di governo. Non c’è un intellettuale americano che si sia fatto reclutare per la sua crociata.
Missili piovono su Baghdad, edifici in fiamme dietro gli occhi sbarrati di un inviata mentre impazza la disinformazione di guerra. "Va tutto bene,va tutto bene, non si sente la puzza….", ridanciani salotti bellici spandono melassa,arruolano ogni sorta di leccaculo, accreditano ogni balla preconfezionata. Tutto inutile, il mondo è per strada, diserta la guerra catodica, va a incontrare i suoi simili nelle piazze, per pensare a qualcosa di meglio da fare, per trasformarsi nel più grande medium di massa che la soria dell’umanità abbia conosciuto. Non in nostro nome,e nemmeno in quello del loro presunto dio blasfemo. Isolati, disperati, pericolosi,seduti sopra la gigantesca polverina di una stolta volontà di potenza. Con accanto solo una parrucchiera, poverina, costretta ad un impossibili maquillage, e una telecamera a cui fare smorfie dementi prima di annunciare l’attacco..
Com’era quel motto? "Voi 8, noi 6.000.000.000"