Un'intervista con Howard Rheingold,
autore del volume «Smart Mobs» Nella cruna del digitale
Per lo studioso statunitense, Internet, l'etere
e le infrastrutture delle telecomunicazioni sono sempre state
considerate un «bene comune» da preservare dalla logica
economica. Questo ha permesso la moltiplicazione delle reti
sociali che hanno garantito l'innovazione tecnologica per
oltre un ventennio. Per le grandi corporation quei beni comuni
sono la nuova gallina con le uova d'oro. La diffusione del
personal computer e dei telefoni cellulari favorisce però la
fluidità dei movimenti sociali e la proliferazione delle
pratiche culturali. E così la tela tessuta di notte dai
«promotori» della globalizzazione viene disfatta di giorno
dall'uso sociale delle tecnologie della
comunicazione BENEDETTO
VECCHI
L'inizio è di quelli che
lasciano senza fiato. Un curioso ed eccentrico signore di
mezza età passeggia per le strade di Tokyo. E' stordito dal
continuo andirivieni di una folla che ricorda le onde di erba
provocate da un vento capriccioso che cambia continuamente
direzione su un altipiano. Ma un certo punto l'attenzione
dell'osservatore è distolta da migliaia di persone che
rivolgono lo sguardo al proprio telefono cellulare, digitando
forsennatamente sulla tastiera. Ritorna in quella strada per
più giorni e ogni volta assiste alla stessa scena. Ragazzi e
ragazze che camminano scrivendo messaggi sms, uomini e donne
mature che parlano fittamente al telefono, ignorando chi è al
loro fianco. Il nostro annota che è la prima volta che vede in
azione la txt-generation, di cui ha letto su una
rivista. Alcuni mesi dopo è nelle Filippine e sta
intervistando un ricercatore universitario che gli racconta
come a Manila gli oppositori all'ex-presidente della
repubblica - l'ex-attore Estrada - siano riusciti a cacciarlo
organizzando un sit-in di protesta di fronte al palazzo
presidenziale: un milione di persone che si sono date
appuntamento con un passaparola utilizzando il telefono
cellulare. Appuntamento che si è rinnovato per oltre una
settimana, vedendo il numero dei partecipanti aumentare di
giorno in giorno. Howard Rheingold, questo il nome
dell'eccentrico signore di mezza età, annota nuovamente che
siamo di fronte a un cambiamento epocale nell'azione
collettiva e che le cause di tale trasformazione vanno
ricercate dalla pervasività delle tecnologie della
comunicazione, Internet e telefoni cellulari in primo luogo.
E' iniziato così il suo lungo viaggio intorno al mondo, con
soste in Finlandia, Germania, Inghilterra, Filippine,
Giappone, Stati uniti, raccogliendo interviste, visitando
università, centri di ricerca e imprese. Il risultato è un
libro, da poco pubblicato da Raffaello Cortina Editore,
dall'accattivante titolo Smart mobs (pp. 372, € 24,50),
cioè piccole folle, ma la traduzione può trarre in inganno,
perché lo studio di Rheingold non vuol dare conto solo di
alcuni fenomeni sociali - la txt-generation, la
polarità e il conflitto tra la difesa dei «beni comuni» e la
logica economica -, ma anche di progetti di ricerca sulle
nanotencologie, sul wi-fi e molto altro ancora. E'
quindi un libro che sovrappone e cerca di intrecciare sempre
due aspetti, uno sociale, l'altro più propriamente
tencologico.
Il pregio del libro sta proprio in questi
due livelli. Per quanto riguarda il primo, Howard Rheingold
sottolinea più volte che ci troviamo di fronte al fatto che
l'uso diffuso del computer e del telefono cellulare favorisce
la crescita esponenziale di reti sociali, riassunta dalla
cosiddetta «legge di Reed», dal nome dello studioso che ha
sottolineato il fatto che il numero delle relazioni sociali
cresce in misura maggiore dei ritmi di crescita
dell'innovazione tecnologica. Ma le reti sociali e le
«pratiche culturali» favorite dalla pervasività delle
tecnologie digitali hanno come background la
convinzione che Internet, l'etere e le infrastrutture delle
telecomunicazioni sono «beni comuni», così come è un bene
comune anche la cooperazione sociale che favoriscono. Ma è a
questo punto che Smart Mobs cambia direzione per
lasciare spazio alla descrizione sui possibili scenari
dell'innovazione tecnologica prossima ventura. Le pagine
dedicate alle ricerche sulle nanotecnologie, sulle «tecnologie
da indossare» occupano infatti una buona metà del libro, quasi
a significare che non ci sarà nessuna «rivoluzione
tecnologica» dietro l'angolo, ma solo un miglioramento delle
tecnologie digitali attuali per favorire quella «naturale
tendenza alla cooperazione» che caratterizza gli uomini e le
donne.
D'altronde questa è una caratteristica
dell'autore, nota, più all'estero che in Italia, già ai tempi
dei suoi precendi libri - La realtà virtuale
(Baskerville) e Le comunità virtuali
(Sperling&Kupfer). L'incontro con Howard Rheingold è
avvenuto a Mantova durante il Festival della letteratura, ma
si è poi protratto più volte in rete.
Lei usa
un'espressione molto colorita paragonando l'uso di Internet o
delle tecnologie digitali a una «pecora che mangia e evacua
erba». Dalla lettura di «Smart Mobs» si ha però la sensazione
che per lei la soluzione alla recessione economica mondiale
potrebbe stare proprio nella valorizzazione economica dei beni
comuni. Non le sembra che così facendo ci si trova di fronte
al paradosso che quello che era uscito dalla porta - la logica
economica - rientri dalla finestra?
In passato
anche le ferrovie e l'elettricità venivano considerate beni
comuni. Poi sono arrivate alcune imprese che hanno cominciato
a specularci sopra. Nel frattempo alcune persone si
arricchivano, altre raggiungevano una certa tranquillità
economica, altre ancora rimanevano povere. Poi, e siamo tra la
fine dell'Otttocento e i primi decenni del Novecento, la bolla
speculativa è esplosa. Ne è seguito un periodo di crisi, alla
fine del quale tutto si è stabilizzato. L'eredità di quel
periodo è stata l'affermazione di nuove modalità nel fare
business che hanno garantito, tra alti e bassi, la crescita
economica. Attualmente, è frequente imbattersi in studiosi che
invitano a un certo fatalismo: la crisi era inevitabile,
aspettiamo che passi e poi la locomotiva dello sviluppo
riprenderà la velocità giusta. La recessione è un brutto
affare, inutile negarlo. Eppure le tecnologie digitali offrono
opportunità inattese. Favoriscono cioè la circolazione delle
informazioni che si possono tradurre in opportunità
economiche. E' indubbio che l'uso intensivo del telefono
cellulare in Africa, America latina o Asia può aiutare a
intraprendere piccole attività economiche o sfruttare a
proprio vantaggio la maggiore fluidità del mercato del lavoro.
In questo libro affermo che la prossima, grande trasformazione
non avrà come protagonista il computer, ma altre tecnologie
meno complicate e più pervasive: il telefono cellulare e la
connessione senza fili a una infrattura informativa
altrettanto pervasiva della vita sociale. Se ci sarà un'uscita
dalla recessione mondiale sarà perché queste tecnologie
semplici e allo stesso tempo potenti avranno costi di
produzione talmente bassi da dare vita a un mercato di massa.
Poi spetterà alla cooperazione sociale definire cosa farne e
come usarle. Non so se così rispondo alla sua
domanda....
In parte. Volevo capire qual è, secondo
lei, il rapporto tra un bene comune e l'attività economica.
Lei sottolinea spesso che i beni comuni vanno difesi in quanto
tali e che vanno preservati dalle logiche stringenti che
guidano le imprese. Concordo. Ma poi leggiamo che le grandi
corporation e gli stati nazionali vogliono rendere
economicamente produttivi quei beni comuni....
I
beni comuni devono rimanere tali. Poi entreranno in campo
altri fattori per decidere come utilizzare i risultati della
cooperazione sociale attivata dall'accesso ad essi. Con
Internet è stato così. Ho il sospetto che piegare un bene
comune alla sola logica economica comporterà un rallentamento
dell'innovazione. Lo sviluppo economico dipende sempre più
dalla capacità di innovare la tecnologie e i modi di fare
business. Chi rallenta l'innovazione, rallenta lo sviluppo
economico: per questa ragione i beni comuni devono rimanere
tali. Ogni innovazione nasce da un complesso sistema sociale
in cui sono coinvolti centri di ricerca, università, pratiche
sociali e culturali. Cioè da una partecipazione all'uso di un
bene comune che deve essere rigenerato continuamente, pena il
declino di una società e della sua economia.
La
parte finale di «Smart mobs» è infatti dedicata alle
agguerrite politiche di controllo dei comportamenti
individuali e collettivi portate avanti dalle grandi
corporation e dalle istituzioni statali. Siamo quindi alla
rivincita della logica economica sulla «naturale» tendenza
alla cooperazione sociale su cui lei tanto insiste nel
libro?
Internet è stata sicuramente usata per fare
soldi, anche se il World wide web è nato e si è sviluppato al
di fuori di una logica economica in senso stretto. Le grandi
corporation hanno inizialmente guardato con sufficienza le
aziende che nascevano nella rete, ma quando hanno capito che
quello che appariva un gioco poteva diventare una miniera
d'oro si sono lanciati alla conquista del cyberspazio. Il
telefono cellulare è, da pochi anni, diventato l'«Internet dei
poveri». Ma anche in questo caso le grandi corporation hanno
capito che la cosiddetta convergenza tecnologica tra
televione, computer e telecomunicazioni era a portata di mano
e che poteva diventare la nuova gallina dalle uova
d'oro.
Uno degli strumenti che le imprese vogliono
usare per riportare all'ordine la cooperazione sociale è la
legislazione sul copyright, come i digital rights
managment. E' noto che si tratta di un insieme di
programmi informatici e tecnologie volti a definire
«dall'alto» le modalità d'uso di una particolare tecnologia.
Può sembrare strano, ma questo può comportare la definizione
di regole prescrittive su come si usa Internet, o un programma
di transizione finanziaria o come si compiono alcune
operazioni al computer in nome della tutela della proprietà
intellettuale. Tutto ciò è assurdo. Basti guardare al nostro
recente passato. La produzione e il miglioramento di alcuni
programmi informatici sono avvenute «dal basso», cioè sono
stato il risultato di una fitta rete di scambi e di pratiche
sociali avvenuti fuori dalla logica mercantile. Definire per
legge cosa e come fare con una determinata tecnologia rallenta
l'innovazione. E tuttavia il recente digital millennium
copyright act approvato dal Congresso americano va proprio
in questa direzione.
La pervasività della tecnologia
da lei descritta si accompagna a un'enfasi sulle reti sociali
alimentate dal computer o dal telefono cellulare. Si tratta di
reti informali, poco gerarchizzate, ma che hanno il loro
collante in tre parole chiave: reciprocità, cooperazione e
reputazione. Può spiegare meglio cosa
intende?
Proporrei di partire dall'azione
collettiva, un concetto sicuramente più esaustivo di quello di
rete. Nell'azione collettiva i singoli sono consapevoli di
collaborare, di cooperare con altri. E l'azione collettiva non
riguarda solo i movimenti sociali, ma anche le interazioni
sociali che avvengono nella borsa valori o nel mercato o nella
ricerca scientifica. E' la società stessa che fornisce la
cornice in cui collocare l'azione collettiva e i singoli sono
consapevoli che il vivere in società arrecherà loro dei
vantaggi, anche se ognuno di noi si muove cercando di
ottimizzare e perseguire i propri interessi. Inutile negare il
fatto che il web è un esempio di una cooperazione che ha
soddisfatto tutti, riuscendo a trovare il modo di limitare i
danni dei free-riders, gli scrocconi che si
appropriavano dei risultati di quella cooperazione facendo
leva proprio sulla reciprocità e la reputazione che si
acquista nel cyberspazio. C'è dunque una tendenza innata
nell'uomo di stare in società e lo stare in società avviene
attraverso la comunicazione, cioè si parla, si scrive, si
discute, definendo così obiettivi comuni da perseguire. E,
visto che Internet o il telefono cellulare sono
sostanzialmente strumenti per conversare e per incontrarsi
senza la mediazione del gruppo sociale di appartenenza o di
istituzioni governative o di una organizzazione produttiva, la
loro diffusione e pervasività ha moltiplicato anche le
possibilità di cooperare e collaborare.
In «Smart
mobs» ci sono tantissimi esempi di «folle mobili» che si
riuniscono, compiono le azioni che si sono prefissate e poi si
sciolgono. Alcune volte per futili motivi - incontrarsi per
entrare in un negozio e fare le stesse domandi ai commessi,
come è accaduto recentemente a Roma -, altre per obiettivi ben
più ambiziosi, promuovere una mobilitazione politica. Sono
forse casi limiti, ma non crede che sia proprio la fluidità e
l'estemporaneità la caratteristica dei movimenti
sociali?
Devo dire che la prima volta che mi è
capitato di soffermarmi su quello che vedevo nelle strade di
Tokyo mi ha inquietato. Venti, trenta anni fa i giovani si
incontravano e decidevano cosa fare. Ora tutto è mediato dal
telefono, in particolare modo da quello cellulare, con una
differenza sostanziale rispetto al passato: le persone
rimangono in contatto continuamente. L'uso esponenziale dei
messagini telefonici, gli Sms, determina una comunicazione
continua, ininterotta. Se questo poi si applica all'azione
militante si va incontro a esiti sorprendenti. Forse ha
ragione lei quando ritiene che le «folle mobili» sono da
considerare il modello esplicativo del funzionamento dei
movimenti sociali o politici. Questo è stato evidente in molte
occasioni, a Seattle, a Manila, ma anche in Corea del Sud
durante le mobilitazioni degli studenti contro il governo o
dei lavoratori che protestavano per la chiusura delle loro
fabbriche. Nelle ultime elezioni presidenziali americane gli
sms sono stati usate massicciamente durante le primarie.
Trenta anni fa per organizzare una mobilitazioni contro la
guerra nel Vietnam ci volevano tre mesi, oggi per preparare
una manifestazione per la pace, come è accaduto lo scorso
febbraio, ci sono volute tre settimane. Sarei quindi tentato
di rispondere alla sua domanda sostenendo che i movimenti
sociali cambiano le proprie forme di azione parallelamente ai
cambiamenti intervenuti nella tecnologia della
comunicazione.
Dal mio punto di vista, non posso quindi
che sottolineare due tendenze contradditorie tra loro. Da una
parte, i media globali e e la crescente interdipendenza
economia tra i paesi favoriscono l'affermazione di una
monocultura al punto che i diversi paesi sembrano le fotocopie
di un originale definito dai «promotori» della
globalizzazione. E tuttavia l'uso accorto di alcuni media -
internet e l'ultima generazione dei telefonini cellulari - da
parte sopratutto dei giovani dà vita a pratiche sociali e
culturali che minano dall'interno l'organicità di quella
monocultura. In altri termini, la tela tessuta di notte dai
media globali viene disfatta di giorno dall'uso sociale delle
tecnologie della
comunicazione.
|