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editoriale
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Il declino americano GABRIELE POLO Le
statue di Saddam cadono una dopo l'altra, il tiranno si è
dissolto insieme al suo regime, i sottotitoli arabi di Bush e
Blair annunciano all'Iraq l'avvento di un'era di libertà. La
destra italiana e le sue propaggini televisive e su carta
stampata - nel loro piccolo - cantano le magnifiche sorti
annunciate da una vittoria più rapida del previsto. Poco
importa che tra il Tigri e l'Eufrate si continui a morire e si
vedano più saccheggi che festeggiamenti, mentre acqua
potabile, medicine e viveri rimangono un privilegio per pochi.
Ciò che conta è la vittoria della più grande armata di tutti i
tempi, il trionfo militare, la dimostrazione che la guerra è
una sorta di stato di natura che, se gestita dalla
superpotenza americana, risolve i problemi del mondo. Ma
proprio questo è il punto, risolve cosa? La conquista
dell'Iraq (il cui costo umano sembra non interessare i
vincitori e i loro fan), quando sarà completata, trasformerà
quel paese in un protettorato americano, per la felicità dei
potenti gruppi economici che hanno portato Bush alla Casa
bianca ma a costo di una rottura storica dentro l'occidente,
trasformando il Medio oriente in una grande base americana,
preparando nuovi conflitti di cui la guerra breve e vittoriosa
indicherà la soluzione. I lasciti della presa di Baghdad sono
i morti, i feriti, gli stenti, le tensioni in Kurdistan,
l'orizzonte buio su Siria e Iran. Ma più in là si annuncia
qualcosa di peggiore, insito nella stessa natura della guerra
in corso, nelle sue ragioni di fondo, nei piani dei suoi
condottieri.
Lo hanno detto esplicitamente: «durerà
trent'anni», per l'ex capo della Cia «è la quarta guerra
mondiale». Se non ci raccontano bugie, le tre settimane della
presa di Baghdad non sono che un episodio, una battaglia che
si avvia alla conclusione di una guerra volutamente infinita.
L'amministrazione Bush risponde così alla crisi di un sistema
che continua a promettere il benessere mondiale ma che sa di
non poterlo realizzare: l'egemonia dell'american way of
life non regge più, oggi ciò che tiene in piedi e spinge
gli Stati uniti è una logica di dominio. Non c'è più alcuna
nuova frontiera ma solo disperato bisogno di controllare vita,
risorse e pensieri in un mondo in cui il 20% degli abitanti
consuma l'80% delle risorse, in cui la ricchezza dei 475
(quattrocentosettacinque) individui «più fortunati» è pari a
quella dei 2.000.000.000 (due miliardi) «più sfortunati».
Incapaci di raccogliere il consenso, perseguono il controllo:
possono conquistare, non convincere, ma può il mondo essere
governato così? I giornali della destra italiana possono anche
paragonare la presa di Baghdad all'ingresso degli
anglo-americani a Roma nel `44, ma tra i due eventi c'è
l'abisso che separa la guerra preventiva da quella di
liberazione, la distanza che divide l'imposizione di un
sistema politico da un processo democratico. E, appunto, è la
democrazia la prima vittima di questa guerra, il venir meno
del principio per cui la partecipazione delle persone alla
vita pubblica non può essere imposto dall'alto (tantomeno a
mano armata) ma deve essere frutto di un percorso collettivo.
Come recitano le grandi costituzioni, quella americana
compresa. Insieme al diritto alla felicità.
Oggi la
felicità ha un sapore più triviale: «Democrazia, whisky e
sesso», urlava qualche giorno fa un anziano di Bassora. La
«bella» illusione della merce - da esibire, più che da
distribuire, per la crisi dello sviluppo iniziata ben prima
dell'11 settembre. Questo è il messaggio che l'occidente
lancia al mondo, la riduzione dei princìpi politici e
culturali a puro consumo. I militari americani stanno vincendo
la guerra - com'era prevedibile - ma il lungo declino della
superpotenza è stato annunciato al mondo dal lancio del primo
missile su Baghdad. L'altra «superpotenza», quella pacifista
che scenderà di nuovo in piazza domani, ha tutte le ragioni
per continuare a stare in campo. Non solo per dire che ogni
pallottola è un crimine contro l'umanità, ma anche per
affrontare le ragioni del declino di civiltà che provocano
quel crimine.
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