il manifesto - 11 Aprile 2003 prima pagina
 

editoriale

Il declino americano
GABRIELE POLO
Le statue di Saddam cadono una dopo l'altra, il tiranno si è dissolto insieme al suo regime, i sottotitoli arabi di Bush e Blair annunciano all'Iraq l'avvento di un'era di libertà. La destra italiana e le sue propaggini televisive e su carta stampata - nel loro piccolo - cantano le magnifiche sorti annunciate da una vittoria più rapida del previsto. Poco importa che tra il Tigri e l'Eufrate si continui a morire e si vedano più saccheggi che festeggiamenti, mentre acqua potabile, medicine e viveri rimangono un privilegio per pochi. Ciò che conta è la vittoria della più grande armata di tutti i tempi, il trionfo militare, la dimostrazione che la guerra è una sorta di stato di natura che, se gestita dalla superpotenza americana, risolve i problemi del mondo. Ma proprio questo è il punto, risolve cosa? La conquista dell'Iraq (il cui costo umano sembra non interessare i vincitori e i loro fan), quando sarà completata, trasformerà quel paese in un protettorato americano, per la felicità dei potenti gruppi economici che hanno portato Bush alla Casa bianca ma a costo di una rottura storica dentro l'occidente, trasformando il Medio oriente in una grande base americana, preparando nuovi conflitti di cui la guerra breve e vittoriosa indicherà la soluzione. I lasciti della presa di Baghdad sono i morti, i feriti, gli stenti, le tensioni in Kurdistan, l'orizzonte buio su Siria e Iran. Ma più in là si annuncia qualcosa di peggiore, insito nella stessa natura della guerra in corso, nelle sue ragioni di fondo, nei piani dei suoi condottieri.

Lo hanno detto esplicitamente: «durerà trent'anni», per l'ex capo della Cia «è la quarta guerra mondiale». Se non ci raccontano bugie, le tre settimane della presa di Baghdad non sono che un episodio, una battaglia che si avvia alla conclusione di una guerra volutamente infinita. L'amministrazione Bush risponde così alla crisi di un sistema che continua a promettere il benessere mondiale ma che sa di non poterlo realizzare: l'egemonia dell'american way of life non regge più, oggi ciò che tiene in piedi e spinge gli Stati uniti è una logica di dominio. Non c'è più alcuna nuova frontiera ma solo disperato bisogno di controllare vita, risorse e pensieri in un mondo in cui il 20% degli abitanti consuma l'80% delle risorse, in cui la ricchezza dei 475 (quattrocentosettacinque) individui «più fortunati» è pari a quella dei 2.000.000.000 (due miliardi) «più sfortunati». Incapaci di raccogliere il consenso, perseguono il controllo: possono conquistare, non convincere, ma può il mondo essere governato così? I giornali della destra italiana possono anche paragonare la presa di Baghdad all'ingresso degli anglo-americani a Roma nel `44, ma tra i due eventi c'è l'abisso che separa la guerra preventiva da quella di liberazione, la distanza che divide l'imposizione di un sistema politico da un processo democratico. E, appunto, è la democrazia la prima vittima di questa guerra, il venir meno del principio per cui la partecipazione delle persone alla vita pubblica non può essere imposto dall'alto (tantomeno a mano armata) ma deve essere frutto di un percorso collettivo. Come recitano le grandi costituzioni, quella americana compresa. Insieme al diritto alla felicità.

Oggi la felicità ha un sapore più triviale: «Democrazia, whisky e sesso», urlava qualche giorno fa un anziano di Bassora. La «bella» illusione della merce - da esibire, più che da distribuire, per la crisi dello sviluppo iniziata ben prima dell'11 settembre. Questo è il messaggio che l'occidente lancia al mondo, la riduzione dei princìpi politici e culturali a puro consumo. I militari americani stanno vincendo la guerra - com'era prevedibile - ma il lungo declino della superpotenza è stato annunciato al mondo dal lancio del primo missile su Baghdad. L'altra «superpotenza», quella pacifista che scenderà di nuovo in piazza domani, ha tutte le ragioni per continuare a stare in campo. Non solo per dire che ogni pallottola è un crimine contro l'umanità, ma anche per affrontare le ragioni del declino di civiltà che provocano quel crimine.


 
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