L’ISTRUZIONE PUBBLICA IRROMPE NELLA ZONA ROSSA
di Dario Missaglia
Pubblicato su “Carta” n.36
Il WTO
di Cancun è fallito, recitano le notizie. E le immagini dei “contestatori” che
brindano all’evento forniscono l’autentica interpretazione: ha vinto la cultura
negativa dei new-no global, quelli che l’insuccesso lo vivono come il senso del
proprio agire. E invece così non è stato. anzi, io credo che Cancun rappresenti
una svolta e per più di una ragione. I paesi più esposti al dominio Usa-Europa,
si sono presentati per la prima volta “organizzati”, respingendo, sul terreno
cruciale dei sussidi agli agricoltori dei paesi ricchi, l’offensiva liberista.
E lo
hanno fatto, soprattutto, valorizzando ed elaborando proposte alternative nate
dalla contaminazione positiva con il pensiero dei movimenti. E’ insomma
accaduto, per la prima volta, che il pensiero alternativo cresciuto in questi
anni fuori dalle istituzioni, si è “fatto” istituzione, contestando i principi
e i cardini, che parevano intoccabili, del libero mercato. Una contestazione
“dal di dentro” e non solo da fuori e proprio per questo più dura e sorprendente.
Questo
fenomeno sta dunque a indicare una crescita del pensiero critico, non più
confinato nella zona della critica difensiva e negativa, ma “ sconfinato” sul
terreno dell’avversario.
E’
accaduto così che mentre la “zona rossa”, presidiata come non mai, è rimasta
off limits per i manifestanti, il loro pensiero ha scardinato la zona rossa ed
è penetrato nel “Palazzo” si è fatto voce di tanti delegati dei paesi poveri.
Proprio
in ragione di questo salto di qualità, Cancun non si è risolta in un inno alla
chiusura del WTO; anzi, proprio per effetto dei processi che essa ha messo in
moto, avanza la consapevolezza che l’unica alternativa possibile è costruire
una piattaforma per la riforma del commercio mondiale. Diversamente, nessun
paese potrebbe sfuggire alla morsa dei negoziati bilaterali in cui il peso del
colosso Usa sarebbe incontenibile. Cancun segna in sostanza l’avvio di una
politica mondiale de commercio tesa a porre limiti chiari alle pretese di
estendere anche ai servizi pubblici fondamentali le regole del libero mercato,
di introdurre vincoli e trasparenza nelle multinazionali, di abolire i sussidi
all’agricoltura nei paesi ricchi. E’
l’inizio di un nuovo percorso che può avere effetti straordinari nelle
politiche “locali”.
Edo in
questo una sfida dirimente. E’ in gioco la capacità di dimostrare la forza di
un pensiero che diversamente corre grandi rischi. Tanto più è debole il
pensiero capace di affrontare i problemi reali che abbiamo di fronte a noi, nel
nostro contesto, tanto più è grande il rischio che il nuovo pensiero critico
globale assuma le vesti di un nuovo millenarismo che per decenni ha costituito
il punto di riferimento di tanta parte della sinistra italiana e non solo. Una
nuova ideologia consolatoria che permette al nostro pensiero più radicale di
affrontare le contraddizioni più clamorose dello sviluppo mondiale ineguale e
di essere, nello stesso tempo, incapace di far muovere energie concrete verso
le contraddizioni che segnano il nostro quotidiano.
E’ un rischio tutt’altro che remoto perché “interno” alla stessa globalizzazione. Questo processo ha, infatti, sviluppato oltre ogni nostra previsione la capacità di guardare “lontano”. Pensiamo alla straordinaria mobilitazione di tanti giovani sulla pace, sulle grandi ingiustizie del mondo e, insieme, sulla difficoltà di costruire, sulla stessa ampiezza ed entusiasmo, un movimento di lotta sui temi che ci riguardano più da vicino. Pensiamo ancora al grande interesse che si muove non appena si annuncia un vertice mondiale e al prevalente disinteresse verso la vita istituzionale locale (dai consigli comunali a quelli regionali o provinciali) dove si giocano molte delle scelte che ci riguardano.
Intendiamoci,
io credo che sia assolutamente importante che questa capacità di guardare “lontano”
sia assunta come uno dei nuovi contenuti del sapere, della formazione della
persona.
Se
l’Europa non è ancora avvertita come
spazio comune del sapere e della formazione non è solo per la centralità dell’euro,
ovvero delle politiche economiche, ma anche per il fatto che il processo di
costruzione della comunità resta recluso nelle diplomazie degli stati membri,
anche quando si parla della Costituzione europea. Occorre, pertanto, lavorare
per una dimensione sociale dell’Europa in cui i diritti della persona, il
sapere, il lavoro, lo stato sociale possano presto diventare terreni di
formazione identitaria per milioni di persone.
La
globalizzazione, infatti, si mostra perfettamente compatibile con la
sopravvivenza di tanti localismi, di confini artificiosi, di una frammentazione
delle identità che è sotto gli occhi di tutto e che, in larga parte, genera
quella società dell’incertezza e dell’individualismo che Barman descrive con
tanta efficacia. Occorre insomma, imparare a guardare “lontano” ma anche a
guardare “vicino”, ricostruendo senso alle relazioni sociali che ciascuno vive
nel proprio territorio sapendole proiettare sullo scenario più vasto.
Sapere e
formazione diventano perciò questioni fondamentali del processo in corso. Ma
sono questioni delicatissime perché qui, più che altrove, le ideologie sono in
agguato e possono provocare danni rilevanti.
Per anni
la cosiddetta modernizzazione, ovvero i poderosi processi di trasformazione che
hanno caratterizzato il mondo del lavoro, dei consumi, della vita sociale, ha
esercitato un fascino impensabile anche nei confronti di chi avrebbe dovuto
avere uno sguardo più critico, non già per negarla, ma per coglierne gli
aspetti ambivalenti, le contraddizioni e le potenzialità. La mancanza di una
autonomia culturale nei confronti della modernizzazione ha prodotto una sorta
di invisibilità sociale della sinistra e una riduzione al “governare” che ha
perso l’anima strada facendo.
E la
destra ha vinto su un’idea subalterna alla modernizzazione, in cui la
competizione individuale è presentata come l’unica forza vincente. Non c’è
posto per i perdenti, per quelli in difficoltà, per i non fortunati. E non c’è
posto per il “pubblico”, sia esso scuola o università, che drena solo risposte
che potrebbero essere destinate a chi vale. E ovviamente non c’è posto per i
luoghi della intermediazione sociale, peri sindacati, per l’affermazione dei
diritti delle persone e del lavoratori.
Lo si
voglia o meno riconoscere quella idea subalterna di modernizzazione è molto
profonda nel tessuto sociale e vive in mille forme. Di qui la difficoltà ad una
critica che si faccia proposta, capace di smuovere i processi. Il modello
competitivo ben si adatta, infatti, in una scuola che da decenni vive in una
situazione di individualismo esasperato che è sotto gli occhi di tutti e che
trionfa nella scuola ben prima di Berlusconi. E’ un individualismo che viene lontano,
dalla cultura gentiliana della scuola italiana, dai modelli organizzativi in
cui esistono cattedre e classi, dove la dimensione cooperativa è lo sforzo
sovversivo di pochi volonterosi. E’ un individualismo che produce anche
patologie, ma il rimedio non è sanitario: sta nella capacità di assumere il
lavoro nella scuola come oggetto di una ricerca sul campo per affermare stili e
valori diversi – la progettazione comune, la cooperazione didattica, l’autogestione
dei tempi e degli spazi, il rapporto dialettico ma forte con il territorio, le
sue istituzioni, i soggetti sociali.
Senza
una prospettiva in avanti, le residue forze del cambiamento rischiano di farsi
risucchiare nelle ideologie consolatorie del passato e la scuola non è avara di
occasioni. L’ultimo dei provvedimenti a favore delle famiglie che iscrivono i
figli alla scuola privata sembra essere messo lì apposta per un ritorno al
passato. Perché, in fondo, un pensiero radicale fa parte della nostravstoria,
dai Patti lateranensi in poi e riemerge carsicamente sulla questione irrisolta
dell’ora di religione e degli insegnanti di religione.
Certo
che la protesta è giustificata e anche indignata! Perché non è accettabile che
da una parte si tagli sul versante pubblico (precari, organici, risorse e dall’altra
si regali al privato. Eppure, non è questa la contraddizione di fondo: è roba
vecchia, cambiali elettorali improvvisate e dal prevedibile scarsissimo
effetto, che rischiano però di impedire di cogliere la vera “privatizzazione”
che avanza. Cioè il privatismo delle scelte, la riconduzione dell’offerta alla
domanda individuale di formazione, la demolizione sul campo del ruolo del
pubblico come luogo in cui le persone crescono nella eterogeneità degli
incontri e delle culture che producono laicità,
crescita, costruzione critics delle identità. Competizione, individualismo e
familismo sono i perni su cui tenta di passare il disegnodel ministro Moratti
ed è a questo livello che va costruita la risposta, ridefinendo il senso e il valore
dello spazio pubblico, la sua funzione insostituibile.
La
risposta non può essere la romantica difesa della “scuola statale”. E chi è lo
Stato oggi? Come ridare significato al dettato
costituzionale rompendo quella dinamica individualistica che segna la “scuola
moderna” se non ricostruendo legami sociali forti, significativi, ponendosi
concretamente come parte della società locale che sa guardare anche lontano?
E che
cosa può essere per noi l’autonomia, altro feticcio denso di ideologia, se non
una cultura e una pratica dell’autorganizzazione del lavoro in cui far vivere i
progetti e le azioni di chi vuole
provare a misurarsi con la società circostante, anche a rischio di esserne
valutato, criticato, ma anche riconosciuto?
Pubblica
è la scuola che riesce davvero a porsi come “agorà” disponibile, sempre aperta
al confronto, attenta a quei saperi che nascono nei luoghi di aggregazione, tra
i giovani, nel mondo del lavoro, nella società circostante. Non parlo della
delicata questione del “federalismo”, ma di quella dimensione sociale del
sapere senza la quale la scuola si fa distante dalle persone, dalla loro vita,
dalle attese e dalle domande che esprimono.
E’ tempo
dunque di costruire e far vivere nuovi processi sociali, di partecipazione e di
lotta, nella scuola e nell’università. Il governo di centrodestra, al suo giro
di boa, ha disgelato i caratteri regressivi della sua politica e del suo
modello di sviluppo. E’ sacrosanto battersi contro le misure più inique che
avanzano nello scenario sociale, dalle pensioni alla scuola, dalla caduta dei
redditi alla demolizione dello stato sociale. Ma è anche tempo, per noi, di
cominciare a scrivere i primi appunti per una società diversa, assumendoci la
responsabilità di indicare obiettivi praticabili, scelte programmatiche chiare
orientate a valori visibili, forti, condivisi.