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Al
ritorno dalle vacanze i docenti, non senza sorpresa, si sono trovati
investiti dalla responsabilità di dover decidere su due piedi se aderire
o meno alla sperimentazione della riforma ministeriale Pino Patroncini |
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Sono
dunque 250 le scuole della
pseudosperimentazione Moratti-Bertagna. In
realtà saremmo curiosi di conoscere i nominativi delle 1000 scuole che in
pieno agosto, diceva il Ministro, si erano offerte per la sperimentazione
e da cui poi si sarebbero prescelte
le 250 scuole. Occorreva
fare i conti, infatti, con i collegi dei docenti i quali hanno
utilizzato appieno il loro potere tecnico-scientifico rifiutandosi di
improvvisare su questioni così delicate. La
rassegna stampa nel
sito della Cgil Scuola, riporta i moltissimi no dei collegi che hanno
rifiutato l’improvvisata estiva con motivazioni serie e riporta anche i
pochissimi si. Valga come metafora dei si quello di Semproniano
sull’Amiata che trascriviamo “ Come
la scuola di Semproniano sull´Amiata, la sola della provincia di Grosseto
ad avere fatto richiesta, a condizione però di ottenere un insegnante in
più. «In quanto Comune montano abbiamo delle pluriclassi. Per attuare la
sperimentazione dobbiamo separare i 5 allievi della prima dagli altri 22
bambini. E questo possiamo farlo solo con una unità di personale in più».
Lo afferma la direttrice Barbara Rosini, che della riforma trova
interessante «il portfolio di competenze individuali dell´alunno». Ma
nella elementare di Grosseto che rientra nel suo circolo, alla
sperimentazione non ci hanno neanche pensato. «Lì le condizioni per
attuarla proprio non ci sono. Né ora, né in futuro». Repubblica di
Firenze del 28/9/2002. Quante
scuole periferiche che sperimenteranno sono nelle stesse condizioni ?
Si rende conto il Ministro che
tra le poche scuole che hanno
aderito, tante sono scuole statali situate
in territori periferici
e moltissime sono
private? Semproniano sull’Amiata è la metafora
di un fallimento annunciato. Siamo
passati dalla pedagogia di stato al
pedagogista unico di governo e
davvero il Ministro credeva che i collegi avrebbero trovato
accettabile un documento che sembra scritto
con il taglia e cuci su lavori noti
? Al
Ministro offriamo una proposta: si liberi del consigliere che l’ha
esposta a questa prevedibile figuraccia e sostituisca il pedagogista di
governo. La
pseudosperimentazione è, nonostante la propaganda di regime, stata
respinta dalla stragrande maggioranza dei collegi docenti italiani .
Respinta nel merito tecnico scientifico dal CNPI che aveva offerto
l’opportunità al Ministro per
un’onorevole fermo: “Non c’è tempo..”, ma che con protervia non
è stata accolta. Sperimentazione, inoltre,
ferocemente criticata dall’ ANCI (Associazione Comuni Italiani),
bocciata dal suo Governo che a sordo al progetto della Moratti di proporla
in modo passivo ha ridotto il tutto a 200 scuole circa. Questo
è il fallimento totale di un progetto anche per imperizia dei suoi
protagonisti. In politica gli errori si pagano. Un Ministro che, peraltro,
non vive di politica, dovrebbe trarne le conseguenze. Non si fa il
ministro a dispetto dei santi, dei partiti di maggioranza e di minoranza. Omer
Bonezzi |
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di
Sandra Coronella - 25-10-2002 tratto da "Fuoriregistro" www.didaweb.net su indicazione della rassegna stampa della Cgilscuola |
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Ho
letto con sorpresa l’articolo del 22 ottobre a firma Campione e Ribolzi
sulla scuola. In quella pagina il mio nome è richiamato ben 5 volte, e il
tono generale degli articoli potrebbe indurre il lettore a pensare che un
mio silenzio copra un sostanziale consenso con quel che si dice in quei
testi. |
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Il sistema della globalizzazione è sintetizzabile in tre punti principali:
Questi sono anche i tre elementi fondativi delle teorie neoliberiste. Lo sviluppo unico, costoso distruttivo dell’ambiente, indifferente alle vocazioni territoriali, è alla base del fallimento delle economie del terzo mondo ha provocato solo indebitamento, crisi istituzionali, aumento della povertà. Il mercato globale favorisce concorrenza, macroimprese, pubblicità menzognera, lavoro minorile, instabilità occupazionale…; Il flusso dei capitali provoca l’investimento nello speculativo (97%) invece che nella produzione (3%), sottoponendo le economia nazionali a continue crisi cicliche. All’interno di questo modello si stanno accentuando le differenze, il mondo si sta sempre più dividendo tra chi produce, ricerca, accumula brevetti e detta le regole (Usa, GB, Germania) e chi svolge un "ruolo di secondo livello", addetto al consumo ed alla distribuzione (Italia, Russia, Brasile…), sottoposto ad una dipendenza strutturale. Nel momento in cui la società ha più mezzi, la tecnologia produce formidabili strumenti di miglioramento, assistiamo ad una rimozione del sociale e del culturale che non ha precedenti storici. La globalizzazione esige una scuola funzionale ai propri fini. Il nostro governo, qualificandosi sempre più come un governo di addetti al commercio ed alla distribuzione persegue in tutti i modi questo disegno. L’attacco alla scuola pubblica va letto dentro questa ottica, e per la verità il ministro Moratti non se ne vergogna neanche visto che ha aderito al manifesto della Scuola Libera! dove si afferma che: "La globalizzazione economica richiede standard sempre più elevati di preparazione per ogni tipo di lavoro e professione… A questo scopo serve una scuola in cui gli istituti siano indotti all’emulazione per proporre la migliore offerta formativa possibile". E’ il passaggio da scuola-diritto a scuola-merce. Ritornano profetiche le parole di Ivan Illich che nel 1970, in un osservatorio privilegiato come l’America Latina , affermava: "Molti studenti, specie se poveri sanno per istinto cosa fa la scuola per loro, insegna loro a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole , l’escalation porta al successo. In questo modo si scolarizza l’allievo a confondere insegnamento ed apprendimento, promozione ed istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo." La scuola
diventa un luogo di selezione, di separazione, di esclusione, innanzitutto
negando il diritto all’istruzione e poi trasformandosi essa stessa nel
luogo in cui si perfezionano i meccanismi che presiedono allo scambio di
merci, il luogo in cui si prepara questo scambio. E’ quello che si
definisce il Branding dell’Istruzione. L’istruzione e i servizi sociali, come richiesto dall’Internazionale dell’Istruzione, vanno tenuti fuori dal GATS, bisogna impedire che le regole dell’istruzione e i principi della formazione obbediscano ad una idea che fa del profitto e dell’ottimizzazione dello stesso il principio ispiratore. La qualità della scuola, la maniera in cui essa deve essere istituzionalizzata, va rapportata alle specificità di ogni paese, alla propria storia, ai propri modelli culturali, la globalizzazione dei commerci persegue invece una strategia di omologazione culturale per meglio programmare la produzione delle merci e il controllo dei consumi. Subordinare a tali prospettive la formazione significa importare modelli acritici di formazione e far diventare le scuole luoghi di costruzione dei consumi. Processi di questo tipo sono pericolosi non solo per quei paesi che ancora non hanno un proprio sistema dell’istruzione che riesca a combattere efficacemente l’analfabetismo, e che quindi corrono il rischio di costruire modelli intorno ad una opzione completamente sbagliata, ma anche per paesi come il nostro, ed in genere per i paesi europei, che sono investiti i da alcuni anni da una profonda riflessione sui modelli educativi che rischia di essere condizionata solo da logiche di funzionalità al mercato. Il rapporto tra scuola e mercato, tra scuola e modello di società è questione complessa anche sul piano teorico perché contiene variabili diverse e non facilmente riconducibili, la costante perfettibilità dei sistemi formativi è anche il prodotto di tale complessità, il modello di subordinazione della scuola al mercato, esemplificando le soluzioni, può risultare appetibile e per questo condotta una campagna costante che ne evidenzia tutta la pericolosità. Oggi è necessario, a partire dai dati mondiali sull’istruzione, costruire un grande movimento per la lotta all’analfabetismo riproponendo l’obiettivo di Dakar, per raggiungere entro il 2015 la piena scolarizzazione di base per tutti i paesi dotandosi però, affinché non resti un pura petizione di principio, di strumenti di monitoraggio che facciano capo agli organismi internazionali con una forte rappresentanza delle ONG e dei Sindacati, ma nello stesso tempo bisogna che questa campagna si doti di una cassetta degli attrezzi comuni che vada ad operare sulle specificità culturali entro cui in ogni paese questo processo deve muoversi. L’istruzione per tutti può anche diventare un cavallo di troia entro cui si insinuano logiche di mercato e meccanismi di induzioni dei bisogni, è un pericolo che si può correre, in questa fase, e che dobbiamo evitare. La scuola deve essere tenuta fuori dalla liberalizzazione dei commerci, questa deve essere una priorità, una priorità che deve dar luogo , da noi, ad una grande battaglia per la difesa e la qualità della scuola pubblica, ma ci deve vedere impegnati anche affinché una istruzione pubblica venga garantita, a partire dalla scuola di base, in quei paesi dove non esiste e che proprio per questo è sottoposta a rischi ed a pressioni per aprire il sistema educativo agli affari ed ai privati, processo questo che si evidenzia soprattutto nell’istruzione superiore e nell’università. Sul piano della conoscenza bisogna fare i conti con processi che ristrutturando la dimensione spazio/ temporale permettono forme nuove di espressione ed esprimono relazioni tra gli individui. La globalizzazione sta producendo importanti modificazioni nell’esistenza umana, i processi di produzione e trasmissione dei saperi sono sempre più veloci; lo spazio individuale si è allargato fino a diventare sempre più collettivo, approssimando sempre più quel "villaggio globale" di cui parlava Marshal McLuhan, senza però che a questa collettivizzazione corrisponda necessariamente un aumento della socialità. Tutto questo implica anche una profonda riflessione sui contenuti dell’istruzione, sui saperi a cui bisogna riferirsi: oggi necessitiamo di mappe cognitive ampie e flessibili, di strumenti capaci di far costruire ed evolvere queste mappe, per allargarle, per ristrutturarle o per incrementare il loro potere di discriminazione. Solo chi sarà in grado di acquisire e utilizzare tali mappe sarà in grado di esercitare un proprio diritto di cittadinanza. La scuola come luogo di trasmissione di saperi codificati non ha più un ruolo, un futuro. Bisogna ripensare in questi termini sia i modelli formativi dei paesi industrializzati sia i programmi di alfabetizzazione primaria per il terzo mondo, come dice Bateson la dipendenza è un problema sistemico. La dipendenza economica necessita di dipendenza culturale, di una istruzione che crei consumatori e non cittadini, fruitori (quella categoria, come dice Woody Allen, che ha distrutto in pochi anni questo paese) e non protagonisti, consumatori e non produttori. Il nostro modello di scuola ha bisogno di libertà e democrazia, di formazione e non solo di istruzione, di investimenti e non di tagli, di pubblico e non di privato, perché processi di questo tipo o sono direttamente sociali o non sono. Bisogna ristrutturare il concetto stesso di apprendimento e conoscenza, esistono, mai come in questo momento, gli strumenti e le tecnologie per farlo e sono anche relativamente poco costose. Il modello delle intelligenze collettive mi pare possa essere interessante perché ci fa scoprire una dimensione olistica, Pierre Levy ci ricorda che in fin dei conti, quello che ci interessa è l'arricchimento di una persona. Se una persona partecipasse all'intelligenza collettiva, tale esperienza dovrebbe consistere in un esperienza di emancipazione, non significa affatto essere rinchiuso in qualcosa di unificatore. Esiste un'altra dimensione molto importante ed è l'intelligenza collettiva come progetti. La scuola è chiamata a svolgere un ruolo decisivo in questo processo e deve in qualche modo combattere una battaglia titanica con i media che spingono in una direzione opposta. È nella scuola che si formano le nostre idee di fondo sull’umanità, sulla storia, sulla natura, sull’universo, sulla società, sulla mente, sui problemi planetari, sul sapere stesso. E’ la scuola il luogo in cui i saperi si contaminano, si apprende il valore della differenza, della tolleranza, si costruiscono quelle abitudini mentali, quelle strutture che poi saranno alla base delle nostre esistenze personali e professionali, ed è per questo che si vuole smantellare la scuola in quanto luogo di inclusione costruendo una privatizzazione che è esclusione e controllo.E’ essenziale, per contrastare tali processi, che essa non diventi luogo marginale di staticità dove non si costruiscono quegli strumenti necessari ad intercettare i cambiamenti, perciò la lotta per la scuola come diritto è soprattutto lotta per un rilancio della qualità dell’istruzione. L’immediato smantellamento del processo riformista avviato nel nostro paese va letto in questa chiave, si stoppano i processi di cambiamento che operano in profondità e si propongono operazioni organizzativistiche che obbediscono solo a logiche ragionieristiche e di risparmio perseguendo con lucida follia la dequalificazione della scuola pubblica, da noi, si propone la professionalizzazione precoce ed "il doppio canale" andando in controtendenza anche rispetto ai bisogni del mercato neocapitalista perché paradossalmente, gli attuali cambiamenti nel mondo del lavoro (e da qui nasce la non condivisione della stessa Confindustria alla Riforma Moratti) sono fra i fattori più importanti che mettono in discussione la formazione di un individuo precocemente specializzato, troppo formato all’interno di una prospettiva temporale ristretta mentre il problema è esattamente l’opposto, quello di formare un individuo che sappia costruire un futuro che non è affatto predeterminato, ma che dipende dalle sue capacità di visione e di immaginazione. Lo stesso mondo del lavoro richiede individui con una alta formazione di base con buoni livelli di specializzazione ma anche aperti a esperienze a linguaggi disparati, individui capaci di reinventare i propri saperi, le proprie competenze e persino il proprio lavoro. La scuola deve
fornire agli individui le chiavi per imparare ad imparare, gli strumenti
dinamici di interpretazione di saperi e di una società in continua
trasformazione, per fare questo è necessario rivedere i contenuti delle
singole discipline ed i curricoli, lavorando molto sulle epistemologie,
sui saperi pluri ed interdisciplinari, sulle abilità trasversali. Alzare e
non abbassare i livelli iniziali e comuni della formazione, liceizzare
l’istruzione tecnica e professionale e non il contrario. La scelta del
doppio canale, formazione/istruzione, quella della professionalizzazione
precoce, oltre che essere iniqua socialmente e riprodurre una scuola di
classe, è improduttiva sul piano pratico, inutile anche dal punto di vista
del mercato. I vari tentativi di introdurre meccanismi di mercato nel
sistema formativo obbediscono solo ad un tentativo di smantellamento del
pubblico per aprire ad una privatizzazione che si profila come un affare
per i privati. L’Unione Europea in questo quadro può e deve svolgere un ruolo importante.
Un elemento di complessità in una riflessione sulla formazione e l’istruzione è rappresentato, come abbiamo già visto, dalla necessità di armonizzare i sistemi senza omologare le culture. Garantire una unità nella diversità a partire dall’idea di "interdipendenza". Il concetto non ha solo una connotazione negativa (come dipendenza da) ma anche una connotazione positiva utilizzata molto nel campo dell’educazione multiculturale, che fa riferimento alla necessità di mettere in comunicazione ed ibridare le culture e la cui necessità deriva dai processi sempre più accentuati di migrazione prodotti dalla globalizzazione e che smettendo di essere un problema devono diventare una risorsa sociale e culturale; si tratta dell’altra faccia di quella irriducibilità del locale al globale che deve convivere con il nuovo modello di cittadinanza universale a cui tutti stiamo lavorando, una cittadinanza dei diritti, naturalmente che passa in buona parte attraverso il diritto all’istruzione. Le nuove tecnologie dilatando spazio e tempo rendono possibile un modello di unità che non comporta necessariamente l’omologazione e in cui la diversificazione non comporta necessariamente processi di frantumazione e dissoluzione. E’ compito della scuola, a tutti i suoi livelli, quello di valorizzare le diversità, facendo emergere e legittimando le diversificazione delle singole esperienze individuali, permettendo, contemporaneamente, alle stesse di entrare in connessione ed in rete con le altre. Esiste in questo quadro una concezione ecologica dei processi e dei fenomeni educativi, l’unica che può sostenere il confronto con la negativizzazione dei processi educativi tipici della globalizzazione, rilanciando la sfida in avanti, una sfida che oppone alla esclusione la partecipazione, alla privatizzazione l’allargamento. Di questo dovremo discutere in futuro, con questo confrontarci, assumendo un’ottica diversa anche nei confronti dei processi che stanno attraversando i nostri paesi, a partire dall’Italia. Tonino Califano, Presidente Proteo Fare Sapere Basilicata, membro del comitato direttivo nazionale della Cgil-scuola al seminario del Social Forum Europeo |