I Piani di Studio personalizzati: sintesi, riflessioni e commenti.

Oggetto: portfolio

Come è tradizione della scuola italiana il blitz dell'estate c'è stato anche quest'anno. E' successo spesso che importanti cambiamenti nella scuola siano stati introdotti d'estate a scuole chiuse. La Moratti non ha voluto essere da meno dei suoi predecessori e, anche se nemmeno un ramo del parlamento è ancora riuscito ad approvare il ddl che porta il suo nome e il Consiglio dei ministri le ha fatto chiaramente capire che non ci sono né i soldi né la voglia, lei farà comunque uscire un decreto per far sperimentare una legge che non c'è a due scuole statali per provincia e una non statale per regione. 200 scuole in tutta Italia, sempre che si riescano a trovare. A questo Dpr dovrà allegare i nuovi programmi per le scuole elementari e dell'infanzia, visto che la sperimentazione riguarderà solo questi due ordini di scuola. I testi di questi programmi non sono ancora stati resi noti ufficialmente ma si possono già consultare su internet. Noi ci siamo letti il documento che riguarda la scuola elementare per cercare di capire quello che succederà o potrebbe succedere nelle scuole.
Intanto la scuola non si chiamerà più elementare, ma primaria e al suo interno sarà suddivisa in: primo anno, I biennio(2°e3°) e II biennio(4°e 5°).I programmi stessi hanno cambiato nome e si chiameranno Piano di Studio Personalizzato(PSP). La pagella non si chiamerà più scheda di valutazione, ma Portfolio delle competenze individuabili (sì maestre, avete capito bene ci sarà un nuovo documento da compilare). Non dovrebbero cambiare invece le norme vigenti per l'organico in presenza di ragazzi disabili(restano cioè i 20 bambini per classe e l'insegnante d'appoggio). Rimarrebbe la possibilità di organizzare l'orario su 5 giorni e di ampliarlo fino a 40 ore settimanali con la mensa, cioè il Tempo Pieno. Naturalmente insegnanti d'appoggio e T.P. pur continuando ad essere "legittimi" potranno essere tagliati per i risparmi voluti dalla finanziaria: 34.000 docenti in meno per i prossimi 2 anni. L'orario annuale sarà di 891 ore in prima(27 ore settimanali) e 990 nel I e nel II biennio(30 ore settimanali). Perciò le 25 ore settimanali previste dal primo documento Bertagna sono sparite, il ministro ha fatto marcia indietro: le migliaia di firme raccolte in provincia di Modena per salvare il T.P. hanno ottenuto un primo risultato. E' individuato( non si dice da chi, perciò suppongo dal Dirigente scolastico) un insegnante coordinatore-tutor che sarà anche prevalente; infatti nel primo anno farà 21 ore su 27 e nel primo biennio almeno 18 ore su 30. Quindi maestro unico o quasi fino in terza. Questo insegnante è anche l'unico a cui spetta di valutare il bambino, compilando il cosidetto "portfolio". Inoltre all'inizio del I e del II biennio il Servizio Nazionale di Valutazione procederà alla valutazione esterna sia degli insegnanti che dei bambini, che il documento chiama fanciulli, come aveva già fatto la Falcucci. Ma chi starà coi bambini quando non è in servizio il maestro prevalente? Le cosidette maestre "satellite" cioè quelle di minor importanza, che girano attorno alla insegnante prevalente. Nelle ore di compresenza tra i diversi tipi di insegnanti si dovranno organizzare 6 laboratori: d'informatica, di lingue, di attività espressive, di progettazione, di attività sportive e di recupero. Ma sarà solo l'insegnante coordinatore a decidere a quali laboratori potrà partecipare ogni bambino. Quindi pare di capire che a qualche fanciullo toccherà sempre fare recupero, altro che informatica o inglese. Questa passerà alla storia come la legge del 6, perché oltre alle 6 risorse(tra cui il coordinatore-tutor) e ai 6 laboratori, prescrive anche 6 educazioni: stradale, ambientale, alimentare, alla cittadinanza, alla salute e alla affettività(leggi ed.sessuale). Tutte insieme presentano obiettivi specifici di apprendimento per l'educazione alla "Convivenza civile", perché come spiega il documento: "Nella società multiculturale è indispensabile convivere civilmente non solo con chi ha la cittadinanza ma anche con chi non l'ha e spesso fatica a realizzare le condizioni minime di esercizio dei diritti umani". Le 6 educazioni sono proprio un capitolo in più che si va ad aggiungere alle normali discipline, che restano quelle di sempre con l'aggiunta di tecnologia dal primo anno e di inglese dalla prima come era stato sbandierato da Berlusconi e previsto dalla Riforma Berlinguer- De Mauro oltre che essere già possibile oggi purché ci siano gli insegnanti specialisti, che infatti il governo vuole tagliare nella misura di 11.000.
Cosa dire di questo documento? Agli insegnanti e ai genitori la sentenza. La prima impressione che ho avuto io è che il liberalismo sia solo nominalistico, cioè cercato a parole, ad esempio aggiungendo l'aggettivo personalizzato a piano di studio. In realtà si ribadisce che le Indicazioni nazionali sono prescrittive per l'85% e che il restante 15% tocca alle regioni e non alle scuole come prevedeva il regolamento per l'autonomia. Come se non bastasse hanno unito anche delle raccomandazioni e delle esemplificazioni sia organizzative che per l'educazione alla convivenza. In queste ultime c'è una tabella per ciascuna delle 6 educazioni con tutte le attività possibili e i quadri orari settimanali per applicare il nuovo schema a tutte le situazioni orarie esistenti oggi. Per cui tutto è già stato stabilito, alla faccia dell'autonomia delle scuole e della creatività delle maestre. Non ci sarà nemmeno bisogno di fare l'orario o la programmazione settimanale tanto sono già previsti e prescritti dal Ministro.

Commento n. 1: piani di studio


Non sono un computer e quindi non so dire quali sono le parole più usate nella stesura dei Piani di studio per la scuola primaria. So di certo però che, anche ad una lettura affrettata, alcune parole non ci sono ed altre sarebbe meglio non ci fossero.
Ad esempio è scomparsa la parola bambino ed è risorta dalle sue ceneri la parola fanciullo, che la Falcucci aveva inserito a tutti i costi nei programmi della scuola elementare del 1985.Per la serie "a volte ritornano".
In Geografia, anche del II° biennio, cerchereste invano la parola mondo o Europa
perché il paesaggio è...italiano, i confini sono...dell'Italia. Giustamente le regioni
italiane la fanno da padrone in un progetto che le vede detenere il 15% dei Piani di studio, rubato alle istituzioni scolastiche, cui spettava in base al Regolamento dell'autonomia. La parola Europa fa una breve apparizione in Storia, solo per segnare il limite invalicabile oltre il quale non si deve spingere la scuola primaria: "l'Europa medievale fino al Mille". Mille non più Mille. Sì, sì lo so che il resto di Storia si farà nei tre anni delle medie e poi si ripeterà tutto dalla prima alla quinta superiore. Lasciatemi però pensare, da bravo maestro, che questo vuol dire che il Novecento medie e superiori continueranno a non farlo come hanno sempre fatto, con buona pace di Berlinguer. Tra i desaparecidos c'è anche la parola elementare sostituita dalla parola primaria. Questo è un tradimento che non mi aspettavo dai nostalgici della maestrina dalla penna rossa e dai sostenitori dell'accorato appello di Panebianco "Non uccidete le elementari".
Se il lessico lascia un po' a desiderare, in compenso c'è tutto lo spessore culturale di un importante documento programmatico. A questo proposito potrei citarvi l'obiettivo specifico di scienze: "Praticare l'igiene personale dicendo in che cosa consiste e perché è importante". Oppure, per rimanere sempre a Storia, ho trovato due affermazioni veramente eclatanti che cito testualmente: "Proprio perché il passato è passato....la storia è sempre un'interpretazione"
"Questo accostamento alla storia non esclude, anzi esige, il metodo narrativo".
La prima affermazione farà drizzare i capelli in testa a Storace, il quale fiuterà puzza di marxismo e regalerà anche l'anno prossimo il cd con l'inno di Mameli a tutti i bambini promossi in prima media per paura che gli diventino comunisti.
Questi due concetti da soli credo permettano di conoscere la profondità del Bertagna-pensiero e rendano giustizia, una volta per tutte delle nefandezze che sono state dette su di lui dopo la lettura del primo documento dell'omonima commissione.
Ho letto che il Ministro dell'Interno ha deciso di dare la scorta al prof Bertagna per difenderlo da possibili aggressioni. Giustissimo, ma a noi chi ci difende dal prof Bertagna e dalla strage che sta facendo dei più elementari principi pedagogici?
Una vera e propria strage degli innocenti.

Commento n. 2: uguali

Hanno cancellato l'uguaglianza. I membri della Commissione Moratti nel Piano di studio personalizzato hanno citato l'art.3 della Costituzione" ...è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono la libertà e( l'uguaglianza) la giustizia dei cittadini." Hanno tolto la parola uguaglianza e l'hanno sostituita con la giustizia. E possiamo star tranquilli perché questa maggioranza di governo di giustizia se ne intende, non dobbiamo avere nessun legittimo sospetto. A dimostrare quanto siano stati previdenti gli estensori dei programmi targati Moratti nell'apportare questa piccola modifica costituzionale viene un episodio realmente accaduto .
Due bambini di 11 e 12 anni lavorano per un piatto di pasta e 5 euro al giorno, in un ristorante di Ventimiglia, in provincia di Imperia.I due bambini sono equadoriani, figli di un 34enne clandestino(con i documenti regolari ma senza permesso di soggiorno). Il ristoratore è stato denunciato dalla polizia giunta sul posto per la segnalazione di una coppia di turisti italiani, che si erano visti servire il pranzo dai due fratellini, un bambino e una bambina. La polizia sta indagando per verificare se facevano anche lavori domestici nelle case di Ventimiglia. La Repubblica sta rimuovendo gli ostacoli che impediscono la giustizia...infatti il papà avrà un permesso di soggiorno temporaneo fino al processo. Bella ingrata la signora Repubblica visto che questi due ragazzi altro non facevano che sperimentare la riforma Moratti: infatti avevano già imboccato il canale della formazione lavoro, anticipandolo solo di un anno, rispetto a quanto prevede Bertagna . Sanno bene che la ministra nutre una vera passione per le anticipazioni. Solo degli estremisti di sinistra possono pensare che i due piccoli clandestini dovrebbero essere messi in grado di frequentare la scuola e perciò diventare uguali ai loro coetanei. Per fortuna la giustizia farà il suo corso e dopo aver depositato le loro impronte digitali i due ragazzi verranno espulsi dall'Italia magari previo regolare soggiorno in un centro di permanenza temporanea come previsto dalla legge Bossi-Fini. A meno che non incappino in un qualche altro "buon "abitante di Ventimiglia, che compilando l'apposito modulo, li assuma come collaboratori domestici. I bambini , quelli immigrati in modo particolare, non devono temere c'è sempre un ministro che pensa a loro, perciò se non riescono a trovare una sistemazione con la Moratti c'è Bossi che li aspetta al varco. 

Arturo Ghinelli

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MA COS'E' QUESTA SPERIMENTAZIONE?

Al ritorno dalle vacanze i docenti, non senza sorpresa, si sono trovati investiti dalla responsabilità di dover decidere su due piedi se aderire o meno alla sperimentazione della riforma ministeriale 
Il progetto opera sostanzialmente su due settori: la scuola primaria e la secondaria superiore, in particolare l'istruzione professionale,
Nella scuola primaria la cosa consiste nell'anticipare l'ingresso degli alunni all'età di due anni e mezzo nella materna e a cinque e mezzo nell'elementare e, nei primi due anni di quest'ultima, nella sostituzione del cosiddetto team docente (per lo più 3 insegnanti su 2 classi) con la prevalenza di uno dei maestri per le discipline fondamentali e l'utilizzo degli altri come gregari per insegnamenti di contorno. E' indubbio che così scuola materna modifica il suo ruolo educativo in direzione di un ruolo più assistenziale. Ed anche modello educativo della riforma elementare del 1985 risulta stravolto dalla messa in discussione della pari dignità delle discipline e dei docenti a cui si aggiunge la possibile fine o la residualità dell'apertura pomeridiana delle scuole. Se si vedono nel loro insieme queste operazioni sono gravide di conseguenze sia sul piano pedagogico sia su quello del rapporto di lavoro perché prefigurano fin dalla prima infanzia un modello disarticolato di apprendimento con una gerarchia di ruoli tra discipline e docenti, a cui non può non corrispondere poi una diversa relazione tra le varie figure docenti dentro la scuola elementare e tra questi e quelli degli altri ordini di scuola. E' una scelta che alla lunga contraddice la tendenza ad una progressiva omologazione, anche contrattuale e salariale, del corpo docente italiano, di cui la laurea oggi richiesta anche per l'insegnamento primario, rappresenta un passaggio necessario, dovuto e pieno di significati tanto reali quanto simbolici.
Anche nella scuola secondaria il senso della sperimentazione è la disarticolazione del sistema, prevedendo di fatto un nuovo canale di assolvimento dell'obbligo scolastico. L'obbligo scolastico a 15 anni, a fatica raggiunto quando nel resto d'Europa è per lo meno a 16, viene in sostanza aggirato con la possibilità, al termine della scuola media, di iscrivere gli alunni, naturalmente quelli più deboli e problematici, non al primo anno di scuola superiore ma a una formazione professionale, che inevitabilmente, a sua volta, viene chiamata a svolgere un ruolo simile al vecchio avviamento. A tale scopo, durante l'estate, il Ministero ha siglato convenzioni con sei regioni, tutte governate dalla Casa delle Libertà, e con la provincia di Trento, che sotto la veste dell'integrazione mirano in realtà a consentire tale aggiramento dell'obbligo scolastico. Quando addirittura non lo enfatizzano come nel caso degli enti lombardi di formazione professionale, aderenti alla convenzione, che del "non andare a scuola" ne fanno un elemento di propaganda. Il tutto nella prospettiva dichiarata di istituire un canale professionale separato dal resto del sistema scolastico in cui indirizzare gli alunni più deboli culturalmente, che però, è bene ricordarlo, sono sempre quelli provenienti dalle famiglie più povere.
Asili infantili, insegnamenti ( e insegnanti) sussidiari e complementari, avviamento professionale sono esperienze ben note a chi è andato a scuola negli anni cinquanta e sessanta. E' dunque un ritorno al passato quello che si vuole sperimentare? 
Non sono previste risorse aggiuntive né in termini di finanziamento né in termini di personale. Il "kit" della sperimentazione è bell'e pronto: niente adesioni parziali, prendere o lasciare! E il tutto dovrebbe essere deciso dai collegi dei docenti nel breve lasso di tempo che corre tra il rientro dalle ferie e l'inizio delle lezioni? 
Il Ministro dice che nel corso dell'estate un migliaio di scuole avrebbe aderito. Ma avranno aderito tutt'al più i capi di istituto perché di collegi docenti, e ad essi compete la decisione, durante le ferie non se ne sono visti mai, tanto meno quest'anno! E comunque non più di due circoli didattici per provincia potranno aderire, perché così ha deciso il Governo, per problemi di buco nella spesa pubblica. Non è allora che si vuole mettere i docenti davanti a una decisione già presa per aggirare una mancanza di consenso che, per diversi motivi, lambisce persino la compagine ministeriale?
A simili operazioni è scontata l'opposizione della Cgil Scuola, ma il malessere emerge dalla stragrande maggioranza dei docenti sorpresi al rientro delle vacanze, dai loro collegi riuniti in questi giorni e da un Consiglio nazionale della pubblica istruzione, riunito a discuterne ma che il Ministro in televisione ha già definito, con sufficienza, "octroyée" .

Pino Patroncini

SPERIMENTARE A SEMPRONIANO SULL'AMIATA - LA FINE INGLORIOSA DELLA PSEUDOSPERIMENTAZIONE MORATTI

Sono dunque 250  le scuole della pseudosperimentazione Moratti-Bertagna.

In realtà saremmo curiosi di conoscere i nominativi delle 1000 scuole che in pieno agosto, diceva il Ministro, si erano offerte per la sperimentazione e da cui poi si sarebbero  prescelte le 250 scuole.  Occorreva  fare i conti, infatti, con i collegi dei docenti i quali hanno utilizzato appieno il loro potere tecnico-scientifico rifiutandosi di improvvisare su questioni così delicate.

La rassegna stampa   nel sito della Cgil Scuola, riporta i moltissimi no dei collegi che hanno rifiutato l’improvvisata estiva con motivazioni serie e riporta anche i pochissimi si. Valga come metafora dei si quello di Semproniano sull’Amiata che trascriviamo “ Come la scuola di Semproniano sull´Amiata, la sola della provincia di Grosseto ad avere fatto richiesta, a condizione però di ottenere un insegnante in più. «In quanto Comune montano abbiamo delle pluriclassi. Per attuare la sperimentazione dobbiamo separare i 5 allievi della prima dagli altri 22 bambini. E questo possiamo farlo solo con una unità di personale in più». Lo afferma la direttrice Barbara Rosini, che della riforma trova interessante «il portfolio di competenze individuali dell´alunno». Ma nella elementare di Grosseto che rientra nel suo circolo, alla sperimentazione non ci hanno neanche pensato. «Lì le condizioni per attuarla proprio non ci sono. Né ora, né in futuro». Repubblica di Firenze del 28/9/2002.

Quante scuole periferiche che sperimenteranno sono nelle stesse condizioni ?  Si rende conto il Ministro  che tra le  poche scuole che hanno aderito, tante sono scuole statali situate  in territori  periferici  e  moltissime sono private? Semproniano sull’Amiata è la metafora  di un fallimento annunciato.

Siamo passati dalla pedagogia di stato  al pedagogista unico di governo  e  davvero il Ministro credeva che i collegi avrebbero trovato accettabile un documento che sembra scritto  con il taglia e cuci su lavori noti ?

Al Ministro offriamo una proposta: si liberi del consigliere che l’ha esposta a questa prevedibile figuraccia e sostituisca il pedagogista di governo.

La pseudosperimentazione è, nonostante la propaganda di regime, stata respinta dalla stragrande maggioranza dei collegi docenti italiani . Respinta nel merito tecnico scientifico dal CNPI che aveva offerto l’opportunità al Ministro  per un’onorevole fermo: “Non c’è tempo..”, ma che con protervia non è stata accolta. Sperimentazione, inoltre,  ferocemente criticata dall’ ANCI (Associazione Comuni Italiani), bocciata dal suo Governo che a sordo al progetto della Moratti di proporla in modo passivo ha ridotto il tutto a 200 scuole circa.

Questo è il fallimento totale di un progetto anche per imperizia dei suoi protagonisti. In politica gli errori si pagano. Un Ministro che, peraltro, non vive di politica, dovrebbe trarne le conseguenze. Non si fa il ministro a dispetto dei santi, dei partiti di maggioranza e di minoranza.

Omer Bonezzi

No, grazie, il cappuccino mi rende nervosa ...

di Sandra Coronella - 25-10-2002

La notizia, comparsa sul Corriere di alcuni giorni fa, dell’esistenza di un gruppo di "esperti bipartisan" che stanno lavorando su un progetto di riforma della scuola ha generato sconcerto e reazioni negative soprattutto in alcuni di noi, cioè di coloro che negli ultimi mesi più si sono impegnati nell’opposizione alla "controriforma Moratti".
Non si è trattato di una sorpresa, diversi articoli (Mancina, Ferrantini…) erano comparsi anche in rete, ma ciò che forse ha ancora più allarmato è stata proprio l’idea dei "lavori in corso" di questo gruppo, a cena o davanti a un cappuccino – come ci informa sollecitamente il Corriere….
I diversi motivi di malcontento, accantonati ma certo non scomparsi, verso il precedente governo, la diffusa diffidenza verso le manovre dei politici…il tutto messo in relazione ad un quadro politico in movimento, secondo alcuni, verso modificazioni a breve e nuove alleanze…ce n’è abbastanza per far gridare – da diverse parti - al "pasticcio"….

Pur avendo avuto anch’io, di primo acchito, un’impressione negativa, voglio provare a liberarmene.
Non sono brava in dietrologia né in previsioni, e tutto sommato il fatto che nel gruppo non compaiano politici "in servizio attivo"mi tranquillizza un po’.
Non voglio pensare (ma perché siamo ridotti a farlo sempre?) a logiche di potere o interessi inconfessabili.
La necessità di darsi – per lavorare sulla scuola – tempi ragionevolmente lunghi, mi pare d’altra parte confermata proprio dalle vicende degli ultimi anni, e neppure è detto che il confronto fra orientamenti diversi debba per forza portare ad un compromesso in senso deteriore.

Proviamo poi anche a guardare gli obiettivi enunciati dal gruppo, ad esempio "riqualificazione della scuola di base" (ma il ragionamento vale anche per gli altri)…certo, chi può dichiararsi contrario?

Sono convinta (come forse lo sono anche loro, gli esperti, ) che:

- La scuola è questione nazionale non meno dell’economia e della giustizia, per cui credo che sia possibile, anzi necessario, enucleare alcuni valori – ad esempio il valore dell’istruzione e la difesa della scuola pubblica – rispetto ai quali è possibile un impegno convergente di forze di destra e di sinistra che mantengono a riferimento la nostra Costituzione. Sembra poco, ma non lo è.

- Rispetto a molti dei problemi nodali, le soluzioni concrete da applicare non le possiede con certezza nessuno, esistono diverse idee, e la discriminante non sempre passa fra destra e sinistra.
Pensiamo per esempio a quanti hanno accusato la riforma Berlinguer di "promozionismo" …sono di destra o di sinistra? Pensiamo all’anticipo scolastico, e al problema in qualche modo connesso dell’età di uscita dal ciclo scolastico….qual è l’idea di destra, quale quella di sinistra? Un piccolo excursus storico sulla genesi delle varie proposte potrebbe rivelarci cose interessanti…

Questo significa forse che – allora – le soluzioni ai problemi della scuola sono "neutre" rispetto alla politica e che quindi si tratta solo di scelte tecniche? Penso decisamente di no e penso che proprio su questo terreno si collochi la vera critica da rivolgere al gruppo degli "esperti bipartisan":
Quella di collocarsi in un contesto astratto, quasi indifferente rispetto a ciò che accade in Italia.

Non a caso il Ministro Moratti è stato ben pronto a "promuovere" il loro lavoro, perché costituisce – dal suo punto di vista – l’avvallo, la giustificazione a sostegno di un’accusa di strumentalità politica a coloro che appunto le si oppongono.
"La scuola è di tutti, ogni contributo è prezioso" dichiara la ministra…già, proprio lei, di cui abbiamo apprezzato la disponibilità al confronto in occasione della finanziaria, delle misure urgenti assunte con decreto e della stessa sperimentazione che – non dimentichiamolo – se non si fosse scontrata con le esigenze economiche e anche con il movimento di lotta nel Paese coinvolgerebbe oggi non qualche decina di scuole, ma tutte….

E su questo non una parola, almeno per ora, nelle interviste sui giornali (il Corriere e altri minori) di questi personaggi, ad esempio Campione, di cui non so niente se non quello che ho letto appunto sui giornali, che fu segretario di Berlinguer, e che parla di letture ideologiche.
E una simile domanda rivolgerei a Claudia Mancina, ex parlamentare ds, che rimprovera all’opposizione di non aver favorito l’approvazione di una riforma (la Bertagna) che definisce "un pochino più a destra" della riforma Berlinguer.
Ma si dimentica, mi pare, che una riforma in questo Paese c’era già, era – con tutti i suoi difetti – la riforma dei cicli, che era già legge dello Stato.
Sarebbe stato allora più "normale" lavorare a modificare quella legge o cestinarla con una riga, per poi riproporne un’altra che – dice la Mancina – non è poi così diversa?

Non si tratta certo di questioni di metodo o di puntiglio, ma di due questioni di sostanza, sostanza politica e sostanza di contenuti, rispetto alle quali – queste sì – si definisce il confine, la linea di demarcazione.

La prima questione (e su questa abbiamo scioperato il 18 ottobre) è che la scuola non può trovare soluzione ai suoi problemi senza un cambiamento profondo degli indirizzi di politica generale, economica e sociale.
Qualunque sia la "ricetta" che il gruppo di esperti riuscirà a confezionare, non è possibile sostenere una riforma della scuola basata su un taglio di risorse. Per quanto rigorosi si possa essere nella razionalizzazione delle spese, non è possibile garantire "più scuola per tutti" e – non meno indispensabile – una condizione dignitosa a chi lavora a scuola senza investimenti, anzi con una riduzione secca delle spese.
La proposta Bertagna (quale? La prima? La seconda?) non avrà avuto in sé, o almeno non tutte esplicitate, le nefandezze che le sono state attribuite, ma non si muoveva certo nella direzione giusta, sotto questo punto di vista.
Sottacerlo, ed anzi mettersi magari a discutere e a mediare su singoli aspetti, non sarebbe stato politicamente corretto, ma sarebbe stato se mai un atto di grave scorrettezza nei confronti del Paese, dei cittadini, che non avrebbero avuto più alcun punto di riferimento né alcun elemento di chiarezza rispetto alle questioni in gioco.

La seconda, e sostanziale, credo sia quella che mette la rabbia, la frustrazione, la delusione nell’animo delle persone di scuola che leggono certe notizie: il pensiero di una riforma ancora una volta elaborata in "segrete stanze", magari con il bilancino degli equilibri di partito, e poi da calare sulla testa degli insegnanti, degli alunni e delle famiglie.
Ammettiamo pure che non sia così, che i nostri esperti siano solo studiando delle ipotesi, da sottoporre poi al giusto dibattito e alla giusta verifica da parte di chi deve esserne protagonista….bene, allora lo si dica con chiarezza, e non si faccia finta, almeno da parte di coloro fra questi che si dicono di sinistra, di non sapere o di dimenticare che il primo motivo di opposizione a questo ministro e alla sua politica è stata la sua assoluta incapacità e non volontà di confrontarsi, il suo decisionismo menageriale (rivelatosi poi anche inefficiente), il suo stile propagandistico ma in realtà chiuso e sordo ad ogni dialogo (gli stati generali dell’inverno scorso se li ricorderà pure qualcuno…).

Del resto, da un governo che si muove con l’obiettivo di blindare e di asservire ai propri interessi particolari la giustizia, l’informazione ed anche l’economia del Paese, non credo proprio che ci si possa aspettare altro.
Mi stupisco che da parte di persone che – sia pure ora con il ruolo di esperti – ben conoscono la politica, simili aspetti non siano colti.
Speriamo bene…per ora, niente cappuccino, grazie….

tratto da "Fuoriregistro" www.didaweb.net su indicazione della rassegna stampa della Cgilscuola

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"Bipartisan? Io non c'entro!"

Ho letto con sorpresa l’articolo del 22 ottobre a firma Campione e Ribolzi sulla scuola. In quella pagina il mio nome è richiamato ben 5 volte, e il tono generale degli articoli potrebbe indurre il lettore a pensare che un mio silenzio copra un sostanziale consenso con quel che si dice in quei testi.
Per questo mi sono risolto a rompere il riserbo che mi ero imposto per la nuova funzione istituzionale che ho assunto nel Consiglio Superiore della Magistratura, e a scrivere che non condivido quell’articolo. Non ne condivido la corposa (anche se forse per taluno involontaria) valenza politica, che certo è preminente rispetto ai suoi contenuti e proprio per questo non avrà alcun effetto bipartisan. Né condivido molte delle sue valutazioni, a cominciare dall’equidistanza fra le grandi riforme introdotte nel quinquennio riformatore e la fase attuale. L’autonomia, la continuità curriculare, il nuovo impianto didattico, l’estensione dell’obbligo scolastico, l’introduzione (nuovissima) dell’obbligo formativo, l’integrazione tra istruzione e formazione professionale, l'educazione continua, la riforma del ministero sono tutte realizzazioni di ieri, che oggi versano in evidente difficoltà. Né condivido il giudizio che si dà sulla natura dell’opposizione attuale alla politica del governo. All'inizio di questa legislatura l’Ulivo ha manifestato tutta la sua disponibilità per valutare tutti assieme come procedere e attuare le leggi dello Stato e a migliorarle ove necessario, ma si è trovato di fronte a una volontà iconoclasta per edificare e sperimentare una cosa che non esiste. Questa disponibilità nell’Ulivo, c’è, tuttora, perché tutti hanno a cuore l'istruzione dei propri figli; ed è certamente apprezzabile qualunque sforzo volto ad elaborare e affrontare i contenuti della scuola nuova, senza spirito di appartenenza. Solo però se questo avviene nella massima chiarezza, senza sconti nei confronti di chicchessia, specie quando sono in ballo i valori portanti del sistema scolastico nazionale.


Luigi Berlinguer, Consiglio Superiore della Magistratura

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Il sistema della globalizzazione è sintetizzabile in tre punti principali:

  • modello unico di sviluppo (comandato dall’economia, legato alla tecnica e al capitalismo

  • internazionale),

  • mercato globale (centrato sulle produzioni di prodotti utili/eccellenti/cheap),

  • libero flusso di capitali.

Questi sono anche i tre elementi fondativi delle teorie neoliberiste.

Lo sviluppo unico, costoso distruttivo dell’ambiente, indifferente alle vocazioni territoriali, è alla base del fallimento delle economie del terzo mondo ha provocato solo indebitamento, crisi istituzionali, aumento della povertà.

Il mercato globale favorisce concorrenza, macroimprese, pubblicità menzognera, lavoro minorile, instabilità occupazionale…;

Il flusso dei capitali provoca l’investimento nello speculativo (97%) invece che nella produzione (3%), sottoponendo le economia nazionali a continue crisi cicliche.

All’interno di questo modello si stanno accentuando le differenze, il mondo si sta sempre più dividendo tra chi produce, ricerca, accumula brevetti e detta le regole (Usa, GB, Germania) e chi svolge un "ruolo di secondo livello", addetto al consumo ed alla distribuzione (Italia, Russia, Brasile…), sottoposto ad una dipendenza strutturale.

Nel momento in cui la società ha più mezzi, la tecnologia produce formidabili strumenti di miglioramento, assistiamo ad una rimozione del sociale e del culturale che non ha precedenti storici.

La globalizzazione esige una scuola funzionale ai propri fini. Il nostro governo, qualificandosi sempre più come un governo di addetti al commercio ed alla distribuzione persegue in tutti i modi questo disegno. L’attacco alla scuola pubblica va letto dentro questa ottica, e per la verità il ministro Moratti non se ne vergogna neanche visto che ha aderito al manifesto della Scuola Libera! dove si afferma che: "La globalizzazione economica richiede standard sempre più elevati di preparazione per ogni tipo di lavoro e professione… A questo scopo serve una scuola in cui gli istituti siano indotti all’emulazione per proporre la migliore offerta formativa possibile". E’ il passaggio da scuola-diritto a scuola-merce.

Ritornano profetiche le parole di Ivan Illich che nel 1970, in un osservatorio privilegiato come l’America Latina , affermava: "Molti studenti, specie se poveri sanno per istinto cosa fa la scuola per loro,  insegna loro a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole , l’escalation porta al successo. In questo modo si scolarizza l’allievo a confondere insegnamento ed apprendimento, promozione ed istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo."

La scuola diventa un luogo di selezione, di separazione, di esclusione, innanzitutto negando il diritto all’istruzione e poi trasformandosi essa stessa nel luogo in cui si perfezionano i meccanismi che presiedono allo scambio di merci, il luogo in cui si prepara questo scambio. E’ quello che si definisce il Branding dell’Istruzione.
Noi siamo, invece, per una scuola della mondialità, una scuola dei diritti che si pone l’obiettivo di educare a diventare cittadini-protagonisti del proprio futuro e non ingranaggi di un sistema che tratta le persone come oggetti, come merci, una scuola in cui ognuno ("non uno di meno") abbia gli strumenti culturali, etici e linguistici necessari a intendere/valutare la realtà, con la propria testa e la propria coscienza.

L’istruzione e i servizi sociali, come richiesto dall’Internazionale dell’Istruzione, vanno tenuti fuori dal GATS, bisogna impedire che le regole dell’istruzione e i principi della formazione obbediscano ad una idea che fa del profitto e dell’ottimizzazione dello stesso il principio ispiratore.

La qualità della scuola, la maniera in cui essa deve essere istituzionalizzata, va rapportata alle specificità di ogni paese, alla propria storia, ai propri modelli culturali, la globalizzazione dei commerci persegue invece una strategia di omologazione culturale per meglio programmare la produzione delle merci e il controllo dei consumi. Subordinare a tali prospettive la formazione significa importare modelli acritici di formazione e far diventare le scuole luoghi di costruzione dei consumi. Processi di questo tipo sono pericolosi non solo per quei paesi che ancora non hanno un proprio sistema dell’istruzione che riesca a combattere efficacemente l’analfabetismo, e che quindi corrono il rischio di costruire modelli intorno ad una opzione completamente sbagliata, ma anche per paesi come il nostro, ed in genere per i paesi europei, che sono investiti i da alcuni anni da una profonda riflessione sui modelli educativi che rischia di essere condizionata solo da logiche di funzionalità al mercato.

Il rapporto tra scuola e mercato, tra scuola e modello di società è questione complessa anche sul piano teorico perché contiene variabili diverse e non facilmente riconducibili, la costante perfettibilità dei sistemi formativi è anche il prodotto di tale complessità, il modello di subordinazione della scuola al mercato, esemplificando le soluzioni, può risultare appetibile e per questo condotta una campagna costante che ne evidenzia tutta la pericolosità.

Oggi è necessario, a partire dai dati mondiali sull’istruzione, costruire un grande movimento per la lotta all’analfabetismo riproponendo l’obiettivo di Dakar, per raggiungere entro il 2015 la piena scolarizzazione di base per tutti i paesi dotandosi però, affinché non resti un pura petizione di principio, di strumenti di monitoraggio che facciano capo agli organismi internazionali con una forte rappresentanza delle ONG e dei Sindacati, ma nello stesso tempo bisogna che questa campagna si doti di una cassetta degli attrezzi comuni che vada ad operare sulle specificità culturali entro cui in ogni paese questo processo deve muoversi. L’istruzione per tutti può anche diventare un cavallo di troia entro cui si insinuano logiche di mercato e meccanismi di induzioni dei bisogni, è un pericolo che si può correre, in questa fase, e che dobbiamo evitare. La scuola deve essere tenuta fuori dalla liberalizzazione dei commerci, questa deve essere una priorità, una priorità che deve dar luogo , da noi, ad una grande battaglia per la difesa e la qualità della scuola pubblica, ma ci deve vedere impegnati anche affinché una istruzione pubblica venga garantita, a partire dalla scuola di base, in quei paesi dove non esiste e che proprio per questo è sottoposta a rischi ed a pressioni per aprire il sistema educativo agli affari ed ai privati, processo questo che si evidenzia soprattutto nell’istruzione superiore e nell’università.

Sul piano della conoscenza bisogna fare i conti  con processi che ristrutturando la dimensione spazio/ temporale permettono forme nuove di espressione ed esprimono  relazioni tra gli individui.

La globalizzazione sta producendo importanti modificazioni nell’esistenza umana, i processi di produzione e trasmissione dei saperi sono sempre più veloci; lo spazio individuale si è allargato fino a diventare sempre più collettivo, approssimando sempre più quel "villaggio globale" di cui parlava Marshal McLuhan, senza però che a questa collettivizzazione corrisponda necessariamente un aumento della socialità.

Tutto questo implica anche una profonda riflessione sui contenuti dell’istruzione, sui saperi a cui bisogna riferirsi: oggi necessitiamo di mappe cognitive ampie e flessibili, di strumenti capaci di far costruire ed evolvere queste mappe, per allargarle, per ristrutturarle o per incrementare il loro potere di discriminazione. Solo chi sarà in grado di acquisire e utilizzare tali mappe sarà in grado di esercitare un proprio diritto di cittadinanza. La scuola come luogo di trasmissione di saperi codificati non ha più un ruolo, un futuro.

Bisogna ripensare in questi termini sia i modelli formativi dei paesi industrializzati sia i programmi di alfabetizzazione primaria per il terzo mondo, come dice Bateson la dipendenza è un problema sistemico. La dipendenza economica necessita di dipendenza culturale, di una istruzione che crei consumatori e non cittadini, fruitori (quella categoria, come dice Woody Allen, che ha distrutto in pochi anni questo paese) e non protagonisti, consumatori e non produttori. Il nostro modello di scuola ha bisogno di libertà e democrazia, di formazione e non solo di istruzione, di investimenti e non di tagli, di pubblico e non di privato, perché processi di questo tipo o sono direttamente sociali o non sono. Bisogna ristrutturare il concetto stesso di apprendimento e conoscenza, esistono, mai come in questo momento, gli strumenti e le tecnologie per farlo e sono anche relativamente poco costose.

Il modello delle intelligenze collettive mi pare possa essere interessante perché ci fa scoprire una dimensione olistica, Pierre Levy ci ricorda che in fin dei conti, quello che ci interessa è l'arricchimento di una persona. Se una persona partecipasse all'intelligenza collettiva, tale esperienza dovrebbe consistere in un esperienza di emancipazione, non significa affatto essere rinchiuso in qualcosa di unificatore. Esiste un'altra dimensione molto importante ed è l'intelligenza collettiva come progetti.

La scuola è chiamata a svolgere un ruolo decisivo in questo processo e deve in qualche modo combattere una battaglia titanica con i media che spingono in una direzione opposta.

È nella scuola che si formano le nostre idee di fondo sull’umanità, sulla storia, sulla natura, sull’universo, sulla società, sulla mente, sui problemi planetari, sul sapere stesso. E’ la scuola il luogo in cui i saperi si contaminano, si apprende il valore della differenza, della tolleranza, si costruiscono quelle abitudini mentali, quelle strutture che poi saranno alla base delle nostre esistenze personali e professionali, ed è per questo che si vuole smantellare la scuola in quanto luogo di inclusione costruendo una privatizzazione che è esclusione e controllo.

E’ essenziale, per contrastare tali processi, che essa non diventi luogo marginale di staticità dove non si costruiscono quegli strumenti necessari ad intercettare i cambiamenti, perciò la lotta per la scuola come diritto è soprattutto lotta per un rilancio della qualità dell’istruzione.

L’immediato smantellamento del processo riformista avviato nel nostro paese va letto in questa chiave, si stoppano i processi di cambiamento che operano in profondità e si propongono operazioni organizzativistiche che obbediscono solo a logiche ragionieristiche e di risparmio perseguendo con lucida follia la dequalificazione della scuola pubblica, da noi, si propone la professionalizzazione precoce ed "il doppio canale" andando in controtendenza anche rispetto ai bisogni del mercato neocapitalista perché paradossalmente, gli attuali cambiamenti nel mondo del lavoro (e da qui nasce la non condivisione della stessa Confindustria alla Riforma Moratti) sono fra i fattori più importanti che mettono in discussione la formazione di un individuo precocemente specializzato, troppo formato all’interno di una prospettiva temporale ristretta mentre il problema è esattamente l’opposto, quello di formare un individuo che sappia costruire un futuro che non è affatto predeterminato, ma che dipende dalle sue capacità di visione e di immaginazione.

Lo stesso mondo del lavoro richiede individui con una alta formazione di base con buoni livelli di specializzazione ma anche aperti a esperienze a linguaggi disparati, individui capaci di reinventare i propri saperi, le proprie competenze e persino il proprio lavoro.

La scuola deve fornire agli individui le chiavi per imparare ad imparare, gli strumenti dinamici di interpretazione di saperi e di una società in continua trasformazione, per fare questo è necessario rivedere i contenuti delle singole discipline ed i curricoli, lavorando molto sulle epistemologie, sui saperi pluri ed interdisciplinari, sulle abilità trasversali. Alzare e non abbassare i livelli iniziali e comuni della formazione, liceizzare l’istruzione tecnica e professionale e non il contrario. La scelta del doppio canale, formazione/istruzione, quella della professionalizzazione precoce, oltre che essere iniqua socialmente e riprodurre una scuola di classe, è improduttiva sul piano pratico, inutile anche dal punto di vista del mercato. I vari tentativi di introdurre meccanismi di mercato nel sistema formativo obbediscono solo ad un tentativo di smantellamento del pubblico per aprire ad una privatizzazione che si profila come un affare per i privati.

L’Unione Europea in questo quadro può e deve svolgere un ruolo importante.

  • Innanzitutto confrontando i diversi sistemi educativi e imponendo comuni scelte di investimento ai paesi aderenti; se l’istruzione è una priorità anche le quote di PIL da destinare all’istruzione devono essere garantite da accordi che costringano i paesi ad una allineamento comune che vada nella direzione di un aumento degli investimenti sulla scuola.

  • Avviando una riflessione ed istituendo un apposito organismo per pervenire alla costruzione di una carta dei saperi fondamentali correlata al diritto di cittadinanza europea. Riflessione questa che senza annullare le specificità culturali definisca il quadro dei saperi anche in termini di performance e che vada a costruire la base intorno a cui nei vari pesi si organizzino i curricoli disciplinari e gli obiettivi dei vari segmenti formativi.

  • Impegni precisi per il perseguimento dell’obbligo formativo ai 18 anni, anche qui con una definizione degli standards.

  • Affermando che la formazione e l’istruzione siano un diritto dovere dei cittadini europei e che va garantita a tutti nello stesso modo senza discriminazioni di razza, colore e religione.

Un elemento di complessità in una riflessione sulla formazione e l’istruzione è rappresentato, come abbiamo già visto, dalla necessità di armonizzare i sistemi senza omologare le culture.

Garantire una unità nella diversità a partire dall’idea di "interdipendenza".

Il concetto non ha solo una connotazione negativa (come dipendenza da) ma anche una connotazione positiva utilizzata molto nel campo dell’educazione multiculturale, che fa riferimento alla necessità di mettere in comunicazione ed ibridare le culture e la cui necessità deriva dai processi sempre più accentuati di migrazione prodotti dalla globalizzazione e che smettendo di essere un problema devono diventare una risorsa sociale e culturale; si tratta dell’altra faccia di quella irriducibilità del locale al globale che deve convivere con il nuovo modello di cittadinanza universale a cui tutti stiamo lavorando, una cittadinanza dei diritti, naturalmente che passa in buona parte attraverso il diritto all’istruzione.

Le nuove tecnologie dilatando spazio e tempo rendono possibile un modello di unità che non comporta necessariamente l’omologazione e in cui la diversificazione non comporta necessariamente processi di frantumazione e dissoluzione.

E’ compito della scuola, a tutti i suoi livelli, quello di valorizzare le diversità, facendo emergere e legittimando le diversificazione delle singole esperienze individuali, permettendo, contemporaneamente, alle stesse di entrare in connessione ed in rete con le altre.

Esiste in questo quadro una concezione ecologica dei processi e dei fenomeni educativi, l’unica che può sostenere il confronto con la negativizzazione dei processi educativi tipici della globalizzazione, rilanciando la sfida in avanti, una sfida che oppone alla esclusione la partecipazione, alla privatizzazione l’allargamento. Di questo dovremo discutere in futuro, con questo confrontarci, assumendo un’ottica diversa anche nei confronti dei processi che stanno attraversando i nostri paesi, a partire dall’Italia.

Tonino Califano, Presidente Proteo Fare Sapere Basilicata, membro del comitato direttivo nazionale della Cgil-scuola al seminario del Social Forum Europeo