CGIL SCUOLA Massa
Carrara
Dal
progettificio all’autonomia.
Patrizia
Della Giovampaola
La scuola elementare già
prima della legge sull’autonomia è stata protagonista di una fase di
sperimentazione e di ricerca che ha avuto il merito di coinvolgere la gran parte
di docenti in una riflessione intorno al senso del proprio lavoro, ai modelli
organizzativi, alla soddisfazione dei bisogni formativi delle bambine e dei
bambini. Ciò ha prodotto un generale miglioramento della qualità della scuola
elementare anche se, questo percorso, è avvenuto attraverso accelerazioni e
anche rotture che hanno avuto per protagonista il Collegio dei Docenti.
Nel gruppo docente della mia scuola, ancora prima dell’avvento dei moduli, si
era sentita la necessità di individuare processi basati sul principio
dell’apprendere dall’esperienza e dal progettare in modo continuo lungo
tutto il percorso; un’attenzione particolare era quindi data alla dimensione
relazionale e comunicativa e a quella legata alla capacità di convivere con
l’incertezza che è conseguente ad ogni processo di ricerca-azione.
Il nostro intento era quello di coinvolgere tutti i protagonisti (insegnanti,
alunni, genitori) in un percorso di cambiamento che favorisse una scuola più
significativa per tutti.
All’interno del Collegio il nostro modello di docente non era completamente
socializzato e quindi non generalizzato poiché si contrapponeva a quello
tradizionale, caratterizzato da un’attività isolata, fondato su competenze
generali e ormai cristallizzate, su doti di trasmissione delle conoscenze, su
comportamenti di passività e subalternità.
Alla fine degli anni 90 in molte scuole si sperimentava l’Autonomia, dal PEI
si passava al POF e questo ci era sembrato l’unico cambiamento e, questa
volta, il Collegio sembrava assolutamente concorde nell’avvertire un certo
disagio e disorientamento nei confronti delle nuove norme legislative; per
alcuni si sarà trattato delle solite reticenze di fronte alle innovazioni, ma
per molti la valutazione negativa si fondava su motivazioni più profonde. Ci
era sembrato di individuare in questo nuovo Regolamento un modello di scuola di
tipo aziendale; ci sembrava di leggere tra le righe la tendenza ad assimilare
l’efficienza gestionale dell’impresa; la parola d’ordine sembrava quella
di doversi adattare alle esigenze di mercato, di proporre prodotti competitivi
per attirare i consumatori, di ignorare quindi la collegialità, la
partecipazione e la condivisione nei processi educativi e nelle relative
decisioni. Per chi ha creduto nel processo piuttosto che nel prodotto, risultava
difficile condividere queste nuove istanze.
Tra gli operatori scolastici si avvertiva, inoltre il rischio di una profonda
gerarchizzazione: il Capo d’Istituto che diventa Dirigente (qui il
parallelismo con l’impresa è tangibile) e questa visione di manager lo fa
vivere come colui che è deputato all’organizzazione di tutto il sistema
azienda, colui che ha potere, budget, può e sa “costringere” a fare.
L’unica partecipazione alla gestione è quella dei collaboratori che vengono
da lui selezionati; il resto del collegio, la quasi totalità, se si escludono
le funzioni obiettivo, si trova alla base della piramide e, deprivato di ogni
motivazione, utilizza per inerzia comportamenti di tipo adattivo: le
intelligenze interne sono orientate al compito e servono a garantire la
funzionalità del modello.
In questa prima fase si è messa in moto la macchina che macinava progetti di
varia natura, da quelli nazionali a quelli proposti dagli EE.LL., a quelli
autonomamente elaborati dalla scuola. Tanti progetti che si aggiungono al
curricolo fondamentale: il PROGETTIFICIO, appunto! La qualità della scuola
sembrava direttamente proporzionale alla quantità di proposte; nelle classi
un’attività frenetica con l’unica attenzione rivolta al prodotto, era
indispensabile per il buon nome della scuola, documentare, rendere visibile
questa efficienza all’esterno.
Questa che si andava delineando non era la scuola di nessuno, non si potevano
rincorrere tutte le opportunità che tutti si sentivano in diritto di esigere
dalla scuola, bisognava ripensare ad un nuovo modello ed è stata una sorpresa
scoprire che con il Regolamento dell’autonomia, potevamo organizzare una
scuola più rispondente ai bisogni formativi delle bambine e dei bambini di oggi
perché l’autonomia ha come scopo il successo formativo.
Il POF, non è più un gioco onomatopeico, non è l’ennesimo progetto
aggiuntivo, ma IL PROGETTO attraverso il quale esprimere l’identità della
scuola. Abbiamo così, iniziato un percorso di revisione del Piano
dell’Offerta Formativa che ha posto come fulcro la centralità dei bisogni del
bambino e da questo nucleo vengono declinate le dimensioni essenziali: quella
delle discipline e attività fondamentali che si integrano e interagiscono con
quelle che scaturiscono dalla quota locale determinata dalle esigenze delle
peculiarità territoriali e ambientali.
Stiamo, cioè, riscrivendo l’impianto curricolare in modo da non averne più
uno parallelo a quello di base.
L’intento è quello di una nuova interpretazione del progetto culturale della
scuola che punta alla promozione di modi pensare, di rappresentare, di risolvere
problemi piuttosto che sulle nozioni, sui contenuti relativi ad ogni area
disciplinare.
L’orizzonte che oggi intravediamo è quello di una scuola che presta
attenzione alle dimensioni cognitive, sociali ed affettive dell’insegnamento,
che crea un ambiente di
apprendimento più processuale e dinamico, che integra conoscenze, abilità e
atteggiamenti.
Il nostro concetto sulla legge dell’autonomia ha assunto quindi la sua piena
accezione, significa definizione del curricolo di scuola come espressione di
progettualità e responsabilità professionale e riteniamo fondamentali i
riconoscimenti della riforma costituzionale (TITOLO V) perché la formazione e i
saperi di cittadinanza non sono merce di parte, ma valori e risorse per la
collettività.
Il cammino iniziato che prevede quindi il passaggio da un’organizzazione per
individui ad una per gruppi, sta, nel mio Circolo, movendo i primi passi, anche
se in ritardo rispetto ai tempi legislativi, ma credo che il processo che ci ha
coinvolto sia comunque importante per le consapevolezze che ha prodotto.
Naturalmente tutto ciò non esclude il permanere di problematiche, controversie
e contraddizioni. Se l’Autonomia è una questione organizzativa e gestionale
andrebbe, in molti casi, rivisto e approfondito il ruolo dirigenziale che,
troppo spesso si è fermato al dirigismo di tipo aziendale o autoritario; è
necessario rivendicare la cura delle professionalità (formazione,
autoformazione, ricerca-azione, documentazione). Inoltre bisogna coltivare e
supportare quegli atteggiamenti ci coinvolgimento, condivisione e collegialità
come condizione del protagonismo e dello sviluppo delle motivazioni in
contrapposizione alla passività, alla subalternità e all’isolamento.
Purtroppo il quadro che si va oggi delineando in merito alle politiche
scolastiche di questo governo, ci impongono un accantonamento di questi aspetti
ancora da consolidare perché è più urgente adottare forme di resistenza.
L’idea di scuola che sottende alla Legge Delega e alla Sperimentazione in atto
in alcune scuole dell’infanzia ed elementari, rendono evanescente il
significato di Autonomia Scolastica:
·
la famiglia un agente in proprio
dell’istruzione in quanto può scegliere tempi e percorsi;
·
il territorio non è più
risorsa per l’elaborazione del curricolo unitario di scuola, ma rappresenta la
fiera di opportunità alternative, per chi se le potrà permettere;
·
le discipline diventano il fine
e non più lo strumento del curricolo formativo;
·
l’insegnante è sempre più
solo di fronte all’avanzare del nuovo centralismo che lo vedrà ripiombare
nell’isolamento e nella passività.
Per contrastare la scuola
disegnata dalla Moratti non ci resta che ripartire dal Regolamento
sull’autonomia, per eludere le incursioni del potere politico, per non
sottometterci alla pressioni
familistiche e per non cadere di fronte all’uso improprio dell’Autonomia da
parte delle stesse istituzioni scolastiche e dei suoi operatori.
E’ mancato il tempo, l’autonomia non è ancora consolidata come cultura
della scuola e appena nata si è ritrovata in un contesto politico che tende a
ridurla, per questo è necessario praticarla perchè diventi una risorsa
dinamica intesa come capacità di autoprogettare il proprio lavoro, di
autorganizzarsi per rispondere alle domande del territorio, per garantire il
successo formativo di ciascuno, per sostenere la scuola pubblica e sviluppare la
sua qualità.