DA école

DI OTTOBRE

I materiali di riflessione che qui

presentiamo non hanno l’ambizione di

essere delle “tesi” e sono piuttosto un

documento di lavoro, non omogeneo nella

forma e nell’equilibrio complessivo.

Costituiscono tuttavia il risultato di una

riflessione che ha attraversato negli ultimi

mesi noi della redazione di école.

Tentiamo di disegnare una nostra idea di scuola, una direzione di ricerca che forse è quella che (più o

meno) cerchiamo di far vivere nel nostro lavoro quotidiano in classe, nel nostro riflettere sulle trasformazioni

della società e del sapere. Non un dover-essere, non altri doveri o compiti da far piovere sugli

e sulle insegnanti – piove già così tanta roba, pessima, e governo ladro non si può più dire, perché è

troppo vero.

Peraltro ragionare sulla scuola oggi non è affatto facile, ci sono un mare di scogli e scorie varie;

verrebbe voglia di procedere con la cautela dei ma e tuttavia. Rimettere al centro il sapere e lo studio,

ma non la pura trasmissione di discipline chiuse e compiute; operare per una riforma della scuola, ma

senza l’ideologia dell’innovazione comunque (tanto peggio di così non può andare) e senza ingegnerie

e tecnicismi già visti (e sofferti); rivendicare una scuola laica e aperta alle diversità, ma senza ridursi

a una dimensione neutra e puramente strumentale dell’istruzione. Perfino vorremmo occuparci del

“programma” dell’opposizione all’attuale sciagurato governo, se non altro per evitare che si preparino

ulteriori disastri di analisi e di proposta – ma certo non pensiamo che il cuore della politica sia ancora

mettere insieme piattaforme e cartelli elettorali attraverso mediazioni fra sigle.

Insomma è più facile indicare le derive da evitare che il percorso. Che infatti resta da cercare. Insieme.

Per questo abbiamo proposto e organizzato (con un sorprendete “successo”, al quale non siamo abituati)

un incontro a Firenze, il 6 settembre, su questi temi.

A noi sembra che sia andata bene, che si siano incontrate letture della scuola molto diverse e linguaggi

pure piuttosto lontani, ma disposti ad ascoltarsi ed incrociarsi.

Ne è risultata una “splendida” impossibilità di fare sintesi e tirare conclusioni – una fortuna anche per

il lettore perché niente è più noioso delle rendicontazioni dei convegni.

Però c’è l’idea di continuare ad incontrarsi, di moltiplicare le occasioni (anche così informali) di confronto

e narrazione e analisi della scuola e del mondo.

Ci sono intorno a noi una società e un lavoro che cambiano e sono di non facile lettura – quale sapere

chiedono, quale conoscenza mettono al lavoro, che se ne fanno della scuola...

Per capirci qualcosa è bene mettere in comune non solo esperienze e ipotesi, ma desideri, sofferenze e

“lutti” di questi anni. La soggettività non è mai stata così politica ed economica.

L’idea alla fine è di portare a Parigi, al secondo Forum sociale europeo, qualcosa di più degli slogan su

mercificazione del sapere e aziendalizzazione delle scuole. Un’analisi della qualità profonda, umana e

politica, del fare scuola; una riflessione su quella dimensione pubblica che non attiene solo alla natura

giuridica dell’ente gestore, ma riguarda la forma delle relazioni e del sapere, l’apertura del suo spazio

culturale, la negoziazione di significati e la costruzione di un senso condiviso e di un mondo comune.

Dopo Parigi potrebbe essere possibile (e sarebbe bello) avere altri appuntamenti, magari costanti: una

specie di assemblea permanente della scuola, dove incontrarsi e raccontarsi faccia a faccia.

È stato detto a Firenze che il movimento di questi anni (che ha riflettuto su quasi tutto) non ha una

pedagogia per la scuola, la vede poco e non sa parlarne – quando il ’68 nelle scuole era nato. Giusto.

Ma più che una proposta compiuta o delle rivendicazioni, sarebbe bene avere un’idea delle pratiche che

vi si svolgono e dei processi relazionali che attraversano il sapere: della forma in cui si fa scuola. Come

della forma in cui si fa polis. Tessuto di repubbliche oltre gli Stati e contro gli Imperi. .

 

PER UNA SCUOLA EUROPEA, NON EUROCENTRICA

Nell'incontro Saperi di scuola si è partiti dal documento preparatorio presentato dalla redazione di école. Alla luce della discussione, tentando di cogliere le proposte venute dal dibattito, école propone questo testo che sarà presentato al Forum sociale europeo di Parigi.

La scuola occidentale è inadeguata a far fronte all’attacco della globalizzazione neoliberista, per una crisi di senso che viene da cause lontane, tra le quali c’è la caduta della sua pretesa di esclusività. Questa debolezza è il presupposto per il "piano estremista del capitale" che ormai sta scritto nei documenti, vuole smantellarne la natura pubblica e cambiarne le finalità. Le classi dirigenti assecondano le richieste sempre più miopi del mondo del business spacciandole per interessi generali, e producono nella globalizzazione il rischio di una scomparsa dell’agorà, occupata dai supermercati o dalle televisioni o dalle guerre: perdita di civiltà che impoverisce tutti, anche se certo non con gli stessi effetti.

Non c’è una cittadella dell’educazione assediata da difendere, la scelta è se cambiare come vorrebbero i poteri dominanti, oppure imprimere una qualità diversa al cambiamento, in direzione di luoghi di formazione dell’identità, di ricerca culturale e di senso. La crisi ha il merito di costringerci a ritornare alle domande, a partire dall’esame diretto e dal di dentro della realtà. In questa scuola e università attaccate e in trasformazione, in preda all’instabilità organizzativa e simbolica a volte con aspetti tragici e grotteschi, non è più possibile salvarsi in una privatizzazione della sopravvivenza e tutti i soggetti sono chiamati a mettersi in gioco.

Esistono strumenti teorici per sostenere una svolta nel cambiamento: complessità, ecologia, memoria, narratività, riflessione femminile. La libertà la si riconquista attraverso il confronto e il conflitto. Dei varchi esistono già, altri si aprono via via che cresce la capacità di ascoltare le inquietudini dell’oggi.

Il forum sociale europeo può diventare il nodo principale di una rete delle buone pratiche e delle buone idee educative, soprattutto se mettiamo al centro le proposte in positivo.

Il sapere e l’istruzione possono essere liberati dalla forma banale dello scambio di merci e dai diktat del WTO per farne un bene pubblico di nuovo tipo. Per andare in questa direzione anche l’Europa - perfino come istituzione- deve dire la sua parola.

Il primo compito formativo dell’Europa che vogliamo è quello di costruire uno spazio pubblico educativo e laico, come garanzia fondamentale dei cittadini e delle persone, per opporsi alla disuguaglianza e alla diffusione planetaria di modelli banali di consumo e di comunicazione, ma anche alla risposta simmetrica che danno i localismi delle piccole patrie, i particolarismi etnici e religiosi, i comunitarismi con vocazioni organicistiche.

Il singolo è protetto solo se esiste uno spazio pubblico che lo tutela contro le pretese delle comunità, garantendo il diritto dell’individuo a vivere come crede la sua "appartenenza" o "non appartenenza".

L’altro compito della scuola europea è di fare da ponte al rapporto con gli altri continenti e con tutto il mondo dell’est europeo dove, fra l’altro, i residui di una tradizione di insegnamento di grande spessore (anche se non egualitaria) rischiano di essere travolti dall’avanzante marea dell’americanizzazione in forme semplificate.

Già ci sono varie forme di resistenza sia molecolare sia strutturale nei sistemi scolastici europei. Esiste una "fortezza scolastica continentale" difficile da smantellare perché la storia dei sistemi scolastici ha una sua materialità irriducibile. La realtà non può essere plasmata a piacimento dai signori del WTO e la scuola-azienda o l’università-azienda costituiscono in fondo un modello stupido, solo organizzativo, scatole vuote che di fatto non funzionano nemmeno rispetto agli obiettivi dichiarati, risolvendosi troppo evidentemente in un sistema duale addirittura in forme di casta e in una frammentazione di affarismi e ideologie. Finita l’attuale ubriacatura per i corsi e corsettini e master (presunti) professionalizzanti e flessibili, troppo spesso alimentati dal fondo sociale europeo, la maggioranza delle famiglie e dei giovani cercherà di andare via dal settore subalterno della scuola.

Ma c’è dell’altro. I responsabili politici della formazione nei vari paesi hanno continuato a conformarsi alla rassicurante credenza occidentale della crescita illimitata, quindi all’economicismo, senza sospetto di stare seguendo un modo di vita minato al suo interno da contraddizioni portatrici di rischi davvero troppo alti.

Non si tratta soltanto del fatto che alcuni parametri biofisici sono fuori controllo, la nuova consapevolezza riguarda anche le conseguenze sociali del modello.

Inevitabilmente alla scuola viene ancora rivolta la richiesta di ascoltare l’inquietudine diffusa, di assicurare ai giovani un futuro, di scambiare in modo aperto con la società le buone idee che è capace di elaborare.

Per far questo, c’è bisogno però di una prassi educativa che rovesci il senso dello stare a scuola e dell’imparare. La comprensione di questa prassi può diventare, attraverso le esperienze, un patrimonio dell’intera società.

L’ambiente scuola deve e può essere concepito e realizzato come un paradigma urbano in cui gli stili di vita siano sensati esperimenti di relazione con l’ambiente e tra le persone. Un’area liberata dal consumismo materiale e mediatico, in cui sia protetto il pensiero libero e si possano adattare le condizioni (spaziali, temporali) di studio a quel che si sta studiando e che si vuole capire.

Una scuola diversa è possibile, comincia dalle cose semplici: dalla cura e dalla bellezza dello spazio in cui vivere e dell’ambiente circostante, dagli spazi di socialità, dal senso di responsabilità verso i beni pubblici.

Non più un luogo di frammentazione tayloristica del tempo, ma piuttosto di incontro e di sintesi, di costruzione collettiva della complessità, di educazione civica vissuta e non moralistica.

E non è per una moda che bisogna far entrare le nuove tecnologie a scuola. La tecnologia oggi, nel lavoro come a scuola, è in grado di liberarci dalle occupazioni più ripetitive in modo leggero, lasciando più spazio e tempo ai rapporti umani, al gioco e alla creatività.

La scuola deve respirare con tradizioni, economia, paesaggi che la circondano. E i segmenti finali della formazione faranno riferimento a percorsi professionali che connotano il territorio, tuttavia sapendo che sempre meno i destini lavorativi dei giovani saranno circoscritti alla regione d’appartenenza. Sapendo che la formazione di base è tutt’altra cosa, indirizzata ad un orizzonte gratuito del sapere, alla cittadinanza, all’indipendenza personale: ad altri territori insomma, molto più vasti e personali. Diversamente "economici".

Un punto di partenza utile ci sembra perciò quello di concentrarsi sulla "forma della scuola", cioè sulle strutture che condizionano materialmente la sua vita.

È necessaria una riflessione che metta a confronto idee sulla forma della scuola pubblica: i modi di una progettazione "partecipata", l’integrazione della scuola nel tessuto urbano, la forma delle aule, degli edifici, i materiali, il sistema di comunicazione, la scansione dei tempi, la flessibilità degli spazi, le condizioni materiali del benessere psicofisico.

Proprio perché i saperi sono in una profonda crisi di trasformazione, è necessario che il discorso pubblico sulla scuola e sull’università sia restituito a una discussione di merito, superando le "scatole vuote" della didattica tecnocratica, che si riduce a una ricerca di flessibilità e controllabilità dall’alto delle forme del fare scuola.

Il tempo di lavoro contrattuale nelle scuole e università deve prevedere, quindi, consistenti margini per la ricerca, lo scambio culturale, la programmazione e l’attività seminariale tra adulti e adulte, sapendo che questi saperi usciranno poi trasformati dalla relazione educativa. L’antropologia culturale ci aiuta a comprendere il significato di un concetto più comprensivo di cultura, fondato sulla negoziazione dei significati, sul confronto continuo tra le culture, sul dialogo tra ciò che è formalizzato e ciò che non lo è, sulla messa all’opera delle soggettività.

È evidente che siamo a favore di una scuola di base uguale per tutti e di alta qualità; i percorsi successivi devono avere pari dignità e profilo significativo, così da lasciare tutti aperto sia il passaggio successivo alla formazione universitaria sia quello a corsi professionalizzanti settoriali o alla formazione in azienda. L’obiettivo è una formazione scolastica estesa al numero più ampio possibile di giovani fino ai 18 e il superamento completo dell’uscita dalla scuola prima dei sedici anni di età.

Ricordiamoci che il programma essenziale delle destre di tutti i tipi nel campo scolastico è quello delle scelte precoci e irreversibili, dei percorsi separati.

Gli avversari del nostro ostinato illuminismo non stanno solo in alto ma anche in basso, i soggetti che vogliamo "salvare" a volte non ne vogliono sapere proprio di "farsi salvare" dalla scuola. Nelle scuole di periferia avvengono i fenomeni degenerativi ben noti con l’ingresso nelle aule della logica delle street gangs e si innesca un circolo vizioso sabotaggio-sorveglianza-sabotaggio che distrugge a livello molecolare il valore emancipativo dello studio e il benessere della convivenza. Questi fenomeni hanno cause complesse, forse si può parlare di vere forme di oscurantismo della società dei consumi, comunque possono essere affrontati solo da istituzioni scolastiche e insegnanti che abbiano - oltre che strumenti materiali di intervento e spazi progettuali - anche una forte e autonoma identità: per dirlo con un termine di moda, una mission. Di questa mission fa parte l’educazione alla libertà, mai il paternalismo. Il lavoro con gli adolescenti non è e non sarà comunque facile, perché l’adulto non si confronta più con individui a lui omogenei, ma con gruppi di pari che hanno le loro regole interne e tendono a chiudersi e a sfidare: sfida a cui si può rispondere solo aprendo la scuola e sviluppando coscientemente la figura dell’insegnante come mediatore culturale.

Ma gli istituti sono spesso ingessati da un vuoto enciclopedismo e da orari ed attività frammentati e rigidi, così come dall’ossessione della sorveglianza, delle procedure e delle responsabilità legali, da metodi di insegnamento frontali.

Per questi motivi la vera contrapposizione non è quella apparente tra "conservatori umanisti" e "innovatori post-moderni". Non è un destino la frattura insanabile tra le nuove logiche audiovisive e il mondo della parola scritta.

In una cosa i "conservatori" hanno certamente ragione: non è l’essere a tutti i costi à la page che salva la scuola, una certa misura di anacronismo è sana e ha un valore educativo fondamentale. I più grandi, indispensabili anacronismi sono la lentezza, la gratuità, la narrazione, il rapporto faccia a faccia, la lettura silenziosa...

Un compito importante è riflettere sull'esigenza di un insegnamento non eurocentrico delle storie del pensiero, senza rinunciare a nessuna delle conquiste della cultura europea di cui possiamo non vergognarci. In particolare la formazione scientifica e tecnologica, nelle scuole del futuro avrà di nuovo la priorità e la precedenza su quella tecnico-professionale che oggi sembra così attraente da far dimenticare tutto il resto.

Un insegnamento ricco e che sappia trovare un giusto equilibrio nella delimitazione e nell’approfondimento dei contenuti e delle attività (queste scelte sono ovviamente diventate difficilissime nella società postmoderna, in cui siamo tutti esposti al rischio della dispersività), mette i soggetti in grado di adattarsi alle innovazioni e, anche dal punto di vista della logica del mercato del lavoro, evita sterili compartimentazioni; può costituire dunque il possibile punto di compromesso tra il sistema produttivo capitalistico e la formazione dell’individuo e del cittadino.

La scuola può rimanere un luogo di incontro, di confronto e di equilibrio tra varie esigenze nella "società aperta". E il sistema dei poteri globali e nazionali è bene sia costretto a confrontarsi con cittadini dotati di un eccesso culturale "sovversivo" — oltre che economicamente produttivo.