DA école
I materiali
di riflessione che qui
presentiamo
non hanno l’ambizione di
essere
delle “tesi” e sono piuttosto un
documento
di lavoro, non omogeneo nella
forma e
nell’equilibrio complessivo.
Costituiscono
tuttavia il risultato di una
riflessione
che ha attraversato negli ultimi
mesi noi
della redazione di école.
Tentiamo di
disegnare una nostra idea di scuola, una direzione di ricerca che forse è
quella che (più o
meno)
cerchiamo di far vivere nel nostro lavoro quotidiano in classe, nel nostro
riflettere sulle trasformazioni
della
società e del sapere. Non un dover-essere, non altri doveri o compiti da far
piovere sugli
e sulle
insegnanti – piove già così tanta roba, pessima, e governo
ladro non si può più dire, perché è
troppo
vero.
Peraltro
ragionare sulla scuola oggi non è affatto facile, ci sono un mare di scogli e
scorie varie;
verrebbe
voglia di procedere con la cautela dei ma e tuttavia.
Rimettere al centro il sapere e lo studio,
ma non la
pura trasmissione di discipline chiuse e compiute; operare per una riforma
della scuola, ma
senza
l’ideologia dell’innovazione comunque (tanto peggio di così
non può andare) e senza ingegnerie
e
tecnicismi già visti (e sofferti); rivendicare una scuola laica e aperta alle
diversità, ma senza ridursi
a una
dimensione neutra e puramente strumentale dell’istruzione. Perfino vorremmo
occuparci del
“programma”
dell’opposizione all’attuale sciagurato governo, se non altro per evitare che
si preparino
ulteriori
disastri di analisi e di proposta – ma certo non pensiamo che il cuore della
politica sia ancora
mettere
insieme piattaforme e cartelli elettorali attraverso mediazioni fra sigle.
Insomma è
più facile indicare le derive da evitare che il percorso. Che infatti resta da
cercare. Insieme.
Per questo
abbiamo proposto e organizzato (con un sorprendete “successo”, al quale non
siamo abituati)
un incontro
a Firenze, il 6 settembre, su questi temi.
A noi
sembra che sia andata bene, che si siano incontrate letture della scuola molto
diverse e linguaggi
pure piuttosto
lontani, ma disposti ad ascoltarsi ed incrociarsi.
Ne è
risultata una “splendida” impossibilità di fare sintesi e tirare conclusioni –
una fortuna anche per
il lettore
perché niente è più noioso delle rendicontazioni dei convegni.
Però c’è
l’idea di continuare ad incontrarsi, di moltiplicare le occasioni (anche così
informali) di confronto
e
narrazione e analisi della scuola e del mondo.
Ci sono
intorno a noi una società e un lavoro che cambiano e sono di non facile lettura
– quale sapere
chiedono,
quale conoscenza mettono al lavoro, che se ne fanno della scuola...
Per capirci
qualcosa è bene mettere in comune non solo esperienze e ipotesi, ma desideri,
sofferenze e
“lutti” di
questi anni. La soggettività non è mai stata così politica ed economica.
L’idea alla
fine è di portare a Parigi, al secondo Forum sociale europeo, qualcosa di più
degli slogan su
mercificazione
del sapere e aziendalizzazione delle scuole. Un’analisi della qualità profonda,
umana e
politica, del fare
scuola; una riflessione su quella dimensione pubblica
che non attiene solo alla natura
giuridica
dell’ente gestore, ma riguarda la forma delle relazioni e del sapere,
l’apertura del suo spazio
culturale,
la negoziazione di significati e la costruzione di un senso condiviso e di un
mondo comune.
Dopo Parigi
potrebbe essere possibile (e sarebbe bello) avere altri appuntamenti, magari
costanti: una
specie di
assemblea permanente della scuola, dove incontrarsi e raccontarsi faccia a
faccia.
È stato
detto a Firenze che il movimento di questi anni (che ha riflettuto su quasi
tutto) non ha una
pedagogia
per la scuola, la vede poco e non sa parlarne – quando il ’68 nelle scuole era
nato. Giusto.
Ma più che
una proposta compiuta o delle rivendicazioni, sarebbe bene avere un’idea delle
pratiche che
vi si
svolgono e dei processi relazionali che attraversano il sapere: della forma
in cui si fa scuola. Come
della forma
in cui si fa polis. Tessuto di repubbliche
oltre gli Stati e contro gli Imperi. .
PER UNA SCUOLA EUROPEA, NON EUROCENTRICA
Nell'incontro Saperi di scuola si è partiti dal documento
preparatorio presentato dalla redazione di école. Alla luce della
discussione, tentando di cogliere le proposte venute dal dibattito, école
propone questo testo che sarà presentato al Forum sociale europeo di Parigi.
La
scuola occidentale è inadeguata a far fronte all’attacco della globalizzazione
neoliberista, per una crisi di senso che viene da cause lontane, tra le quali
c’è la caduta della sua pretesa di esclusività. Questa debolezza è il
presupposto per il "piano estremista del capitale" che ormai sta
scritto nei documenti, vuole smantellarne la natura pubblica e cambiarne le
finalità. Le classi dirigenti assecondano le richieste sempre più miopi del
mondo del business spacciandole per interessi generali, e producono nella
globalizzazione il rischio di una scomparsa dell’agorà, occupata dai
supermercati o dalle televisioni o dalle guerre: perdita di civiltà che
impoverisce tutti, anche se certo non con gli stessi effetti.
Non
c’è una cittadella dell’educazione assediata da difendere, la scelta è se
cambiare come vorrebbero i poteri dominanti, oppure imprimere una qualità
diversa al cambiamento, in direzione di luoghi di formazione dell’identità, di
ricerca culturale e di senso. La crisi ha il merito di costringerci a ritornare
alle domande, a partire dall’esame diretto e dal di dentro della realtà. In
questa scuola e università attaccate e in trasformazione, in preda
all’instabilità organizzativa e simbolica a volte con aspetti tragici e
grotteschi, non è più possibile salvarsi in una privatizzazione della
sopravvivenza e tutti i soggetti sono chiamati a mettersi in gioco.
Esistono
strumenti teorici per sostenere una svolta nel cambiamento: complessità,
ecologia, memoria, narratività, riflessione femminile. La libertà la si
riconquista attraverso il confronto e il conflitto. Dei varchi esistono già,
altri si aprono via via che cresce la capacità di ascoltare le inquietudini
dell’oggi.
Il forum
sociale europeo può diventare il nodo principale di una rete delle buone
pratiche e delle buone idee educative, soprattutto se mettiamo al centro le
proposte in positivo.
Il
sapere e l’istruzione possono essere liberati dalla forma banale dello scambio
di merci e dai diktat del WTO per farne un bene pubblico di nuovo tipo. Per
andare in questa direzione anche l’Europa - perfino come istituzione- deve dire
la sua parola.
Il
primo compito formativo dell’Europa che vogliamo è quello di costruire uno spazio
pubblico educativo e laico, come garanzia fondamentale dei cittadini e delle
persone, per opporsi alla disuguaglianza e alla diffusione planetaria di
modelli banali di consumo e di comunicazione, ma anche alla risposta simmetrica
che danno i localismi delle piccole patrie, i particolarismi etnici e
religiosi, i comunitarismi con vocazioni organicistiche.
Il
singolo è protetto solo se esiste uno spazio pubblico che lo tutela contro le
pretese delle comunità, garantendo il diritto dell’individuo a vivere come
crede la sua "appartenenza" o "non appartenenza".
L’altro
compito della scuola europea è di fare da ponte al rapporto con gli altri
continenti e con tutto il mondo dell’est europeo dove, fra l’altro, i residui
di una tradizione di insegnamento di grande spessore (anche se non egualitaria)
rischiano di essere travolti dall’avanzante marea dell’americanizzazione in
forme semplificate.
Già
ci sono varie forme di resistenza sia molecolare sia strutturale nei sistemi
scolastici europei. Esiste una "fortezza scolastica continentale"
difficile da smantellare perché la storia dei sistemi scolastici ha una sua
materialità irriducibile. La realtà non può essere plasmata a piacimento dai
signori del WTO e la scuola-azienda o l’università-azienda costituiscono in fondo
un modello stupido, solo organizzativo, scatole vuote che di fatto non
funzionano nemmeno rispetto agli obiettivi dichiarati, risolvendosi troppo
evidentemente in un sistema duale addirittura in forme di casta e in una
frammentazione di affarismi e ideologie. Finita l’attuale ubriacatura per i
corsi e corsettini e master (presunti) professionalizzanti e flessibili, troppo
spesso alimentati dal fondo sociale europeo, la maggioranza delle famiglie e
dei giovani cercherà di andare via dal settore subalterno della scuola.
Ma
c’è dell’altro. I responsabili politici della formazione nei vari paesi hanno
continuato a conformarsi alla rassicurante credenza occidentale della crescita
illimitata, quindi all’economicismo, senza sospetto di stare seguendo un modo di
vita minato al suo interno da contraddizioni portatrici di rischi davvero
troppo alti.
Non
si tratta soltanto del fatto che alcuni parametri biofisici sono fuori
controllo, la nuova consapevolezza riguarda anche le conseguenze sociali del
modello.
Inevitabilmente
alla scuola viene ancora rivolta la richiesta di ascoltare l’inquietudine
diffusa, di assicurare ai giovani un futuro, di scambiare in modo aperto con la
società le buone idee che è capace di elaborare.
Per
far questo, c’è bisogno però di una prassi educativa che rovesci il senso dello
stare a scuola e dell’imparare. La comprensione di questa prassi può diventare,
attraverso le esperienze, un patrimonio dell’intera società.
L’ambiente
scuola deve e può essere concepito e realizzato come un paradigma urbano in cui
gli stili di vita siano sensati esperimenti di relazione con l’ambiente e tra
le persone. Un’area liberata dal consumismo materiale e mediatico, in cui sia
protetto il pensiero libero e si possano adattare le condizioni (spaziali, temporali)
di studio a quel che si sta studiando e che si vuole capire.
Una
scuola diversa è possibile, comincia dalle cose semplici: dalla cura e dalla
bellezza dello spazio in cui vivere e dell’ambiente circostante, dagli spazi di
socialità, dal senso di responsabilità verso i beni pubblici.
Non
più un luogo di frammentazione tayloristica del tempo, ma piuttosto di incontro
e di sintesi, di costruzione collettiva della complessità, di educazione civica
vissuta e non moralistica.
E non
è per una moda che bisogna far entrare le nuove tecnologie a scuola. La
tecnologia oggi, nel lavoro come a scuola, è in grado di liberarci dalle
occupazioni più ripetitive in modo leggero, lasciando più spazio e tempo ai
rapporti umani, al gioco e alla creatività.
La
scuola deve respirare con tradizioni, economia, paesaggi che la circondano. E i
segmenti finali della formazione faranno riferimento a percorsi professionali
che connotano il territorio, tuttavia sapendo che sempre meno i destini
lavorativi dei giovani saranno circoscritti alla regione d’appartenenza.
Sapendo che la formazione di base è tutt’altra cosa, indirizzata ad un
orizzonte gratuito del sapere, alla cittadinanza, all’indipendenza personale:
ad altri territori insomma, molto più vasti e personali. Diversamente "economici".
Un
punto di partenza utile ci sembra perciò quello di concentrarsi sulla
"forma della scuola", cioè sulle strutture che condizionano
materialmente la sua vita.
È
necessaria una riflessione che metta a confronto idee sulla forma della scuola
pubblica: i modi di una progettazione "partecipata", l’integrazione
della scuola nel tessuto urbano, la forma delle aule, degli edifici, i
materiali, il sistema di comunicazione, la scansione dei tempi, la flessibilità
degli spazi, le condizioni materiali del benessere psicofisico.
Proprio
perché i saperi sono in una profonda crisi di trasformazione, è necessario che
il discorso pubblico sulla scuola e sull’università sia restituito a una
discussione di merito, superando le "scatole vuote" della didattica
tecnocratica, che si riduce a una ricerca di flessibilità e controllabilità
dall’alto delle forme del fare scuola.
Il
tempo di lavoro contrattuale nelle scuole e università deve prevedere, quindi,
consistenti margini per la ricerca, lo scambio culturale, la programmazione e
l’attività seminariale tra adulti e adulte, sapendo che questi saperi usciranno
poi trasformati dalla relazione educativa. L’antropologia culturale ci aiuta a
comprendere il significato di un concetto più comprensivo di cultura, fondato sulla
negoziazione dei significati, sul confronto continuo tra le culture, sul
dialogo tra ciò che è formalizzato e ciò che non lo è, sulla messa all’opera
delle soggettività.
È
evidente che siamo a favore di una scuola di base uguale per tutti e di alta
qualità; i percorsi successivi devono avere pari dignità e profilo
significativo, così da lasciare tutti aperto sia il passaggio successivo alla
formazione universitaria sia quello a corsi professionalizzanti settoriali o
alla formazione in azienda. L’obiettivo è una formazione scolastica estesa al
numero più ampio possibile di giovani fino ai 18 e il superamento completo
dell’uscita dalla scuola prima dei sedici anni di età.
Ricordiamoci
che il programma essenziale delle destre di tutti i tipi nel campo scolastico è
quello delle scelte precoci e irreversibili, dei percorsi separati.
Gli
avversari del nostro ostinato illuminismo non stanno solo in alto ma anche in
basso, i soggetti che vogliamo "salvare" a volte non ne vogliono
sapere proprio di "farsi salvare" dalla scuola. Nelle scuole di
periferia avvengono i fenomeni degenerativi ben noti con l’ingresso nelle aule
della logica delle street gangs e si innesca un circolo vizioso
sabotaggio-sorveglianza-sabotaggio che distrugge a livello molecolare il valore
emancipativo dello studio e il benessere della convivenza. Questi fenomeni
hanno cause complesse, forse si può parlare di vere forme di oscurantismo della
società dei consumi, comunque possono essere affrontati solo da istituzioni
scolastiche e insegnanti che abbiano - oltre che strumenti materiali di
intervento e spazi progettuali - anche una forte e autonoma identità: per dirlo
con un termine di moda, una mission. Di questa mission fa parte l’educazione
alla libertà, mai il paternalismo. Il lavoro con gli adolescenti non è e non
sarà comunque facile, perché l’adulto non si confronta più con individui a lui
omogenei, ma con gruppi di pari che hanno le loro regole interne e tendono a
chiudersi e a sfidare: sfida a cui si può rispondere solo aprendo la scuola e
sviluppando coscientemente la figura dell’insegnante come mediatore culturale.
Ma
gli istituti sono spesso ingessati da un vuoto enciclopedismo e da orari ed
attività frammentati e rigidi, così come dall’ossessione della sorveglianza,
delle procedure e delle responsabilità legali, da metodi di insegnamento
frontali.
Per
questi motivi la vera contrapposizione non è quella apparente tra
"conservatori umanisti" e "innovatori post-moderni". Non è
un destino la frattura insanabile tra le nuove logiche audiovisive e il mondo
della parola scritta.
In
una cosa i "conservatori" hanno certamente ragione: non è l’essere a
tutti i costi à la page che salva la scuola, una certa misura di anacronismo è
sana e ha un valore educativo fondamentale. I più grandi, indispensabili
anacronismi sono la lentezza, la gratuità, la narrazione, il rapporto faccia a
faccia, la lettura silenziosa...
Un
compito importante è riflettere sull'esigenza di un insegnamento non
eurocentrico delle storie del pensiero, senza rinunciare a nessuna delle
conquiste della cultura europea di cui possiamo non vergognarci. In particolare
la formazione scientifica e tecnologica, nelle scuole del futuro avrà di nuovo
la priorità e la precedenza su quella tecnico-professionale che oggi sembra
così attraente da far dimenticare tutto il resto.
Un
insegnamento ricco e che sappia trovare un giusto equilibrio nella
delimitazione e nell’approfondimento dei contenuti e delle attività (queste
scelte sono ovviamente diventate difficilissime nella società postmoderna, in
cui siamo tutti esposti al rischio della dispersività), mette i soggetti in
grado di adattarsi alle innovazioni e, anche dal punto di vista della logica
del mercato del lavoro, evita sterili compartimentazioni; può costituire dunque
il possibile punto di compromesso tra il sistema produttivo capitalistico e la
formazione dell’individuo e del cittadino.
La
scuola può rimanere un luogo di incontro, di confronto e di equilibrio tra
varie esigenze nella "società aperta". E il sistema dei poteri
globali e nazionali è bene sia costretto a confrontarsi con cittadini dotati di
un eccesso culturale "sovversivo" — oltre che economicamente
produttivo.