da Liberazione del 13
settembre
L'insegnamento non è un bene di consumo
Mentre l'anno scolastico si
apre nella bufera e si annunciano nuove mobilitazioni, il governo fa il suo
spot sui finanziamenti alla riforma, dimenticando di dire però, che non sa dove
li prenderà e che nella prossima finanziaria non ne vedremo l'ombra.
Investimenti al momento virtuali per salvare la faccia alla Moratti, ma
soprattutto per sedare le crescenti preoccupazioni delle famiglie italiane, e
al contempo per tentare di bloccare le proteste del mondo della scuola. Una
operazione di facciata che non riuscirà, perché a fronte della promessa di
investimenti, quel che è certo, è che famiglie, studenti e insegnanti avranno a
che fare con un anno scolastico molto difficile, e le sorprese che arriveranno
da qui a breve, sono di tutt'altro segno, ben distanti da un investimento sulla
scuola pubblica.
Tagli, precarietà, blocco
delle immissioni in ruolo, riduzione del tempo scuola, con la cancellazione del
tempo prolungato e del tempo pieno, sono le cose concrete con cui faremo i
conti da subito, come primo assaggio della riforma. Gli edifici scolastici
resteranno fatiscenti e senza certificazione di sicurezza in tanta parte del
paese. Aumenta il numero degli studenti e paradossalmente diminuisce quello
degli insegnanti. La politica di questo governo ha bloccato le immissioni in
ruolo, incentivato il precariato, ridotto drasticamente il numero di insegnanti
di sostegno, e si accinge ora a ripristinare la figura del maestro unico alle
elementari. Si sta tornando a classi composte da trenta alunni, come quindici
anni fa, imponendo agli insegnanti condizioni di lavoro impossibili. Tutto per
comprimere il tempo della didattica ai "livelli minimi essenziali" di
cui parla la riforma.
Un sistema come quello
delineato, dove si anticipa l'ingresso dei bambini a quatto anni e mezzo per
immetterli più rapidamente nella canalizzazione precoce fra formazione
professionale o istruzione, dove può portare? Selezione di classe è la prima
risposta. E se pensiamo alla cancellazione del tempo prolungato e del tempo
pieno, è evidente quali gravi conseguenze questo possa avere per il percorso
didattico di ciascun alunno, (cancellati progetti sperimentali, musica, e
discipline artistiche, sportive), e quale impatto sulle famiglie che dovranno sostituire
il lavoro didattico-educativo della scuola pubblica, con i servizi offerti dal
mercato, o peggio con la Tv, per buona parte del pomeriggio. La frustrazione
degli insegnanti è del tutto evidente. Tutto spinge, per l'appunto, in
direzione di una forte riduzione dei contenuti, del tempo e della qualità
dell'istruzione. Verso una scuola ridotta al minimo, una scuola piegata alla
cura dei particolarismi, della quale viene esaltato l'aspetto confessionale e
di parte.
Anni di riforme imposte
dall'alto, dalla Berlinguer alla Moratti, senza confronto, senza
partecipazione, in un susseguirsi di cambiamenti di sistema, hanno prodotto
demotivazione, se consideriamo anche quanto poco sia riconosciuto in termini
sociali ed economici il ruolo degli insegnanti. Ma la loro resistenza, insieme
a quella degli studenti, è rimasta una spina nel fianco per la Moratti.
Bloccare questa riforma è possibile. E determinante sarà l'impatto che le
politiche della Moratti avranno sulle famiglie italiane già caricate quest'anno
da un esponenziale caro-libri. Parallelamente la situazione del precariato,
ridotto ad una guerra fra poveri, ma funzionale alla logica mercantile a cui si
ispirano. Perché mentre si cancellano anni di diritti acquisiti, da parte de
precari storici, e si cambia sistema di reclutamento attraverso le siss a
pagamento, si finanziano le scuole private paritarie, spalancando la legge che
il centrosinistra approvò. Scuole a pagamento, tra diplomifici e istituti di
eccellenza per chi se lo può permettere e scuole pubbliche dequalificate per la
maggioranza dei giovani. Un sistema di classe, una scuola che divide, per una
società dove crescono disuguaglianze e ingiusitizie.
Il disegno di legge del
governo, è ormai chiaro, tende a spingere il sistema verso la privatizzazione,
a considerare la scuola come una merce che può essere acquistata dalle famiglie
sulla base delle disponibilità economiche; a considerare l'istruzione non come
un diritto ma come un bene di consumo. Una scuola che non è più un diritto
della persona ma diventa un servizio a domanda individuale, che viene
organizzata sul modello aziendale: gerarchizzazione e competizione tra gli
insegnanti, mercificazione del sapere. Inoltre, l'Italia è il primo paese
occidentale che prevede una riduzione dell'obbligo. Quello che si persegue è
l'addestramento dei più piccoli, la preparazione della futura massa di
lavoratori flessibili e dunque precari, la totale subordinazione del mondo
della scuola alla produzione e all'economia. Bloccare questa riforma e cacciare
la Moratti sono obbiettivi fondamentali. Occorre aprire un nuovo confronto
plurale a sinistra, programmatico, coinvolgendo i movimenti, e le associazioni,
per lavorare in questa direzione. Perché la difesa e il rilancio della scuola
pubblica sono oggi un tema di cruciale importanza per il paese, la democrazia,
e per l'alternativa alle destre.
Titti De Simone