La «privatizzazione» delle scoperte scientifiche viene praticata anche dai
centri di ricerca «pubblici» per impedire che i privati se ne approprino in via
esclusiva. Una costrizione «sistemica» che limita la crescita della conoscenza
(impresa sempre e comunque collettiva). Si cerca una via alternativa, che
potrebbe mutuare alcuni princìpi fondativi del software open source
FRANCO
CARLINI
Sembra
che uno dei motivi per cui Valentino Rossi e la Honda non si sono ancora messi
d'accordo per il rinnovo del contratto dipenda dal fatto che la casa
motociclistica giapponese intende fornire a 6 piloti e non al solo Valentino la
moto ultimo modello, la migliore. Il ragazzo di Tavullia sostiene che quella
supermoto è frutto del suo lavoro di collaudatore e consigliere, oltre che del
resto della squadra e dei capitali messi a disposizione dalla Honda; non chiede
soldi ulteriori ma un monopolio d'uso almeno temporaneo perché quell'oggetto
della velocità è il risultato anche della sua conoscenza e del suo saper fare.
Il che è senza dubbio vero e a ben pensarci questo è esattamente il principio
della proprietà intellettuale: un inventore ottiene dallo stato un diritto
temporaneo a utilizzare in regime di monopolio il frutto della sua creatività,
passato il quale essa ricadrà nel pubblico dominio. Il piccolo episodio
conferma quanto cruciale e diffusa in tutti settori sia ormai la questione
della proprietà intellettuale: se è società della conoscenza, allora attorno ad
essa si accumulano interessi, conflitti e contese. Lo stesso avviene sempre più
spesso anche nel campo della ricerca, anche in quella pura, accademica e
disinteressata. Di chi sono le idee della Scienza? Se lo è chiesto la settimana
scorsa la giornalista Rossella Castelnuovo, conducendo la trasmissione Radio3
Scienza. La stessa domanda campeggia nel titolo di un libro americano, scritto
da Corinne McSherry, della Stanford Law School: «Who owns academic work?». La puntata
radiofonica è disponibile in rete, all'indirizzo
http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/scienza/archivio_2003/audio/scienza2003_09_23.ram.
La questione sta diventando sempre più calda, da quando i
fondi universitari scarseggiano e le università, americane come italiane, sono
sollecitate sempre più frequentemente a cercare i finanziamenti in un virtuoso
(?) rapporto con il mercato. L'effetto tuttavia è spesso devastante, nel senso
che mentre rimane formalmente indiscussa l'idea che le università siano lì
apposta per produrre conoscenza a beneficio dell'umanità, i dipartimenti, ma
anche i singoli ricercatori vengono spinti a reclamare diritti, brevetti e
copyright su quelle stesse idee e ricerche.
Il caso che apre il libro di McSherry è esemplare: Huguette
Pelletier nel 1993 studiava all'università di California a San Diego, nel
laboratorio di Joseph Kraut, un noto biochimico, e lì aveva messo a punto un
sistema per la crescita cristallina di una proteina dei ratti, la
polimerasi-beta, decisiva per la riparazione del Dna. Ma un'altra ricercatrice
dello stesso laboratorio, Michele McTigue, alla sera raccontava quelle ricerche
al marito Jay Davies, della casa farmaceutica Agouron (in seguito assorbita
dalla Pfizer). Battendo tutti sul tempo, i risultati vennero pubblicati dalla
Agouron Pharmaceuticals sulla rivista Cell il
25 marzo 1994. Anche Pelletier pubblicò a sua volta, sulla rivista Science, ma arrivando inevitabilmente seconda.
Ne seguì una causa legale e nel 1998 il tribunale condannò
la Agouron a pagare 200 mila dollari come risarcimento. Huguette tuttavia non
ottenne il risultato morale che più le stava a cuore, ovvero il ritiro
ufficiale dell'articolo «rubato». Nell'anno 2000 poi, un tribunale d'appello
confermava la sentenza di primo grado, ma riduceva il risarcimento al valore
simbolico di un dollaro, sostenendo che Pelletier non aveva ricevuto un danno
reale dal furto delle sue idee. Nel frattempo, delusa da tutta la storia, la
ricercatrice aveva abbandonato la carriera scientifica, dedicandosi a un centro
di supporto sociale di Los Angeles
Al di là dell'esito monetario, la questione sembrerebbe
lineare: la conoscenza sulla polimerasi-beta proveniva dal lavoro di Pelletier
e altri ne avevano rivendicato abusivamente la priorità; il tribunale ha dunque
correttamente ripristinato il diritto del primo inventore. A ben scavare,
tuttavia, le cose sono un po' più complicate. Come segnala il libro di
McSherry, per vincere la sua causa Huguette Pelletier ha dovuto in sostanza
rivendicare una proprietà personale su un bene
pubblico, le idee prodotte nella sua ricerca. Nel caso specifico i legali
vinsero la causa vestendola sotto la fattispecie della appropriazione di
segreti commerciali, che poi è la stessa legislazione cui fa ricorso la Coca
Cola per difendere la sua non molto misteriosa ricetta.
E' un processo che gli studiosi del settore chiamano
«proprietarizzazione». Salvo i casi rarissimi di pensatori solitari, la ricerca
scientifica avviene in sedi a vocazione pubblica come le università, e i singoli
progetti sono finanziati da enti statali. Non solo: chi fa ricerca
sperimentale, usa attrezzature di laboratorio che già lì trova e ci lavora con
del personale universitario di staff. Più in generale il ricercatore si
inserisce in un flusso e in un ambiente culturale che a lui pre-esiste e che è
anch'esso un bene pubblico. Certamente egli ci mette del suo: passione,
intelletto, cultura, ma è difficile sostenere che quei risultati siano soltanto suoi. Lo stesso articolo pubblicato da Pellettier,
non per caso portava la firma di altri quattro autori e quelli di fisica delle
particelle possono avere addirittura anche un centinaio di autori, trattandosi
di squadre enormi. In altre parole le idee delle scienza sono sempre figlie di
un processo storicamente situato e di una moltitudine di contributi.
La contraddizione dunque è questa: che i ricercatori
universitari per difendere la libera circolazione delle idee devono reclamarne
la proprietà. L'ideologia è quella della conoscenza come bene pubblico, la pratica
diventa quella della «proprietarizzazione». Dunque a brevetti e copyright
ricorrono anche le università e i ricercatori che credono nel valore pubblico
della conoscenza finiscono per praticare una doppia morale e si giustificano
dicendo che altrimenti qualche altro privato potrebbe brevettare al posto loro,
rinchiudendo le idee anziché liberarle.
Una buona indicazione alternativa è venuta l'anno scorso da
un gruppo di esperti che si sono riuniti a Yale. Essi propongono che le
università aderenti al progetto Cipra (centro per le ricerche interdisciplinari
sull'Aids) si impegnino a non brevettare le loro scoperte nei paesi in via di
sviluppo e ad offrire a questi paesi, invece, delle licenze che rendano i
farmaci relativi disponibili a un costo appropriato, in quantità sufficienti e
rapidamente. In pratica si tratta di una forma moderata di licenza «Open
Source» simile a quella del software aperto e più avanzata della mediazione tra
nord e sud del mondo raggiunta recentemente, poco prima della conferenza di
Cancun.
Questa probabilmente è l'unica strada praticabile: anziché
mettersi in gara con i privati per brevettare le ricerche, più ragionevolmente
quelli che ci credono dovrebbero rilasciarle sotto una licenza pubblica,
analoga a quella usata per i software alla Linux: tutti possono usare quelle
idee e quei risultati, ma nessuno li può rivendere e farli propri.