Dal Manifesto del 2 novembre
I complici dell'economia del Logo
La
polemica sui «cloni» cinesi di prodotti occidentali nasconde la concorrenza
sullo stesso terreno: lo sfruttamento dei margini di guadagno che permette la
notorietà del marchio. Un margine che deprime, spesso, gli stimoli per la
ricerca della migliore qualità del prodotto a vantaggio dell'«immagine». Fino
al paradosso di «cloni» fabbricati con materiali migliori degli originali
FRANCO
CARLINI
Molte
ironie ha raccolto il ministro degli Esteri Franco Frattini per aver
acquistato, durante la visita ufficiale in Cina, un falso orologio Cartier, al
modico prezzo di 20 euro. Venerdì è stato ufficialmente difeso da Silvio
Berlusconi: «E' chiaro, e mi sembra logico, che il ministro competente a
parlare della lotta alla contraffazione debba avere la prova provata della sua
esistenza, mostrando un Cartier da 20 euro». E per una volta almeno, si può
essere d'accordo e non disturbare le agenzie di stampa con flussi di
dichiarazioni pro e contro. Ma vale la pena comunque di riflettere su
quell'oggetto e su quell'acquisto. Dunque in Cina, come peraltro in moltissime
italiche atrade, sono in vendita degli orologi che in tutto e per tutto
assomigliano a quelli targati Cartier o ai Rolex. Così come borse praticamente
identiche a quelle marchiate Vuitton o borsellini simil Prada. Ma attenzione,
perché questi oggetti, che convenzionalmente chiamiamo «falsi», sono fatti di
due elementi. Il primo, diciamo l'hardware, è costituito dalla loro materialità:
quadrante, cinturino, lancette, ingranaggi, eccetera. Salvo nel caso che questi
marchingegni siano coperti da brevetto, chiunque può lecitamente fabbricarli e
venderli e il fatto che il loro insieme abbia un'apparenza del tutto simile a
quello di marca, è semplicemente frutto delle leggi del mercato le quali dicono
che dove c'è una domanda significativa da parte dei consumatori, lì corrono i
concorrenti; l'effetto virtuoso, di solito, è che i prezzi di quello che era un
prodotto unico e originale scendono verso il basso. Tutto ciò fa parte del
rischio d'impresa.
La presenza di orologi simil Cartier nelle strade di Pechino
da questo punto di vista dimostra due cose: non solo quella ovvia che il costo
del lavoro in Cina è bassissimo, ma anche il fatto che il prezzo di vendita dei
Cartier originali è altissimo. Questo dipende dal fatto che Cartier, Rolex,
Dolce e Gabbana e simili, non vendono solo hardware (la materia lavorata), ma
anche un software, che in questo caso è un'idea e soprattutto un valore simbolico
associato al loro marchio. Intere librerie di saggi economici sono dedicati al
valore aggiunto del logo. Grazie ad esso che è eterno, mentre i brevetti sono a
termine, alcuni creativi produttori che a suo tempo furono bravi nell'ideare
degli oggetti originali e dotati di personalità, prolungano nel tempo e
all'infinito la loro esclusiva. E sempre grazie al valore di questo elemento
immateriale, possono mantenere dei margini elevatissimi sui loro prodotti,
margini che non sarebbero invece giustificati dalla banale materia che li
costituisce. Così si spiega il fatto che il modello «Roadster» di Cartier abbia
un prezzo di listino di 3.950 dollari (pur senza contenere un grammo d'oro,
perché quelli a 18 carati come il «Tortue GM» vengono venduti a 22.800
dollari).
In certi prodotti può addirittura succedere che la materia
prima con cui le imitazioni sono realizzate sia migliore di quella degli
originali o che le finiture siano più curate - e sempre a prezzo inferiore - ma
in questo mercato distorto, di cui i consumatori di Logo sono complici, non
conviene vendere i loro prodotti con un nuovo marchio, puntando sulla qualità;
preferiscono invece farsi parassiti della notorietà del brand altrui.
In sostanza nell'economia del Logo i detentori dei marchi e i
loro imitatori operano entrambi sul terreno del simbolico e non già sul valore
d'uso delle merci e su questo terreno sono contemporaneamente avversari feroci
tra di loro quanto complici di una «truffa» ai danni dei consumatori.
I quali a loro volta farebbero bene - questo il nostro
consiglio - ad acquistare a man bassa tutte le imitazioni lecite, stando invece
alla larga da quelle che, con un marchio contraffatto, perpetuano la
mistificazione del marchio esclusivo.
Dopo di che, la discussione sul falso e sull'originale resta
comunque assai complicata e si segmenta in mille rivoli diversi. Si prenda il
caso della Robiola di Roccaverano (appennino ligure-piemontese): per difenderne
la tipicità e l'originalità venne emesso un disciplinare che in maniera del
tutto assurda permette l'uso parziale di latte di vacca nella produzione di
questo formaggio eccelso che è invece storicamente un puro caprino. In questo
caso i produttori egoisticamente interessati a un marchio come che sia, furono
gli autori di un vero falso. Da qui un paradosso: una robiola fatta in Sardegna
con puro latte di capra e con le tecniche corrette va classificata come falso,
mentre una fatta con latte vaccino nel basso Piemonte risulta autorizzata anche
se il falso è lei. La Robiola Classica (di pura capra) comunque esiste e
sopravvive, grazie al presidio locale di Slow Food, e questa è una buona
notizia e un «marchio» di qualità e di verità.