Cosa c’è dietro le news della guerra e del dopoguerra

[Notizie] 13-04-2003



Guerra e informazione. Verità manipolate. Bugie o mezze bugie. Overdose di informazione da una parte, incapacità nostra di elaborare, scindere, comprendere tutte le notizie che giungono nelle nostre case con la televisione o che leggiamo nei giornali. Quali strumenti abbiamo per capire se l’informazione che vediamo o leggiamo è corretta? Siamo preparati ad affrontare l’informazione in tempo di guerra e in tempo di pace?
Popolis ne ha parlato con Giulietto Chiesa , già inviato in Russia, editorialista de La Stampa, autore del libro La guerra infinita e ospite martedì 8 aprile al seminario sui diritti umani organizzato a Brescia dallo Svi, il Servizio di volontariato internazionale.

“Posso fare subito due esempi. Due notizie, senza immagini e tutte false e che potrebbero essere considerate una sorta di laboratorio di ciò che sta avvenendo. Prima:questa guerra è iniziata con una colossale bugia. Il giorno prima dell’attacco tutte le agenzie di informazione hanno battuto la notizia che il numero due di Saddam Hussein, Tarek Aziz, aveva cercato di fuggire ed era stato assassinato. E’ una notizia arrivata nelle redazioni non in chiusura di giornata. Ciò significa che c’era tutto il tempo per riflettere e per verificare. Non ci sono quindi scusanti per molti giornalisti e testate. Chi aveva dato la notizia? Non lo si sapeva. A quel punto ogni giornalista aveva il dovere professionale di stare sul chi vive, stare in guardia. Invece la notizia ha fatto il giro del mondo e delle televisioni, in un paio d’ore. Alla sera è arrivata anche sui tavoli dei TG nazionali, ma sempre senza alcuna immagine, né indicazioni chiare sulla fonte. Tutti i TG l’hanno trasmessa in apertura. Alcuni hanno perfino chiamato gli esperti a commentare. Ciò la dice lunga sullo stato del giornalismo italiano: la notizia è comunque merce, buona o cattiva che sia. Nella paura, di tutti, di prendere un “buco”, come si dice in gergo, da altre testate. Solo i tedeschi non ci sono cascati, un po’ meno i francesi. A differenza degli italiani. Eppure, sarebbero state sufficienti qualche indagine per accorgersi che era una bufala. Almeno avrebbero potuto dirci che la fonte non era stata ancora individuata, per dare a noi telespettatori la possibilità di chiederci, fin dall’inizio, se fosse stata vera oppure no.

Veniamo alla seconda: la rivolta degli sciiti finita sui giornali l’ultima settimana di marzo. Arriva la notizia della rivolta da Bassora. La fonte è un generale americano, peraltro ancora dall’altra parte del fronte. Il giorno successivo, molti testimoni negano ogni rivolta e sparatoria. Anche in questo caso non esistevano immagini, né pezze d’appoggio per la necessaria verifica. Anche questa volta, tutti i media hanno reagito in coro. Senza chiedersi se fosse una notizia vera o falsa.

Cosa c’è dietro queste news? La legge del mercato delle notizie? i servizi segreti? Probabilmente entrambi. Insomma, o noi ci alleniamo a difenderci o saremo sempre trascinati dove questo sistema dell’informazione vuole portarci. La maggior parte di coloro che fanno comunicazione, pubblicità, informazione, sono legati da un unico principio: costruire uno spettatore subalterno, impauribile ed emozionabile”.

Eppure il giornalismo americano ha sempre avuto fama di credibilità, inchiesta, attenzione. Non è più così?

Oggi, la più grande democrazia dell’Occidente terrorizza i suoi cittadini. E’ la televisione a terrorizzarli. Tv come la Fox News che sta facendo man bassa anche di canali digitali italiani. No, negli Usa non esiste più la libertà di stampa. Con l’arrivo alla presidenza di Ronald Reagan sono state abolite quelle regole auree che garantivano la pluralità. Esisteva una commissione di vigilanza che evitava le concentrazioni dei mezzi di comunicazione in poche mani. 15 anni fa negli Usa c’erano 15mila radio.Oggi sono 112: e la maggior parte sono di proprietà di 5 gruppi. Sono gruppi che hanno in mano fino al 40% dell’informazione mondiale. Controllano tutto: informazione e intrattenimento. In queste settimane è il New York Times il quotidiano all’opposizione. Con difficoltà, ma è contro la guerra. Non è un caso che sia un’impresa autonoma. C’è da dire, comunque, che questa guerra ha spezzato il monopolio americano e occidentale dell’informazione. Da qui, con il satellite, noi vediamo tutte le Tv, comprese quelle arabe. Possiamo scoprire mille versioni e punti di vista di un medesimo evento.

Pluralità difficile anche in Italia?

Qui da noi non esistono giornali indipendenti. Tutti, salvo L'Unità e Manifesto, appartengono a imprese che fanno anche altre cose. Le Tv, pubbliche e private, sappiamo bene di chi sono. I contorni del pluralismo dell’informazione sono stati demoliti. Da qui l’uniformità dell’informazione che vediamo e che leggiamo. Sappiamo bene che qualunque inchiesta giornalistica tocca degli interessi. Per queste ragioni sono convinto che il nocciolo della democrazia sia la questione dell’informazione.

Perché l’informazione e non altre tematiche, per esempio i diritti umani?

Perché siamo tutti soggetti a una pressione che ci sovrasta. Quello che è accaduto l’11 settembre 2001 non ha precedenti. Quel giorno 5 miliardi di persone hanno visto la stessa cosa. Tutto quello che è venuto dopo è stato condizionato da questa visione collettiva. E’ evidente che chi ha la possibilità di parlare a milioni di persone, ha anche un potere formidabile. Che altro non è che il potere della globalizzazione. Siamo a una svolta della storia. Una svolta che vede l’informazione al centro con un ruolo decisivo per il nostro futuro di democrazia. Il problema è che non siamo preparati a tutto ciò.

Una visione che sconcerta. Quali mezzi abbiamo, noi che guardiamo la tv e leggiamo i giornali per difenderci e crescere?

La prima cosa da capire è che viviamo in un sistema della comunicazione che ha cambiato le regole della società. Ognuno di noi può organizzare la propria difesa, magari scegliendo la strada di Internet e dei siti alternativi e di contro informazione. Ma la verità è che pochi lo sanno o lo possono fare. Anche perché, nel mondo, 5 miliardi di persone sono tagliate fuori dalla possibilità di utilizzare questo mezzo di informazione. Quanto ci vorrà per superare questo gap? Due generazioni? Troppo. Le contraddizioni di questo pianeta vanno avanti molto più velocemente della penetrazione di Internet. Il summit di Johannesburg l’ha detto a chiare lettere: stiamo andando dritti verso il limite dello sviluppo. Non c’è più spazio né risorse per tutti. E’ oggi che decidiamo il futuro dei nostri figli. Il problema è che pochi di noi hanno consapevolezza di ciò. Perché il sistema mediatico ce lo nasconde.

Macri Puricelli



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