Guerra e informazione. Verità manipolate.
Bugie o mezze bugie. Overdose di informazione da una parte,
incapacità nostra di elaborare, scindere, comprendere tutte le
notizie che giungono nelle nostre case con la televisione o
che leggiamo nei giornali. Quali strumenti abbiamo per capire
se l’informazione che vediamo o leggiamo è corretta? Siamo
preparati ad affrontare l’informazione in tempo di guerra e in
tempo di pace?
Popolis ne ha parlato con
Giulietto
Chiesa , già inviato in Russia, editorialista de La
Stampa, autore del libro
La
guerra infinita e ospite martedì 8 aprile al
seminario
sui diritti umani organizzato a Brescia dallo Svi, il
Servizio di volontariato internazionale.
“Posso fare
subito due esempi. Due notizie, senza immagini e tutte false e
che potrebbero essere considerate una sorta di laboratorio di
ciò che sta avvenendo. Prima:questa guerra è iniziata con una
colossale bugia. Il giorno prima dell’attacco tutte le agenzie
di informazione hanno battuto la notizia che il numero due di
Saddam Hussein, Tarek Aziz, aveva cercato di fuggire ed era
stato assassinato. E’ una notizia arrivata nelle redazioni non
in chiusura di giornata. Ciò significa che c’era tutto il
tempo per riflettere e per verificare. Non ci sono quindi
scusanti per molti giornalisti e testate. Chi aveva dato la
notizia? Non lo si sapeva. A quel punto ogni giornalista aveva
il dovere professionale di stare sul chi vive, stare in
guardia. Invece la notizia ha fatto il giro del mondo e delle
televisioni, in un paio d’ore. Alla sera è arrivata anche sui
tavoli dei TG nazionali, ma sempre senza alcuna immagine, né
indicazioni chiare sulla fonte. Tutti i TG l’hanno trasmessa
in apertura. Alcuni hanno perfino chiamato gli esperti a
commentare. Ciò la dice lunga sullo stato del giornalismo
italiano: la notizia è comunque merce, buona o cattiva che
sia. Nella paura, di tutti, di prendere un “buco”, come si
dice in gergo, da altre testate. Solo i tedeschi non ci sono
cascati, un po’ meno i francesi. A differenza degli italiani.
Eppure, sarebbero state sufficienti qualche indagine per
accorgersi che era una bufala. Almeno avrebbero potuto dirci
che la fonte non era stata ancora individuata, per dare a noi
telespettatori la possibilità di chiederci, fin dall’inizio,
se fosse stata vera oppure no.
Veniamo alla seconda:
la rivolta degli sciiti finita sui giornali l’ultima settimana
di marzo. Arriva la notizia della rivolta da
Bassora.
La fonte è un generale americano, peraltro ancora dall’altra
parte del fronte. Il giorno successivo, molti testimoni negano
ogni rivolta e sparatoria. Anche in questo caso non esistevano
immagini, né pezze d’appoggio per la necessaria verifica.
Anche questa volta, tutti i media hanno reagito in coro. Senza
chiedersi se fosse una notizia vera o falsa.
Cosa c’è
dietro queste news? La legge del mercato delle notizie? i
servizi segreti? Probabilmente entrambi. Insomma, o noi ci
alleniamo a difenderci o saremo sempre trascinati dove questo
sistema dell’informazione vuole portarci. La maggior parte di
coloro che fanno comunicazione, pubblicità, informazione, sono
legati da un unico principio: costruire uno spettatore
subalterno, impauribile ed emozionabile”.
Eppure il
giornalismo americano ha sempre avuto fama di credibilità,
inchiesta, attenzione. Non è più così? Oggi, la
più grande democrazia dell’Occidente terrorizza i suoi
cittadini. E’ la televisione a terrorizzarli. Tv come la
Fox News che sta facendo
man bassa anche di canali digitali italiani. No, negli Usa non
esiste più la libertà di stampa. Con l’arrivo alla presidenza
di Ronald Reagan sono state abolite quelle regole auree che
garantivano la pluralità. Esisteva una commissione di
vigilanza che evitava le concentrazioni dei mezzi di
comunicazione in poche mani. 15 anni fa negli Usa c’erano
15mila radio.Oggi sono 112: e la maggior parte sono di
proprietà di 5 gruppi. Sono gruppi che hanno in mano fino al
40% dell’informazione mondiale. Controllano tutto:
informazione e intrattenimento. In queste settimane è il
New York Times il
quotidiano all’opposizione. Con difficoltà, ma è contro la
guerra. Non è un caso che sia un’impresa autonoma. C’è da
dire, comunque, che questa guerra ha spezzato il monopolio
americano e occidentale dell’informazione. Da qui, con il
satellite, noi vediamo tutte le Tv, comprese quelle arabe.
Possiamo scoprire mille versioni e punti di vista di un
medesimo evento.
Pluralità difficile anche in
Italia? Qui da noi non esistono giornali
indipendenti. Tutti, salvo
L'Unità e
Manifesto, appartengono
a imprese che fanno anche altre cose. Le Tv, pubbliche e
private, sappiamo bene di chi sono. I contorni del pluralismo
dell’informazione sono stati demoliti. Da qui l’uniformità
dell’informazione che vediamo e che leggiamo. Sappiamo bene
che qualunque inchiesta giornalistica tocca degli interessi.
Per queste ragioni sono convinto che il nocciolo della
democrazia sia la questione dell’informazione.
Perché l’informazione e non altre tematiche, per
esempio i diritti umani? Perché siamo tutti
soggetti a una pressione che ci sovrasta. Quello che è
accaduto l’11 settembre 2001 non ha precedenti. Quel giorno 5
miliardi di persone hanno visto la stessa cosa. Tutto quello
che è venuto dopo è stato condizionato da questa visione
collettiva. E’ evidente che chi ha la possibilità di parlare a
milioni di persone, ha anche un potere formidabile. Che altro
non è che il potere della globalizzazione. Siamo a una svolta
della storia. Una svolta che vede l’informazione al centro con
un ruolo decisivo per il nostro futuro di democrazia. Il
problema è che non siamo preparati a tutto ciò.
Una
visione che sconcerta. Quali mezzi abbiamo, noi che guardiamo
la tv e leggiamo i giornali per difenderci e crescere?
La prima cosa da capire è che viviamo in un sistema
della comunicazione che ha cambiato le regole della società.
Ognuno di noi può organizzare la propria difesa, magari
scegliendo la strada di Internet e dei siti alternativi e di
contro informazione. Ma la verità è che pochi lo sanno o lo
possono fare. Anche perché, nel mondo, 5 miliardi di persone
sono tagliate fuori dalla possibilità di utilizzare questo
mezzo di informazione. Quanto ci vorrà per superare questo
gap? Due generazioni? Troppo. Le contraddizioni di questo
pianeta vanno avanti molto più velocemente della penetrazione
di Internet. Il summit di
Johannesburg
l’ha detto a chiare lettere: stiamo andando dritti verso il
limite dello sviluppo. Non c’è più spazio né risorse per
tutti. E’ oggi che decidiamo il futuro dei nostri figli. Il
problema è che pochi di noi hanno consapevolezza di ciò.
Perché il sistema mediatico ce lo nasconde.
Macri
Puricelli