da Repubblica del 12.3.2003

Che mondo troveremo quando taceranno le fanfare


di Mario Cuomo

Il  Presidente Bush fa notare che se gli ispettori stanno facendo qualche passo avanti in Iraq, lo devono esclusivamente alla dimostrazione di forza degli Usa e dei loro alleati. Probabilmente è vero, ma è anche vero che fino a quando gli ispettori Onu ottengono dei risultati non c´è necessità immediata di una guerra. Questa è l´opinione che prevale chiaramente all´interno e al di fuori delle Nazioni Unite. Se il presidente Bush deciderà di ignorarla dando avvio ad una guerra preventiva contro l´Iraq, quale sarà il destino spirituale, economico e politico della nostra nazione? A detta del presidente ci attende una guerra breve e vittoriosa che ucciderà o mutilerà civili iracheni innocenti e qualche innocente soldato americano.

MA non in numero tale da impedire alla gente di Bagdad di applaudire la deposizione di Saddam e la promessa di una democrazia a sostituirlo. Contemporaneamente saremo più protetti dal terrorismo e più ricchi in patria. La borsa salirà all´istante e questo, con l´aiuto di miliardi di dollari di ulteriori sgravi fiscali per i nostri contribuenti investitori, sarà di stimolo ad un´energica ripresa economica.
L´entourage del presidente sostiene che il suo indice di gradimento nei sondaggi lieviterà trainato dal giubilo dei conservatori timorati di Dio, convinti che il presidente avesse ragione e il Papa torto quando non la pensavano allo stesso modo sulla guerra giusta. Con una vittoria in Iraq a renderlo ancor più sicuro di sé il presidente presumibilmente rivolgerà il suo sguardo d´acciaio sul resto dell´asse del male, la Corea del Nord e l´Iran, e deciderà se continuare le aggressioni e gli attacchi preventivi nel tentativo di rendere gli Usa la potenza egemone, democratica e santa del pianeta. L´Onu sarà di minimo ostacolo al suo sforzo, perché disconoscendone l´autorità nella questione irachena lo avremo ridotto a poco più che un organismo globale di garanzia e ad un´associazione di dibattito politico.
D´altra parte se i calcoli e i piani del presidente non sono corretti, l´America affronterà una guerra che potrebbe causare molte più vittime innocenti di quanto abbia fatto l´11 settembre, e ritrovarsi sulle spalle l´enorme fardello di costruire una nuova democrazia da un intrico di fazioni ostili, pronte a distruggersi a vicenda non appena deposto il tiranno Saddam. Proprio quel nation building che il presidente all´inizio condannava come impresa rischiosa e dispendiosa.
Avremo anche perduto il sostegno di molti degli alleati su cui facemmo affidamento nel 1991 e attizzeremo l´odio dei nostri nemici nel mondo musulmano, garantendo in pratica un aumento degli attentati terroristici contro di noi. Dopo una breve euforia sui mercati, le centinaia di miliardi di dollari spesi per la guerra, la ricostruzione dell´Iraq e gli ulteriori sgravi fiscali andranno a peggiorare una situazione che già vede il più alto livello di deficit e indebitamento della storia americana. Ciò non farà che inasprire la pressione finanziaria sui nostri governi, statali e locali, indebolendo ulteriormente l´assistenza sanitaria, l´istruzione, l´amministrazione della giustizia e la tutela ambientale.
E che futuro politico avrà il presidente Bush se nel 2004 sarà la guerra il suo più grande vanto? Credo che affronterà lo stesso destino che toccò a Churchill nel 1946 e a suo padre nel 1992.
Credo che l´opinione prevalente all´interno dell´Onu e nel mondo sia più vicina alla verità rispetto a quella del presidente e che nel novembre 2004 la maggioranza degli elettori americani ne sarà consapevole. Una volta che le fanfare della vittoria taceranno ci troveremo a riflettere sulla pura verità della guerra. Avremo in mente la morte e la distruzione, l´economia indebolita, l´intensificarsi del terrorismo, l´unità mondiale deteriorata e la triste ironia di una nazione che si dice troppo povera per garantire alla sua gente l´assistenza sanitaria, l´istruzione e le prestazioni pensionistiche di cui necessita, ma ricca a sufficienza per combattere guerre, ricostruire altre nazioni e regalare ai suoi contribuenti più abbienti enormi sgravi fiscali. Perché mai alle urne dovremmo scegliere di continuare su questa strada?