MANIFESTO – 4
luglio
Cento
pagine di buone idee
Pubblicato su Internet il rapporto della commissione parlamentare sull'uso di
programmi per computer non sottoposti alle leggi sul diritto d'autore. Le
conclusioni sono incoraggianti: la pubblica amministrazione deve favorire un
«pluralismo informatico» con lo scopo di favorire lo sviluppo di un'industria
del software libero. La parola ora passa al ministro dell'innovazione e delle
tecnologie
ARTURO
DI CORINTO
Dopo
cinque mesi di lavori, che hanno visto anche il coinvolgimenti di molti
esperti, sono stati resi noti, ovviamente su Internet, le conclusioni della Commissione
per l'open source nella Pubblica amministrazione
(www.innovazione.gov.it). La commissione, voluta dal Ministro
dell'innovazione Luigi Stanca, è stata corrodinata da Angelo Raffaele Meo, docente
presso il Politecnico di Torino, e si è avvalsa dell'apporto di una nutrita
squadra di esperti che ha ascoltato operatori e specialisti delle cosiddette
tecnologie dell'informazione e della comunicazione in risposta alle molte
sollecitazioni provenienti dal mondo accademico, imprenditoriale,
dell'associazionismo e degli enti locali che da tempo chiedevano di avviare
una seria valutazione sull'utilizzo del «software libero» nella pubblica
amministrazione. La proposta di istituire una commissione su questo tema
nasce anche sulla scorta di analoghe iniziative europee (Francia, Germania,
Svezia, Regno Unito), che da tempo impegnano i governi a valutare e favorire
l'adozione del software open source e dal riconoscimento che il suo è ormai
un mercato maturo e competitivo, come dimostra l'interesse di aziende come
Sun, Ibm e Oracle nello sviluppare prodotti open source e renderli
compatibili con le proprie piattaforme tecnologiche. Per evitare
fraintendimenti circa l'oggetto dello studio è bene chiarire da subito che
nel rapporto «con il termine open source si intende un processo di
produzione, distribuzione ed evoluzione del software che si basa sulla
apertura del codice sorgente e sulla sua libera circolazione». Una
affermazione importante in quanto comprende sia l'open
source software propriamente detto, che il free
software, cioè le due articolazioni in cui si declina il
cosiddetto software libero. Quest'ultima è, come si legge
sempre nel rapporto, «una terminologia volutamente ambigua» che tiene insieme
due differenti concezioni dei programmi per computer non sottoposti alle
leggi sul diritto d'autore: la prima, quella dell'open source, che
sottolienea la qualità e l'economicità del software libero e quella del «Free
software» che ne sottolinea invece il carattere etico e solidaristico.
La discussione sulla possibilità o meno dell'uso di
software non proprietario nello stato ha orgine in un documento dell'Unione
europea, che sosteneva l'economicità dei programmi per computer opene source
rispetto a quelli sottoposti alle licenze d'uso proposte dalle industrie
informatiche.Ad esempio, la spesa corrente italiana per il pagamento delle
licenze d'uso ammonta a 274 milioni di euro l'anno, che potrebbe essere
ridotta proprio dall'adozione di software libero che ha costi di licenza
irrisori e una volta acquistato può essere copiato sull'intero parco macchine
della pubblica amministrazione che l'adotta. Ovviamente quella delle licenze
d'uso non è la sola voce di spesa per la pubblica amministrazione.
Analizzando i dati dell'Aipa (l'«Autorità per l'informatizzazione nella
pubblica amministrazione») e dell'Assinform (che raggruppa produttori di
tecnologie e servizi per le tecnologie della comunicazione), la commissione
ministeriale ha calcolato che nel 2001 la pubblica amministrazione ha speso
per l'acquisto di software 675 milioni di euro; di questi, il 61% si è
concentrato sullo sviluppo, manutenzione e gestione dei programmi custom, realizzati cioè su commessa per una specifica
amministrazione, mentre il restante 39% è stato impiegato per acquistare
licenze di pacchetti software. A proposito di quest'ultimo titolo di spesa,
63 milioni di euro sono stati utilizzati per i sistemi operativi (software
per Pc, mini e mainframe); 30 milioni per la gestione di basi di dati (Dbms);
17 milioni di euro per i prodotti di office
automation. In sostanza, quindi, il maggior costo degli investimenti
informatici della pubblica amministrazione viene assorbito per l'acquisto di
prodotti custom da grandi aziende (e non
solo dalla Microsoft), per cui l'adozione di software libero, pur in assenza
di forti risparmi, sarebbe la leva per reindirizzare parte di questa spesa
verso società nazionali. Lo studio inoltre fornisce pure una utile
ricognizione del mercato informatico e una sorta di guida all'uso circa i
prodotti e i servizi offerti dai fornitori di software libero che smentiscono
l'opinione diffusa di un'offerta limitata e caratterizzata da scarso supporto
tecnico e costi elevati di manutenzione.
Il posistivo giudizio della commissione sull'open source
non scoraggia però l'uso di software proprietario: piuttosto invita la
pubblica amministrazione a praticare un «pluralismo informatico», teso a
favorire una reale competizione fra le aziende produttrici di programmi per
computer. Il rapporto sostiene infatti che la pubblica amministrazione non
deve assolutamente discriminare il software libero e che la sua eventuale
scelta deve dipendere da un criterio costi/benefici; che i software custom (quelli fatti ad hoc) devono essere di piena
proprietà delle amministrazioni, anche senza esclusiva - una tesi già
sostenuta dall'«Associazione Software libero» - , e che i contratti di
«outosurcing» non devono penalizzare la committenza (come da sempre sostiene
Stefano Rodotà). Inoltre il rapporto invita a favorire il riuso e la
diffusione del software realizzato ad hoc
pagato dalla Pubblica amministrazione e a diffondere le best practices legate al suo utilizzo (una vecchia
richiesta avanzata dai webmaster e dai responsabili dei centri di
elaborazione dei dati della Pubblica amministrazione), mentre i pacchetti
software (diversi programmi messi insieme) anche adattati, devono essere
disponibili per ispezioni e «tracciabilità» (tema avanzato dagli attivisti
della privacy); i sistemi informativi devono interagire con interfacce
standard (quelle che si sono imposte per ampiezza della distribuzione) e i
documenti essere disponibili in più formati (differenti tipi di
rappresentazione elettronica dei dati) di cui uno obbligatoriamente aperto, cioè «pubblico e documentato esaustivamente»
(come chiedono le associazioni degli utenti, specie di quelli disabili).
Quest'ultimo è un aspetto particolarmente importante
ribadito anche dal ministro Stanca perchè un formato
aperto e, ancora di più, uno standard aperto,
cioè di pubblico dominio, largamente diffuso tra gli utenti e definito nelle
sue caratteristiche da un ente di normazione indipendente, non richiede uno
specifico prodotto per «essere letto» (è neutrale)
in modo tale che formati eterogenei possano condividere gli stessi dati (interoperabile), e
garantisce l'indipendenza da un singolo
prodotto o da un singolo fornitore. Soprattutto gli standard aperti hanno la
caratteristica della persistenza, fondamentale
per la tutela del patrimonio informativo nel tempo rispetto ai mutamenti
tecnologici.
Rispetto alle indicazioni della Commissione Europea (An Information Society for All del 2000) e alle
esperienze di paesi come Francia, Germania e Regno Unito, si potrebbe dire
che il rapporto non contenga grosse novità, dato che in linea generale si
limita a ribadire un senso comune e regole già previste dalla legge (come la
questione della proprietà del software) e registra iniziative già avviate da
Comuni e Regioni, nonché valutazioni espresse altrove dall'Aipa.
Perciò il punto nevralgico delle raccomandazioni della
commissione riguarda piuttosto la necessità di far funzionare regole già
esistenti e precisare linee guida, fornire strumenti di pianificazione e
servizi di supporto ai processi di software
procurement nella pubblica amministrazione e politiche di disseminazione
dei progetti di ricerca e innovazione tecnologica finanziati pubblicamente.
Un modo questo teso alla valorizzazione delle competenze
interne alla Pubblica amministrazione, allo sviluppo di «economie di scala»
per gli investimenti sul software.
I commenti positivi sono molti, a partire da quello del
senatore verde Fiorello Cortiana, primo firmatario di un disegno di legge per
l'introduzione di software open source nella pubblica amministrazione, che in
una nota ha ribadito la convinzione che
«l'open source garantisce il pluralismo informatico» e che «è giunto il
momento di definire una legge che garantisca pienamente tale approccio
coerentemente con le indicazione della Commissione».
In attesa delle decisioni del ministro Stanca e del
governo, il presidente della Commissione consiliare bilancio della regione
Emilia Romagna Antonio Nervegna, ha ribadito in un recente seminario la
«necessità di una legge quadro per lo sviluppo delle infrastrutture, dei
servizi e dei sistemi informativi regionali nella società dell'informazione,
che deve tenere conto del dibattito sul software libero e scegliere
apertamente il principio del pluralismo informatico, per sottrarsi al
monopolio dei software proprietario».
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