da Carta - editoriali - marzo 2003
Caro Adriano Sofri
di Pierluigi
Sullo
C'è una
grande ansia di ritorno alla "normalità", in giro. Adriano Sofri, per
esempio, ha scritto un lungo articolo, per la Repubblica, il cui senso si può
riassumere così: ora che la guerra è certa, cari pacifisti, dovete mettervi
l'anima in pace, sperare che finisca presto e che gli Stati uniti, sazi di
vittoria, tornino a un atteggiamento più ragionevole e dialogante. Altrimenti,
dice Sofri, avete una sola scelta: sperare che l'Iraq resista e che gli Stati
uniti subiscano dalla guerra i danni più grandi possibile.
Questo atteggiamento rivela una deplorevole mancanza di elasticità mentale.
Nonché una triste incapacità di capire che genere di movimento contro la
guerra si sia messo in moto, facendo irruzione come sappiamo il 15 febbraio
scorso. E Sofri non è affatto un caso isolato: praticamente ogni commentatore o
politico, almeno qui in Italia, è rimasto fermo ai cardini della politica che
fu: pace-guerra, destra-sinistra, riforme-rivoluzione, stati-popoli, ecc.
Eppure, i segnali sono espliciti, si direbbe travolgenti, se non si avesse paura
di essere retorici. In soli tre anni qualcosa di inedito si è affacciato sulla
scena mondiale, e se si cita il New York Times, arrivato buon ultimo a intuire
l'esistenza di una "superpotenza" come il movimento globale, è solo
per timidezza, di modo che i "realisti" alla Adriano Sofri possano
apprezzare il giudizio di quell'autorevole quotidiano che è riuscito a non
citare mai l'esistenza di uno come Noam Chomsky.
Il punto è che quella "superpotenza" ha tratti genetici assai diversi
dalla politica novecentesca, dei quali, parlando di guerra, conviene citare la
ricerca di una democrazia globale da cui sia bandita, in ogni sua forma, la
violenza. Sarebbe il caso di dire: sognatori, non fosse appunto che questo
assetto del mondo nasce non dalla fantasia di qualche asceta della nonviolenza,
ma sulla concretezza delle reti sociali di ogni genere che costituiscono il
corpo del movimento globale. Questo annuncio - una relazione comunitaria e
democratica nonviolenta - costituisce una frattura netta con la realpolitik,
ovvero con la lotta per il potere, che è stata l'anima delle destre, come delle
sinistre, di ogni paese nel secolo scorso. Questa aspirazione, date le
caratteristiche del movimento globale, viene sperimentata nelle miriadi di
attività sociali, di diplomazia popolare, di globalismo positivo di cui media e
politici non riescono a prendere atto.
La sostanza dell'opposizione alla guerra, di conseguenza, non è lo schieramento
contro qualcuno (gli Usa, l'Impero, ecc.) né l'esigenza "etica" della
pace, benché questi due atteggiamenti circolino ampiamente e siano in sé parti
del "racconto", bensì il tentativo, reticolare e non sintetico,
pragmatico e non ideologico, di disinnescare le cause di una guerra che, a sua
volta, non è più un episodio doloroso tra periodi di pace, ma lo strumento di
governo del mondo, la normalità di un liberismo che ha perso di senso, di
egemonia e di slancio economico e culturale. Se ci si oppone alla guerra, non lo
si fa per tornare a un prima, o un dopo, "normale", ma per costruire
un'altra normalità.
L'obiezione, a questo punto, è che tutto questo, ammesso che abbia fondamento,
è irrealista. Ma quanto è più realista credere che gli Stati uniti, e il loro
contesto di organismi finanziari internazionali e di multinazionali, possano, in
virtù di non si sa quale miracolo, non solo dismettere, una volta liquidato
Saddam, la determinazione di usare la guerra come usuale mezzo di soluzione dei
problemi, ma, ed è qui la radice, invertire radicalmente la frattura sociale e
la diseguaglianza a scala planetaria che è l'effetto del sistema economico
neoliberista e la causa della guerra e del terrorismo.
A quale normalità dovremmo tornare? Agli anni cinquanta della "pax
americana" e della promessa di "progresso" per tutti, sud del
mondo compreso? Agli anni sessanta della "nuova frontiera"? A quale
passato mitico? O non si tratta piuttosto di immaginare il futuro possibile che
già cammina con le decine di milioni che hanno cercato di fermare la guerra, e
prima ancora hanno denunciato la Wto e il G8, il Fondo monetario e le
multinazionali, e costruito i loro luoghi democratici, come il Forum sociale di
Porto Alegre?
Quindi, per rispondere alla domanda se si farà il tifo per Saddam contro Bush
(domanda che negli anni ruggenti di Sofri capo di Lotta continua si sarebbe
definita provocatoria): noi facciamo il tifo perché muoia meno gente possibile,
in Iraq; perché gli iracheni, durante e dopo la guerra, sentano la vicinanza,
l'aiuto, l'affetto dell'umanità intera; perché regimi dittatoriali e governi
guerrafondai finiscano in un museo degli orrori. E per questo ci daremo da fare:
aiutando l'umanità offesa, creando comunità democratiche, cercando di impedire
il funzionamento della macchina militare. Come che sia, sarà sempre meglio che
fare esorcismi perché i quattro quinti dell'umanità si rassegnino alla
normalità dell'ingiustizia.