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Cancun e l'impero del nord
La
novità del vertice della Wto è che i paesi del sud hanno smesso di denunciare
la povertà e hanno presentato progetti concreti per contrastarla. E questo ha
messo in crisi il nord del mondo
ANTONIO
LETTIERI
Sono
passati appena quattro anni dalle manifestazioni di Seattle, quando per la
prima volta la globalizzazione fu messa sotto accusa come strumento di
sfruttamento dei paesi e delle popolazioni più povere della terra. Quelle
manifestazioni, represse dalla polizia a cavallo in tenuta nera antisommossa
furono bollate come un disperato rigurgito di anarchismo mescolato a spirito
conservatore, incapace di cogliere i cambiamenti della storia. Una sorta di
jacqueries, come se ne vedevano nei secoli passati in Europa, animate da
schiere di contadini vessati e affamati dai proprietari delle terre. Ma era
una diagnosi autoconsolatoria, miope e sbagliata. Il fallimento di Cancun è
il sintomo del fatto che, sottoposta alla critica militante delle
organizzazione della società civile e a quella intellettuale e accademica
proveniente da alcuni dei grandi santuari universitari del mondo
anglosassone, la globalizzazione ha perduto la connotazione di evento quasi
naturale, inarrestabile e progressivo che aveva abbagliato anche una parte
non piccola della sinistra italiana. Il famoso «consenso di Washington», una
sorta di teologia fondata sulla triade liberalizzazione, privatizzazione,
apertura dei mercati, si è rivelata, con la crisi del sudest asiatico prima e
la catastrofe argentina poi, un fallimento pratico oltre che teorico.
La novità inattesa di Cancun stava nel fatto che i paesi
del sud hanno deciso di andare oltre la denuncia dei mali della povertà per
presentare analisi, proposte, piattaforme precise, chiare, che tutti potevano
capire e giudicare. La messa non era più in latino. La denuncia questa volta
era circostanziata, e i paesi del nord si sono trovati sulla difensiva. Dal
momento che la filosofia portante della globalizzazione è l'apertura dei
mercati, come avrebbero potuto i paesi ricchi continuare a sostenere in punta
di principio la razionalità e i vantaggi del libero scambio, se continuavano
a sussidiare la propria produzione agricola con trecento miliardi di dollari
l'anno (e Bush ha impudicamente aumentato i sussidi nel 2002), chiudendo i
loro mercati interni, vendendo in dumping la sovrapproduzione e mandando in
rovina i contadini dei paesi poveri?
Stati uniti ed Europa avrebbero potuto ammettere che
l'apertura dei mercati pone problemi di equilibri economici e sociali anche
al loro interno. Ma avrebbero dovuto, al tempo stesso, riconoscere che la
critica era fondata e ragionevole, e che il negoziato doveva aprirsi con
l'assunzione di impegni concreti nella direzione rivendicata dal nuovo blocco
dei 21 paesi guidati dal Brasile col sostegno dell'India e della Cina. Poi
l'esempio più clamoroso e la prova finale della miopia dei paesi ricchi si è
avuta a proposito della (mancata) trattativa per l'abolizione dei sussidi ai
produttori di cotone americano. Sono poche migliaia che beneficiando di
quattro miliardi di dollari l'anno a titolo di sussidi, inondano il mercato
di cotone sottocosto, riducendo alla fame dieci milioni di contadini di
alcuni paesi dell'Africa centro-occidentale che hanno nel cotone la loro
principale risorsa. L'aspetto paradossale della vicenda è che, in casi
concreti come questo, i fautori della sovranità dei mercati negano gli stessi
fondamenti teorici del libero scambio. La classica tesi ricardiana che pone
alla base del libero scambio la teoria dei «vantaggi comparati» è basata sul
fatto che ciascun paese ha interesse a concentrarsi sulla produzione di quei
beni che al suo interno produce con più efficienza. La teoria si applica oggi
con difficoltà a quella parte preponderante del commercio internazionale che
si svolge, più che fra paesi, all'interno stesso della grandi imprese
multinazionali, Ma il caso del cotone è classicamente quello che dimostra la
validità dell'interscambio commerciale, lasciando produrre ad alcuni paesi
quei beni che, per la loro vocazione agricola e per le loro condizioni
naturali e di sviluppo, sono producibili col vantaggio di minori costi
rispetto ad altre possibili produzioni. Ma Bush conta una parte importante
del suo elettorato tra i grandi produttori agricoli e i loro favolosi
contributi al partito repubblicano sono essenziali per la campagna elettorale
del 2004. Tuttavia, a Cancun quello sul protezionismo agricolo dei paesi
ricchi non era l'unico terreno di scontro. I paesi del nord, con l'Unione
europea in prima fila, avevano fra le loro rivendicazioni la liberalizzazione
degli investimenti nei paesi emergenti. Quello degli investimenti è un tema
apparentato alla privatizzazione e alla liberalizzazione dei servizi. In
sostanza, alla possibilità delle grandi imprese tansnazionale di occupare gli
spazi che interessano i servizi pubblici dei paesi emergenti, dalle telecomunicazioni
all'energia, alle poste, all'acqua, ai servizi di carattere sociale come
l'istruzione, la sanità, i fondi pensione. Dopo la liberalizzazione del
mercato delle merci e dei capitali, i mercati dei servizi rappresentano,
infatti, il passaggio decisivo alla globalizzazione del capitalismo del nord.
La conseguenza è l'annullamento pratico di ogni capacità di gestione
economica e sociale da parte dei governi nazionali e la definitiva
affermazione di una sorta di neocolonialismo economico che entra nei paesi
emergenti nel modo più naturale, senza bisogno di cannoniere e di basi
militari, come accadeva nella fase della globalizzazione legata
all'espansione degli imperi coloniali alle fine dell'Ottocento. Ma come
reagiscono gli Stati uniti di fronte alla messa in discussione della loro
incondizionata egemonia sul processo di globalizzazione? La risposta ricorda
quella dei bambini che minacciano di non giocare più perché, essendo abituati
a vincere, gli capita di sperimentare l'amarezza della sconfitta. Minacciano
di ritirarsi dall'Organizzazione e procedere con accordi bilaterali.
Ricompare la scelta «rumsfiediana», sperimentata in occasione della guerra
irachena, dell'unilateralismo, come principio di regolazione dei rapporti
internazionali. Gli Stati uniti farebbero anche sui terreni del commercio
estero accordi «con chi ci sta». E, naturalmente, con i paesi amici,
disponibili ad accettare le regole dell'impero. Accade così che negli ultimi
mesi abbiano fatto accordi commerciali con l'Australia, favorevole alla
guerra in Iraq, ma non con la nuova Zelanda e il Cile che si sono dichiarati
contrari.
Dopo Cancun la globalizzazione non è più nelle mani
dell'impero del Nord e sotto l'egemonia di Washington. La Cina e l'India che
da sole rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, per la
prima volta hanno assunto un ruolo determinante nel confronto tra i paesi
emergenti e l'impero del nord. La Malesia, considerata in passato sovversiva
per aver respinto le prescrizioni del Fondo monetario internazionale, ha
acquistato peso e prestigio nel sud est asiatico.
Ma il fatto nuovo e suscettibile di grandi cambiamenti si
verifica nel «cortile di casa» degli Stati uniti. L'America del sud ha
scoperto nel presidente Lula una capacità di leadership e una vocazione alla
unità strategica del subcontinente che richiama alla memoria i padri
dell'indipendenza della regione latino americana. Il Brasile ha guidato con
paziente intransigenza il «gruppo dei 21» che ha occupato la scena centrale
nella disputa sul protezionismo agricolo. Ma non basta. Immediatamente dopo
l'insediamento, Lula da Silva ha cominciato a lavorare a un doppio obiettivo:
il rilancio del Mercosud - che la crisi argentina stava mandando in frantumi
- e una nuova coalizione comprendente l'Alleanza andina, un raggruppamento
rimasto inattivo. La nuova coalizione, comprendente, fra gli altri, Cile,
Perù, Colombia e Venezuela è in grado di rovesciare i termini del rapporto
con gli Stati uniti, ansiosi di concludere un trattato di libero scambio a
livello continentale, rafforzando il ruolo regionale nei processi negoziali
con la potente controparte del nord.
In un importante saggio comparso su Harpers nei mesi
scorsi («The economics of empire»), William Finnegan mette al centro della
sua analisi questa affermazione: «La verità è che nessun governo pratica il
libero scambio. Si tratta di un credo, una chimera, un concetto utopico ..
con i quali mettere nel sacco gli avversari politici e i concorrenti
economici». In effetti, questo non significa che l'apertura dei mercati non
sia utile. La Cina, ma anche l'India sono un esempio di incrocio fra
aperturismo e protezionismo. Dani Rodrick, economista di Harvard, sintetizza
limpidamente la questione, quando afferma: il libero scambio è un fine e un
risultato non una precondizione.
Finora Washington aveva trasformato le istituzioni di
Bretton Woods, immaginate da Keynes, come strumenti di cooperazione
internazionale per uno sviluppo stabile, equo e diffuso, in potenti strumenti
di governo per conto dell'impero del nord sul resto de mondo. Dopo Cancun,
una fase della globalizzazione, con le sue mistificazioni e i suoi
ingannevoli bagliori, si chiude. I problemi che Cancun non ha risolto
rimangono tutti aperti, spesso drammaticamente, ma è diventato chiaro e
trasparente che bisogna imboccare altre strade per risolverli. I movimenti
hanno avuto politicamente ragione. La critica delle idee di intellettuali,
accademici, premi Nobel del nord e del sud del mondo hanno avuto effetto nel
demolire il «pensiero unico». Le centinaia di Ong che, insieme con i
movimenti, si sono impegnati su questo terreno sono il nuovo sale di una
battaglia democratica e progressista - questa sì a livello globale - che
spesso vede le forze tradizionali della sinistra chiuse in una disperante abulia
intellettuale e politica.
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