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Al microscopio con la bibbia in mano
Le
pressioni dei circoli culturali neoconservatori e della Casa Bianca per
normalizzare la ricerca scientifica
Sanità e ambiente Ricatti e politica dei
finanziamenti per avere camici bianchi fedeli alla linea. Quella decisa
dall'amministrazione Bush
MATTEO
BARTOCCI
Secondo
un documentato rapporto della minoranza democratica al Congresso,
l'amministrazione repubblicana di Bush Jr. sta intervenendo pesantemente
nei risultati della ricerca scientifica Usa, manipolandola e distorcendola
ai fini della propria politica conservatrice. Lo denuncia una lunga
relazione del Government Reform Committee, la
principale commissione investigativa parlamentare che ha il compito di
controllare l'operato delle agenzie federali e il loro budget. Il
capogruppo democratico, il californiano Henry A. Waxman, ha curato il
rapporto che denuncia le interferenze sulla scienza, intitolato Politics
and Science in the Bush Administration. Il documento rende nota
un'inchiesta sulle nomine e il comportamento del governo Bush rispetto alla
ricerca scientifica. I risultati sono a dir poco imbarazzanti. Se è normale
nella politica americana - e non solo, basti pensare alle recenti nomine ai
vertici del nostro Consiglio nazionale delle ricerche - sostituire i
dirigenti degli enti scientifici e influire sui loro orientamenti, la
maggioranza repubblicana - si legge nel rapporto - «è andata ben oltre
tutto questo». L'interferenza politica sulla scienza ha dato luogo ad
«affermazioni equivoche del presidente, risposte inadeguate al congresso,
siti Web e informazioni alterate, rapporti delle varie agenzie federali
soppressi, comunicazioni alla comunità internazionale errate», giù giù «fino
all'intimidazione degli scienziati refrattari» a piegarsi alla nuova
politica del conservatorismo compassionevole o alla lotta mondiale al
terrorismo in versione Bush.
Ma l'aspetto forse più importante sottolineato nel
rapporto, che va ben al di là della lotta ideologico-politica, è il fatto
che le varie distorsioni scientifiche hanno tutte un aspetto comune: «chi
ne beneficia sono sempre supporter importanti
del presidente, inclusi importanti gruppi industriali conservatori».
La relazione (disponibile su www.politicsandscience.org)
affronta più di venti temi scientifici influenzati dal comportamento del
governo: dall'astinenza sessuale come panacea per malattie come l'Hiv al
riscaldamento globale, che non sarebbe influenzato dal comportamento
dell'uomo; dall'errata proclamazione di efficienza del programma
missilistico «scudo stellare» alla politica di protezione delle aree
naturali; dai criteri per l'acqua potabile alle norme sulla salute nei
luoghi di lavoro. A sostegno delle loro accuse, i democratici elencano
puntigliosamente una lunga serie di fatti, ordinandoli secondo tre grandi
capitoli: manipolazione dei comitati scientifici consultivi, distorsione e
soppressione dell'informazione scientifica, interferenza con la ricerca e
l'analisi scientifica.
Le pressioni politiche sono tanto più gravi perché gli
enti messi sotto scacco da Bush sono dei giganti in grado di determinare
l'agenda globale su molti temi. Per citare i più noti: la Food and Drug Administration (Fda), che si occupa della
sicurezza alimentare e dell'approvazione dei nuovi farmaci, l'Environment Protection Agency (Epa), l'agenzia federale
per la tutela dell'ambiente, i Centers for
Diesease Control (Cdc), laboratori specializzati per le malattie
infettive, saliti all'onore delle cronache per la pandemia di Sars, i National Institutes of Health, l'istituto superiore di
sanità americano. Tutti enti dotati di finanziamenti immensi, almeno per
gli standard europei e di un prestigio scientifico riconosciuto in tutto il
mondo.
Secondo le norme americane, il presidente ha il potere
di incaricare le agenzie federali di occuparsi di determinati temi e può
determinarne, in una misura ampia, l'agenda. L'unico ostacolo, decisivo,
sono le decisioni e il relativo budget approvati dal Congresso. Ma in questo
caso l'amministrazione si è spinta ai limiti dei propri poteri. Per
esempio, nelle domande con le quali si richiedono i finanziamenti (grant) del Nih e del Department
of Health and Human Services, il ministero della sanità americano, gli
scienziati sono stati fortemente sconsigliati dall'usare parole come
«transessuale», «scambio di aghi», «aborto», «efficacia del condom»,
«uomini che fanno sesso con altri uomini», «lavoratrici sessuali», pena uno
scrutinio ben più severo delle loro richieste di fondi. In aggiunta, il
ministero già nello scorso marzo lanciò una campagna di ispezioni,
qualificate come indagini amministrative, nei laboratori pubblici che si
occupano di ricerca sulle abitudini sessuali degli adolescenti, malattie
infettive collegate al sesso, ricerche epidemiologiche di vario genere,
politica del welfare sulle ragazze madri e così via.
Un'ondata neoconservatrice si è insomma abbattuta anche
sulla comunità scientifica, tanto che le maggiori riviste del settore come Science, The Lancet e Nature hanno presentato con duri editoriali le proprie
perplessità e critiche al comportamento del governo Bush.
La storia dei rapporti tra scienza e politica racconta
da sempre la faticosa relazione tra due poteri e saperi che in più di un
occasione si sono trovati in conflitto. E che tuttavia per funzionare
correttamente hanno bisogno l'uno del sostegno dell'altro. Che le forze
politiche e sociali condizionino la ricerca e la indirizzino secondo loro
fini è ormai un fatto storicamente ed epistemologicamente acquisito. Si
pensi al processo contro Galileo o alla ricerca scientifica nell'Unione
Sovietica e sotto il nazismo hitleriano.
Diverso sarebbe il caso della scienza nelle democrazie.
Ma forse non tanto, visti i risultati del rapporto e il recente bando alla
ricerca sulle cellule staminali embrionali proclamato proprio
dall'amministrazione Bush. Quel che è certo è che lo spazio pubblico aperto
offerto storicamente dalle democrazie è vitale per la crescita di una
scienza e di una politica responsabili verso la cittadinanza, sempre più
bisognosa di risultati scientifici trasparenti e comprensibili, in base ai
quali operare le proprie scelte politiche, culturali o, più banalmente,
indirizzare il consumo di determinati alimenti o beni commerciali.
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