È
STATO IL BATTESIMO DEL POPOLO EUROPEO
di
Eugenio Scalfari
Da
Repubblica del 16.2.2003
MOLTI
e molti milioni di persone hanno riempito ieri le piazze di mezzo mondo e in
particolare d´Europa manifestando per la pace e contro la guerra.
Rappresentavano l´avanguardia militante dello spirito pubblico che anima in
questo momento il nostro continente, come dimostrano i sondaggi svolti in tutte
le nazioni europee; sono cifre impressionanti sulle quali occorre riflettere.
Impressionanti
soprattutto quelle registrate in Spagna e in Gran Bretagna, due paesi nei quali
i rispettivi governi hanno da tempo dichiarato il loro appoggio alla decisione
degli Stati Uniti di muoversi contro l´Iraq «con le buone o con le cattive»,
cioè con la sponsorizzazione dell´Onu o senza di essa. In Italia si registrano
percentuali analoghe: l´80 per cento si dichiara contrario ad una guerra
americana senza l´approvazione dell´Onu, il 71 per cento contrario anche
qualora quell´approvazione ci fosse. Più o meno negli stessi termini si
esprime il popolo dell´intero continente.
È
vero che i governanti democraticamente eletti debbono possibilmente precedere e
non supinamente seguire le opinioni spesso rapidamente mutevoli dei loro
elettori, ma è del pari vero che nei regimi democratici decisioni così
impegnative come la guerra o la pace non possano esser prese senza il consenso
della grande maggioranza del popolo. La differenza tra democrazia e oligarchia
risiede proprio in questa necessaria consonanza tra l´azione di governo e lo
spirito pubblico. Quando poi non solo la consonanza sia debole ma addirittura
sia sostituita da una contrapposizione netta e profonda, l´oligarchia inclina
verso l´autoritarismo e il rischio gravissimo di una spaccatura tra il
cosiddetto paese legale e quello reale diventa incombente, con tutte le
possibili conseguenze che ne derivano.
Secondo
alcuni alla fine la Francia sarà costretta a tornare nei ranghi Ma è
improbabile: Chirac infatti non può permettersi di cambiare idea, pena il
tracollo della sua immagine
Per
la prima volta i cittadini della Ue si sono manifestati in modo univoco su un
tema capitale Si tratta della voce unitaria che i governi non riescono a
esprimere
Noi
europeisti di vecchia data ci lamentiamo spesso della mancanza di un´unica voce
europea che interpreti i valori e gli interessi del nostro continente nei
consessi internazionali e attribuiamo questa lacuna alla persistenza degli
egoismi nazionali che continuano a far premio su una visione comune. Purtroppo
è ancora così: le «cancellerie» stanno ancora aggrappate al loro piccolo
potere e lo difendono con le unghie e con i denti come se fossimo ancora ai
tempi del Congresso di Vienna.
Ma
proprio qui, su questa delicatissima questione, è accaduto negli ultimi mesi il
fatto nuovo perché è la prima volta, assolutamente la prima, che il popolo
europeo si è manifestato unitariamente e univocamente su un tema capitale che
contiene al tempo stesso valori ideali e interessi politici ed economici. Quella
voce unitaria che i governi non riescono ad esprimere è sorta dal basso ed è
risuonata con assordante fragore dalle piazze di Londra, di Madrid, di Roma, di
Parigi, di Berlino e di cento altre città tra l´Atlantico, il Mediterraneo, il
Mare del Nord. Ciò che i trattati e le convenzioni non hanno ancora saputo
compiere l´ha fatto il popolo europeo, milioni e milioni di giovani e anziani,
di donne e di uomini d´ogni religione o senza religione.
L´Europa
sta nascendo: questa è la novità sconvolgente. Qualcuno ieri, commentando lo
spettacolo che le televisioni mandavano in onda da Piazza San Giovanni e da Hyde
Park, si chiedeva con un pizzico d´ironia: «Vedo che cantano e ballano, ma che
cosa c´è da ballare?».
Ironia
patetica perché c´era invece moltissimo per ballare e cantare: se nasce l´Europa
all´insegna della pace e della solidarietà, quello è un giorno di grandissima
festa e così infatti è stato il 15 febbraio del 2003.
*
* *
Resta
tuttavia l´ipotesi della guerra, ancora una volta rinviata ma nient´affatto
scongiurata né dalle pur imponenti manifestazioni di massa né dalla esplicita
contrarietà della Francia, della Russia, della Cina, della Germania a
consentire l´imprimatur delle Nazioni Unite alla politica dei falchi di
Washington. Il nuovo appuntamento con gli ispettori dell´Onu (l´ultimo, ha
detto Colin Powell) è stato fissato al primo marzo; il ministro degli Esteri
francese aveva chiesto per loro un mese, ma ha ottenuto soltanto quindici
giorni. Poi - come Bush ripete dallo scorso novembre e ancora ieri - «o con voi
o senza di voi» a meno che Saddam non si arrenda senza condizioni.
La
diplomazia francese ha fatto miracoli per fermare la gigantesca macchina di
guerra americana ma senza nulla togliere alla tenacia di Chirac, finora questa
partita si è giocata in qualche modo sul velluto. Sapevamo tutti infatti che l´armata
americana avrebbe portato a termine i suoi preparativi soltanto nella prima
quindicina di marzo. Fino a quel momento, cioè appunto entro i prossimi
quindici giorni, si stanno utilizzando i tempi morti poiché l´esercito Usa
ancora non è del tutto pronto, è attesa nelle acque del Golfo l´ultima
portaerei che attraversa il canale di Suez proprio in questi giorni, gli ultimi
cinquantamila riservisti sono stati richiamati quattro giorni fa, da Londra sono
partiti l´altro ieri i contingenti dei "Royal Marines" e un altro
reggimento di cavalleria corazzata.
Dilazionare
fino al primo di marzo l´ultimo rapporto degli ispettori non costa nulla alla
strategia Usa anche se, per attendere il voto finale dell´Onu, bisognasse
arrivare fino a metà del mese prossimo. Saddam si arrenderà entro queste
pochissime settimane? Consegnerà le famose armi che gli vengono perentoriamente
attribuite? O darà la prova d´averle distrutte? E in questo caso sarà
creduto?
A
quel punto il gioco si farà estremamente duro perché il tempo sarà
completamente scaduto e la clessidra non avrà più sabbia.
Molti
osservatori scommettono che la Cina, la Russia ed anche la Francia, arrivato il
momento della verità, rientreranno nei ranghi, ma c´è un serio motivo per
dubitare di questa ipotesi e il motivo si chiama Europa.
*
* *
Può
sembrare un paradosso pensare che un vecchio gollista strutturalmente legato
alla grandeur del suo paese, punti l'intera posta soltanto sulla carta europea
senza uscite di sorta né possibilità di disimpegno. Ma che altro può fare
Chirac dopo aver rotto il fronte con Bush e con Blair sia all'Onu sia nella Nato
sia infine nell'Unione europea? Può dire «abbiamo scherzato» senza subire un
drammatico crollo d´immagine internazionale? Può negoziare il suo
riallineamento chiedendo in contropartita qualche vantaggio petrolifero per la
sua "Total"? Vendere la primogenitura finalmente riconquistata in
Europa per il piatto di lenticchie della "Total"? Con quali
ripercussioni sul consenso di massa dell'opinione pubblica francese che in
questi mesi si è stretta compattamente intorno a lui? Chirac è di fronte a un
dilemma che presenta comunque altissimi rischi, sia che insista sul no a
Bush-Blair, sia che rientri nei ranghi dell'ortodossia atlantica. La sua scelta
dipenderà dalle previsioni che il governo francese farà sull'andamento della
guerra e sugli scenari che si apriranno sul dopoguerra, cioè sulla natura della
"pax americana" .
Al
novanta per cento la guerra sarà breve se non brevissima. Al novanta per cento
la "pax americana" in Medio Oriente non debellerà il terrorismo
mancando l´obiettivo dichiarato ma non vero per l´amministrazione Usa e
lasciando aperto il passo per altre guerre e conflitti sempre più profondi con
l´Islam e con le potenze internazionali emergenti in Asia.
Ecco
perché non è affatto da escludere che Chirac punti le sue carte su quell'Europa
che il popolo europeo sta unificando attorno alla parola pace.
Non
è forse vero che in politica (e non solo) le parole sono pietre?
*
* *
Nel
bel mezzo della manifestazione per la pace - che a Roma ha riunito a dir poco
tre milioni di persone e soprattutto di giovani in una misura mai vista prima d´ora
- è stata diffusa la notizia di una lettera indirizzata dal presidente Ciampi
al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il documento, reso pubblico dal
Quirinale, è esplicitamente motivato dalle gravi preoccupazioni indotte dalla
situazione internazionale e si snoda intorno a tre punti fermi.
Il
primo riafferma il concetto che l'Onu è la sola istituzione idonea a dirimere i
conflitti internazionali e incita il governo italiano a incardinare la sua
azione nell'ambito dell'Onu come finora è apprezzabilmente avvenuto.
Il
secondo invita il governo a operare per la composizione dei conflitti
intra-europei apertisi sia nella Nato sia nella stessa Unione, con l'obiettivo
di ricostituire l'unità degli intenti tra i paesi membri e tra l´Europa e gli
Stati Uniti.
Il
terzo raccomanda al governo di puntare alla coesione tra i paesi fondatori dell'Unione,
che dovranno comunque essere il motore dell'Europa politica. I paesi fondatori,
come è noto, sono Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo.
Si
tratta di un documento complesso dal quale emerge chiaramente l´intento di
ancorare l´azione del governo italiano all´Onu, a non operare al di fuori di
essa e a privilegiare in Europa il nostro rapporto con gli Stati fondatori e cioè
con Francia e Germania.
Questa
lettura del documento è tanto più corretta in quanto gli stessi uffici del
Quirinale che l'hanno diffuso hanno poi protestato con l´agenzia Ansa per una
prima sommarizzazione del testo che sottolineava le parole di apprezzamento
rivolte al governo sorvolando invece sugli incitamenti a non allontanarsi dalla
linea tradizionale della nostra politica europea, che è appunto la vera ragione
per cui quella lettera è stata scritta e resa pubblica.
Il
Quirinale insomma sembra non condividere eventuali iniziative al di fuori dell'Onu
e tanto meno comportamenti che dividano l'Italia dagli altri cinque paesi
fondatori. Il testo è pubblico e ciascuno potrà leggerlo e comprenderlo.
Tirare
il Quirinale in ballo nelle dispute politiche è sempre scorretto.
Ridurlo,
come taluno ha tentato di fare, ad un ossequiente incensatore di Palazzo Chigi
è oggettivamente falso e soggettivamente fazioso. Dispiace, anche se a quel
tipo di falsità e di faziosità siamo ormai da tempo abituati.