Bandiere
Pierluigi Sullo
Venerdì è il 25 aprile, la festa nazionale più
scandalosa. Per fortuna. Silvio Berlusconi, che ci siamo
abituati - sbagliando - a considerare un personaggio grottesco,
capace solo di dire scemenze e di fare le corna nei vertici
internazionali dei suoi pari grado, ha provveduto a: a] cambiare
il colore della bandiera italiana, da rosso-bianco-verde a
bordeaux-avorio-verdone, forse perché così consiglia un
consulente per l'immagine, o per rimpiazzare tutte le bandiere
esistenti e far guadagnare un mucchio di denaro a chissà chi;
b] ammettere senza problemi che il Sismi, servizio segreto
militare di un "paese non belligerante", ha
collaborato con i servizi dei paesi in guerra in Iraq,
"come ha sempre fatto", ha aggiunto; c] far dire al
suo portavoce, Bondi, che le stragi naziste, come quella di
Marzabotto, sono in realtà da addebitare alla tattica dei
"partigiani comunisti".
In effetti, una tale serie di enormità lasciano senza fiato
chi si è abituato, da quasi sessant'anni in qua, a una
celebrazione del 25 aprile, della Resistenza, della Costituzione
che da lì è nata, ipocrita, spesso, ma almeno rispettosa delle
forme, e specialmente del tabù numero uno: la Repubblica è
antifascista. Così, presi di sorpresa, molti politici del
centrosinistra replicano che: a] la tradizione nazionale ha quei
tre colori, e cambiarli è un oltraggio; b] la faccenda del
Sismi dimostra che c'è stata, per lo meno, collusione con le
potenze "belligeranti"; c] il 25 aprile è una festa
antifascista rispettabile, e lasciamola stare.
Hanno ragione, quei politici, ma in questo modo si mettono
sulla difensiva. Le enormità che Berlusconi e i suoi dicono non
sono l'equivalente del fare le corna nella foto di gruppo di
primi ministri, un atteggiamento tra il burlone e
l'irresponsabile da richiamare all'ordine [quello di sempre]. Il
fatto è che quell'ordine non esiste più, e Berlusconi si
infila nelle crepe, per allargarle, con la tecnica dei talk show
televisivi: dire e fare cose esagerate, ché tanto, poi, qualche
traccia rimane, e soprattutto ogni affermazione vale il suo
contrario. In altre parole, e per restare ai casi in questione:
a] a chi volete che freghino, i colori della bandiera, se ne
troviamo di più glamour?; b] belligerante o no, l'Italia deve
stare col vincitore, se vuole cavarne qualche buon appalto,
oltre che la riconoscenza del padrone [Bush]; c] comunisti o
fascisti, sono la stessa cosa, quel che importa è che la gente
consumi [e voti come se andasse al supermercato], per il resto
la pensi come vuole, tanto le ideologie non esistono più.
Tradotte in questo modo, le enormità di Berlusconi diventano
frammenti del senso comune che sembrerebbe dominare la vita
sociale e che è alla base del suo successo elettorale: una cosa
a metà tra l'"arricchitevi" di Luigi Napoleone e il
"divertitevi" di Walt Disney.
Sembrerebbero dominare. Ma non è poi così certo. A badar
bene, c'è una bandiera i cui colori non solo Berlusconi non
oserebbe cambiare, ma che preferisce fingere di non vedere,
nonostante sia esposta [e lo rimanga ostinatamente] da milioni
di finestre: quella della pace. Dunque, un politico avveduto
dovrebbe sì protestare per la fatuità demolitrice del
bordeaux-avorio-verdone, ma subito aggiungere accortamente che,
a fianco del tricolore, nelle sedi istituzionali, si dovrebbe
esporre il vessillo della pace, divenuto un simbolo universale.
Per una minoranza? Non sembrerebbe: gli ultimi sondaggi di
Corriere della Sera e Repubblica danno l'avversione alla guerra
[finita, secondo Berlusconi] rispettivamente al 57 e al 60 per
cento. E i sondaggi, come insegna Rutelli, contano, o no?
Questa affermazione positiva permetterebbe di aggiungere che
non solo il Sismi, ma i trasporti militari, la concessione dello
spazio aereo e la spedizione prossima in Iraq di carabinieri e
altri militari in soccorso del vincitore comprovano quel che
quei 57 e 60 per cento sanno già molto bene: che la "non
belligeranza" è stata solo una bugia puerile, cui
Berlusconi è stato costretto appunto dal numero di bandiere
della pace, di manifestazioni e di altre innumerevoli forme di
opposizione alla guerra. Ma i politici del centrosinistra questo
non lo possono dire, perché, dopo aver esposto anche loro la
famosa bandiera [specialmente nella pubblicità elettorale], e
aver marciato nei cortei, hanno votato a favore della spedizione
dei carabinieri, e quindi si sono dati la zappa sui piedi,
ammesso che abbiano ancora una zappa e, soprattutto, dei piedi.
Peccato, perché, date quelle premesse, anche sul 25 aprile
si potrebbe replicare a Berlusconi: non solo difendendo,
giustamente, la memoria della Resistenza, ma aggiungendo che
essa è una premessa indispensabile della resistenza alla
guerra. Perché non per caso ha partorito una Costituzione che,
insieme alla messa al bando del fascismo, "ripudia la
guerra" [e le due cose stanno insieme necessariamente].
Vale a dire che sì, siamo in un nuovo secolo, ma non tutto di
quello vecchio va buttato via. Anzi. E tra quel che va
custodito, capito, rinnovato c'è prima di tutto, nel nostro
paese, il momento in cui, abbandonati dalle loro classi
dirigenti, da re, generali e duci, gli italiani seppero dire no,
ad ogni costo. Proprio quel che serve ora, sebbene con metodi e
in un contesto del tutto diversi. Se Rutelli, Fassino e D'Alema
sentissero questa urgenza e la smettessero di giocare ai
berlusconi minori, finalmente avrebbero qualche utilità.
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