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23 aprile 2003

Bandiere

Pierluigi Sullo

Venerdì è il 25 aprile, la festa nazionale più scandalosa. Per fortuna. Silvio Berlusconi, che ci siamo abituati - sbagliando - a considerare un personaggio grottesco, capace solo di dire scemenze e di fare le corna nei vertici internazionali dei suoi pari grado, ha provveduto a: a] cambiare il colore della bandiera italiana, da rosso-bianco-verde a bordeaux-avorio-verdone, forse perché così consiglia un consulente per l'immagine, o per rimpiazzare tutte le bandiere esistenti e far guadagnare un mucchio di denaro a chissà chi; b] ammettere senza problemi che il Sismi, servizio segreto militare di un "paese non belligerante", ha collaborato con i servizi dei paesi in guerra in Iraq, "come ha sempre fatto", ha aggiunto; c] far dire al suo portavoce, Bondi, che le stragi naziste, come quella di Marzabotto, sono in realtà da addebitare alla tattica dei "partigiani comunisti".

In effetti, una tale serie di enormità lasciano senza fiato chi si è abituato, da quasi sessant'anni in qua, a una celebrazione del 25 aprile, della Resistenza, della Costituzione che da lì è nata, ipocrita, spesso, ma almeno rispettosa delle forme, e specialmente del tabù numero uno: la Repubblica è antifascista. Così, presi di sorpresa, molti politici del centrosinistra replicano che: a] la tradizione nazionale ha quei tre colori, e cambiarli è un oltraggio; b] la faccenda del Sismi dimostra che c'è stata, per lo meno, collusione con le potenze "belligeranti"; c] il 25 aprile è una festa antifascista rispettabile, e lasciamola stare.

Hanno ragione, quei politici, ma in questo modo si mettono sulla difensiva. Le enormità che Berlusconi e i suoi dicono non sono l'equivalente del fare le corna nella foto di gruppo di primi ministri, un atteggiamento tra il burlone e l'irresponsabile da richiamare all'ordine [quello di sempre]. Il fatto è che quell'ordine non esiste più, e Berlusconi si infila nelle crepe, per allargarle, con la tecnica dei talk show televisivi: dire e fare cose esagerate, ché tanto, poi, qualche traccia rimane, e soprattutto ogni affermazione vale il suo contrario. In altre parole, e per restare ai casi in questione: a] a chi volete che freghino, i colori della bandiera, se ne troviamo di più glamour?; b] belligerante o no, l'Italia deve stare col vincitore, se vuole cavarne qualche buon appalto, oltre che la riconoscenza del padrone [Bush]; c] comunisti o fascisti, sono la stessa cosa, quel che importa è che la gente consumi [e voti come se andasse al supermercato], per il resto la pensi come vuole, tanto le ideologie non esistono più. Tradotte in questo modo, le enormità di Berlusconi diventano frammenti del senso comune che sembrerebbe dominare la vita sociale e che è alla base del suo successo elettorale: una cosa a metà tra l'"arricchitevi" di Luigi Napoleone e il "divertitevi" di Walt Disney.

Sembrerebbero dominare. Ma non è poi così certo. A badar bene, c'è una bandiera i cui colori non solo Berlusconi non oserebbe cambiare, ma che preferisce fingere di non vedere, nonostante sia esposta [e lo rimanga ostinatamente] da milioni di finestre: quella della pace. Dunque, un politico avveduto dovrebbe sì protestare per la fatuità demolitrice del bordeaux-avorio-verdone, ma subito aggiungere accortamente che, a fianco del tricolore, nelle sedi istituzionali, si dovrebbe esporre il vessillo della pace, divenuto un simbolo universale. Per una minoranza? Non sembrerebbe: gli ultimi sondaggi di Corriere della Sera e Repubblica danno l'avversione alla guerra [finita, secondo Berlusconi] rispettivamente al 57 e al 60 per cento. E i sondaggi, come insegna Rutelli, contano, o no?

Questa affermazione positiva permetterebbe di aggiungere che non solo il Sismi, ma i trasporti militari, la concessione dello spazio aereo e la spedizione prossima in Iraq di carabinieri e altri militari in soccorso del vincitore comprovano quel che quei 57 e 60 per cento sanno già molto bene: che la "non belligeranza" è stata solo una bugia puerile, cui Berlusconi è stato costretto appunto dal numero di bandiere della pace, di manifestazioni e di altre innumerevoli forme di opposizione alla guerra. Ma i politici del centrosinistra questo non lo possono dire, perché, dopo aver esposto anche loro la famosa bandiera [specialmente nella pubblicità elettorale], e aver marciato nei cortei, hanno votato a favore della spedizione dei carabinieri, e quindi si sono dati la zappa sui piedi, ammesso che abbiano ancora una zappa e, soprattutto, dei piedi.

Peccato, perché, date quelle premesse, anche sul 25 aprile si potrebbe replicare a Berlusconi: non solo difendendo, giustamente, la memoria della Resistenza, ma aggiungendo che essa è una premessa indispensabile della resistenza alla guerra. Perché non per caso ha partorito una Costituzione che, insieme alla messa al bando del fascismo, "ripudia la guerra" [e le due cose stanno insieme necessariamente]. Vale a dire che sì, siamo in un nuovo secolo, ma non tutto di quello vecchio va buttato via. Anzi. E tra quel che va custodito, capito, rinnovato c'è prima di tutto, nel nostro paese, il momento in cui, abbandonati dalle loro classi dirigenti, da re, generali e duci, gli italiani seppero dire no, ad ogni costo. Proprio quel che serve ora, sebbene con metodi e in un contesto del tutto diversi. Se Rutelli, Fassino e D'Alema sentissero questa urgenza e la smettessero di giocare ai berlusconi minori, finalmente avrebbero qualche utilità.

 

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