ATA e congresso di Proteo Fare Sapere

 

Proteo si caratterizza (lo dicono le tesi congressuali) anche per la sua capacità di aggregare tutte le professioni presenti nella scuola….

Sarà vero, o sarà la classica affermazione ecumenica, * da congresso*?

Ma soprattutto, per quanto riguarda gli ATA, quale tipo di identità professionale questa associazione rappresenta? E se non lo fa, quale dovrebbe o potrebbe? E come?

 

Premetto che provengo da una diversa esperienza lavorativa, non conosco la storia – se non degli anni recenti – della categoria, né dell’associazione. Ma conosco l’oggi, e vedo ciò che credo tutti vedano. Un pezzo di categoria depressa, scontenta, e che spesso vive ed esprime il proprio disagio soprattutto raffrontandosi a chi nella scuola le appare (e in verità non può non essere) oggetto di molto maggior attenzione: gli insegnanti.

 

Come uscirne, se non ripensando davvero la nostra identità professionale?

E’ assurdo (non sono la prima a dirlo) che una categoria possa essere definita da una negazione (il personale non-insegnante). Altrettanto da evitare, a mio parere, le forzature.

Dire che la scuola, e in essa tutti: docenti, alunni, ATA…formano una comunità educante…è talmente vero da esser ovvio, ma che significa per noi? Certo, in qualsiasi ambito sociale in cui convivono adulti e ragazzi si crea un rapporto che ha a che fare con l’educazione.

Il negoziante, il barista, il guidatore di autobus, chiunque…sono figure adulte che interagiscono con i giovani, non meno di un’assistente amministrativo…Nessuno si sognerebbe di inserire questo fra le proprie caratteristiche professionali.

 

Allora, guardiamo al concreto: Parlo soprattutto del personale amministrativo (ma non solo,come poi dirò): Cosa ci unisce? Cosa ci caratterizza?

 

C’è una parte del nostro lavoro, secondo me, che non ha proprio niente di specifico, o di specificatamente scolastico….

Come quasi tutti sanno, da qualche anno le segreterie sono state invase da una serie di nuove competenze (io direi più crudamente da una serie di pratiche) nell’ambito del cosiddetto decentramento. I guai, le disfunzioni, la disorganizzazione, sono note….

Personalmente penso (e so con ciò di pormi in controtendenza anche rispetto al mio sindacato) che sia stato un errore, da parte di governi, sindacati, chiunque ne abbia avuto parte, accettare questo, che nulla ha a che fare con la scuola autonoma.

Come se qualcuno, oggi, si proponesse, in nome dell’autonomia, di riportare alle scuole i pagamenti di tutti gli stipendi, tolti solo pochi anni fa…Sarebbe assurdo, ma non meno assurdo assumerci in cambio altri oneri per i quali siamo ancor meno attrezzati.

Ma d’altra parte, cosa fatta capo ha, e almeno di questi tempi – in aria di tagli – non è forse neppure il caso di porli, certi problemi…e allora queste competenze, ripeto non prettamente scolastiche,  ci sono e restano.

Fare rispetto ad esse formazione (anche a distanza, la materia si presta), forum professionali, favorire l’autoaiuto fra colleghi, supportare in modo specifico…è terreno ineludibile e possibile per un’associazione professionale che voglia essere utile e costruire appartenenza.

 

C’è poi tutt’un’altra parte di competenze, quella direttamente legata all’utilizzo delle risorse, tutte (finanziarie, umane, strutturali, di servizio), in funzione dell’attività formativa.(Non parliamo però di progetti, è riduttivo).

Anche qui, c’è una parte di professionalità che non è diversa da quella di altri lavoratori, specie del settore pubblico: Analizzare costi, programmare entrate e spese, stabilire collaborazioni fra enti o soggetti diversi, fare informazione dentro e fuori, organizzare le cose, proprio concretamente, fare in un certo senso pubbliche relazioni, o marketing nella sua interpretazione meno banale e non solo economicistica, verificare risultati…sono cose che si fanno a scuola ma si fanno anche (o si dovrebbe) in qualsiasi servizio comunale…

 

Ma uno specifico c’è, ed è che queste attività non sono e non possono essere neutre rispetto alla scuola, alle sue finalità,

Stiamo compiendo in questi giorni, e stanno compiendo con noi (o a volte su di noi…) i revisori dei conti di recente nomina, una prima esperienza di controllo e verifica dei risultati, dopo il primo anno di applicazione del nuovo regolamento di contabilità.

Può essere, secondo me, un’esperienza illuminante: perché quel controllo non può e non deve essere basato su un mero confronto di grafici e tabelle fra spesa programmata e spesa sostenuta, e non solo perché mille possono essere le variabili che hanno determinato uno scostamento o un’incongruenza fra le due voci…(non si tratta solo di spendere…).

 

E’ vero, la capacità della scuola di programmare può e deve crescere, ma questa verifica, ad esempio, che coinvolge in prima persona il settore amministrativo, e il dsga che ne è responsabile, ha senso (al di là degli ovvi aspetti di verifica della correttezza contabile, che c’erano anche prima), se fornisce alla scuola strumenti per riflettere su ciò che fa, su obiettivi e risultati, non in termini banalizzanti e solo cartacei.

Ma ciò, d’altro canto, non può accadere se il personale ATA non è coinvolto (e non intendo, adesso, in termini di compensi), non è consapevole nel merito, in modo abbastanza preciso, di ciò che la scuola, quella determinata scuola, si è data come progetto, come percorso, dei problemi e difficoltà che incontra, delle opportunità che vuole sfruttare,ecc…

Allora, quale esempio più chiaro di questo per capire che deve esserci, che non può non esserci, in fase di programmazione come di gestione e di verifica, un’integrazione stretta (e non, ahimè, un rimpallo di competenze o colpe) fra chi è responsabile della parte didattica e chi di quella amministrativa e gestionale?

Quanta difficoltà in questo, quanta poca chiarezza, quanta confusione fra ciò che significa progettazione didattica e ciò che è gestione, quanta reciproca diffidenza e a volte ostilità, fra i due pezzi della categoria….

Non potrebbe un’associazione di categoria, oltre le affermazioni di principio, costruire momenti di formazione comuni, specialmente fra Ata e quei docenti interessati a svolgere un ruolo di progettazione nella scuola (che è cosa diversa, deve essere cosa diversa da quello del personale Ata, se no ha ragione chi parla di burocratizzazione?)…Io credo di sì.

 

Mi fermo qui, per la troppa lunghezza. Non posso ora approfondire altri aspetti sul personale ausiliario. Ma anche qui, non pensiamo che le parole siano la cosa più importante.

Sento ripetere come una litania che il collaboratore scolastico non è più il vecchio bidello…E perché no? Certo, sono mutate le condizioni, i titoli di studio, le età…ma il vecchio bidello non necessariamente era la signora presa dal lavoro a maglia (che peraltro c’è ancora e forse ci sarà sempre, ma non è affatto l’immagine della categoria). Era spesso colui ( o colei)  che costruiva da sé un rapporto educativo, con bimbi  e ragazzi…era colui, soprattutto, che viveva la scuola spesso come propria, e ne curava ogni aspetto, dalla pulizia alla manutenzione…sentendosene parte.

E’ ciò che credo in forme più adeguate alle persone di oggi possa e debba ancora accadere.

Evitiamo che professionalizzare significhi deresponsabilizzare…

 

Proponiamo momenti di formazione che siano prima di tutto valorizzazione delle potenzialità di ciascuno, mentre proponiamo (ma questo è ambito di sindacato, non nostro) un’idea di scuola in cui le capacità e le disponibilità di ciascuno possano essere utilizzate in modo molto molto più snello e gratificante di oggi.

 

 

Infine l’aspetto culturale. Il lavoratore ATA, così come il docente, è un cittadino…Proprio il vivere in una realtà ricca di stimoli culturali lo può portare a una maggiore apertura e curiosità intellettuale.

Fornire, come mi pare Proteo si sforzi di fare, una finestra,un punto di vista speciale sul mondo e specialmente sui problemi del sapere, è una forma di valorizzazione  che ciascuno di noi, non solo gli insegnanti, credo possa apprezzare.