Dal Manifesto del 5 ottobre
Asimmetrie del diritto: il brevetto
Non è
vero - come vorrebbe la teoria dominante - che coprire le invenzioni con i
brevetti costituisca uno stimolo alla scoperta. E il progresso economico dei
paesi, spesso, si poggia sulla capacità di «copiare» quello che - nell'uso - si
rivela più utile e produttivo
FRANCO
CARLINI
Londra,
1851: ecco la meraviglia delle meraviglie, il Crystal Palace, progettato in
soli dieci giorni, voluto dal principe Alberto, consorte della regina Vittoria
e realizzato con una struttura insieme poderosa e leggera di acciaio e vetro
(perciò il nome di Palazzo di Cristallo) a Hyde Park. Era allora il più grande
spazio coperto al mondo, con un'estensione pari a quattro volte la basilica di
San Pietro e in quel luogo l'Inghilterra vittoriana celebrava se stessa e il
suo ruolo di leader industriale. Alla Great Exhibition parteciparono 7.062
espositori da 25 paesi e 15 colonie e venne visitata da più di sei milioni di visitatori.
Venticinque anni dopo, nel 1876, un evento analogo si svolgeva il terra
americana: fu la Centennial Exhibition di Filadelfia, in occasione del
centenario della Dichiarazione di Indipendenza: quasi un passaggio di mano e di
leadership industriale. I cataloghi dettagliati dei 32.952 prodotti esibiti in
quelle due grandi fiere hanno qualcosa da dirci anche sull'oggi e su un tema
scottante, quello dei diritti di proprietà intellettuale, grazie a uno studio
meticoloso di Petra Moser, della Sloan School of Management del Mit. La
studiosa ha dunque costruito e poi analizzato un grande database per cercare di
capire il ruolo del sistema dei brevetti nello stimolare l'innovazione, nei
diversi paesi. Per questo suo lavoro è stata di recente premiata dall'associazione
americana di storia economica.
La teoria consolidata dice che i brevetti, con i quali un
inventore ottiene dallo stato un monopolio limitato nel tempo (di solito 20
anni) per lo sfruttamento esclusivo della sua invenzione, hanno una potente funzione
di incentivo alla ricerca; se non ci fosse quella protezione e se ognuno
potesse liberamente copiare le invenzioni altrui, allora agli inventori
passerebbe la voglia di farlo.
Fin qui la teoria, che però non si appoggia sempre su
adeguate basi storiche o empiriche. Va notato tra l'altro che solo una parte
dei brevetti registrati diventa una innovazione economicamente utile e che,
viceversa, non tutte le innovazioni tecnologiche sono brevettate. L'analisi
fatta da Moser sugli oggetti esposti nella seconda metà dell'ottocento a Londra
e Parigi indica una situazione molto più differenziata, per settori tecnologici
e per paesi. Per dirla con le parole della stessa studiosa: «non ho trovato
alcune prova che le leggi sui brevetti incrementino effettivamente il livello
di attività innovativa, ma semmai la prova che le leggi influenzano la
distribuzione dell'innovazione tra le diverse industrie».
In quei tempi tre paesi non avevano una legislazione sui
brevetti: erano la Svizzera, l'Olanda e la Danimarca, ma ciò nonostante erano
ben presenti alla fiere e ricevettero anche molte medaglie per i prodotti
presentati. La Svizzera in particolare si distingueva per i molti strumenti
scientifici e per le tecniche relative al trattamento del cibo. La studiosa si
guarda bene dal trarre dalla sua analisi delle leggi generali, ma i dati
empirici che propone meritano una riflessione. Intanto c'è la conferma che
molti paesi, nella fase della loro prima industrializzazione, traggono maggiore
beneficio dalla importazione (e eventuale copiatura) delle invenzioni di altri
paesi: in qualche modo tutti i sistemi economici (anche quello statunitense)
sono stati dei pirati della proprietà intellettuale altrui. Solo quando una
certa industria locale si è sufficientemente sviluppata, allora quel paese
sente il bisogno di tutelarla dotandosi di leggi sui brevetti. Così è andata la
storia e così sta succedendo anche oggi, a conferma che il diritto allo
sfruttamento della proprietà intellettuale non può essere considerato un
diritto assoluto, ma che è storicamente situato, all'interno di un processo.
La Svizzera per esempio quando infine adottò una legge
nazionale, decise che potevano essere brevettate solo quelle invenzioni che
potevano essere rappresentate con dei modelli o delle repliche fisiche. E
perché mai? Perché in questo modo sarebbero rimaste esclusi i processi chimici
e di colorazione dei tessuti che la sua industria nazionale abbondantemente
copiava dall'estero.
I quali brevetti, peraltro, non sono sempre così efficienti
nella protezione: infatti per ottenerne uno occorre depositare negli appositi
uffici una dettagliata descrizione dell'invenzione e questo apre la strada,
inevitabilmente, a dei rischi di copiatura. Ecco allora che i famosi orologiai
svizzeri dell'ottocento non ci pensano nemmeno a brevettare alcunché: mettono
in atto invece altri meccanismi di autotutela, il cui scopo è di mantenere il
segreto industriale. Per esempio gli orologiai di Ginevra vietano l'ingresso a
ogni estraneo nei loro laboratori e quelli della valle di Joux si accordano per
non assumere nelle loro imprese alcun apprendista, per il timore che questi
diffondano all'esterno i loro segreti. Da qui sembra emergere un'altra regola
empirica: il brevetto viene usato con profitto soprattutto nel caso di invenzioni
che siano facilmente imitabili: in questo caso permette di difenderle almeno
per un po' di tempo. Se invece è difficile scoprire come un'invenzione
funziona, allora sarà più efficace la pratica del segreto industriale.
Raccontando la sua ricerca in un seminario alla università
del Maryland, Petra Moser ha commentato: «Noi stiamo cercando di forzare
l'emanazione di leggi sui brevetti nei paesi in via di sviluppo, dicendo loro
che `questo è buono per voi'. E ci stupiamo quando ci dicono che non le vogliono.
Ma essi hanno un punto di forza dalla loro perché leggi di quel tipo possono
frenare l'innovazione in quei paesi».