Quando volano le
cicogne era il titolo di un film sovietico degli
anni cinquanta, che, al di là dei meriti artistici
della pellicola, assunse immediatamente un potente
significato simbolico del clima di “disgelo” che
in quel periodo sembrò inaugurare finalmente una
nuova fase dei rapporti tra le due superpotenze,
dopo la precedente dura contrapposizione tra Est ed
Ovest, che aveva fatto vivere la generazione appena
uscita dai disastri della seconda guerra mondiale
nel terrore di un prossimo terzo conflitto, questa
volta atomico a tutti gli effetti. Il film non era
portatore di alcun messaggio ideologico, ma solo
l’espressione di un profondo desiderio di pace:
raccontava una storia privata nella Russia sovietica
durante la seconda guerra mondiale, unicamente
alimentata dalla consapevolezza che l’odio armato
è un gigantesco rullo compressore insanguinato il
quale annienta anche i sentimenti intimi ed il
diritto naturale all’amore tra uomo e donna.
Nessun razionalismo è mai riuscito ad annullare la
forza del linguaggio dei simboli, in quanto
traduzione in immagini degli stati d’animo e delle
emozioni umane. L’esperienza storica ci rende
tutt’al più avvertiti di distinguere il grano dal
loglio, l’uso sconsiderato che dei simboli, dei
riti e dei miti può essere fatto da parte del
potere per rendere “le folle prigioniere di un
sogno”. Ma all’utilizzo interessato di questi
linguaggi si contrappone l’elaborazione simbolica
e mitopoietica che sgorga immediatamente dal bisogno
genuino “di sogni ad occhi aperti” e che
alimenta l’eterna tensione dell’umanità verso
l’utopia e il superamento del presente.
Forse che la guerra angloamericana contro l’Irak
non è stata combattuta anche attraverso lo
smisurato dispiegamento dei simboli? E’ la
dichiarazione ufficiale (che non significa affatto
effettiva) statunitense della conclusione delle
ostilità non è stata forse un’eloquente
dimostrazione dell’inquietante raffinatezza con
cui il potere può inventare cifre simboliche di
straordinario impatto, specialmente avvalendosi
degli attuali mezzi di comunicazione? Cosa di più
efficace della portaerei Lincoln come inedito palco
da cui lanciare il messaggio imperiale urbi et orbi
della pax americana? Nel rispetto delle proporzioni,
noi italiani siamo esperti dell’uso minaccioso dei
simboli marittimi fatto dal nostrano poeta -
guerriero, autore de La Nave e delle Odi navali
nonché fragoroso messaggero degli italici destini
imperiali sul Mare nostrum.
Il fenomeno più sorprendente non è stato però la
messinscena di Bush, bensì il fatto che il simbolo
dell’arcobaleno abbia continuato a lanciare il
proprio messaggio anche dopo la dichiarazione della
conclusione delle ostilità contro l’Irak. Per
l’aquila americana questa guerra è finita, ma le
innumerevoli bandiere della pace, appese alle
finestre ed ai balconi prima dell’inizio del
conflitto irakeno, continuano a fare mostra di sé
ed a pavesare borghi e città. Una riflessione su
questo fenomeno è stata tentata anche da
Liberazione, ma non sarà sulla base di un’analisi
delle provenienze sociali e politiche di chi sta
dietro a quelle finestre che se ne verrà a capo. La
mia impressione è che stiamo partecipando ad un
silenzioso processo di elaborazione identitaria di
natura mitopoietica, che sfugge ad ogni
determinazione di questa o quella volontà.
Siamo in presenza di un processo in cui il simbolo
dell’arcobaleno e divenuto da strumento utilizzato
per manifestare l’opposizione politica contro una
guerra considerata illegittima a simbolo vero e
proprio di una nuova e più piena coscienza
collettiva, che supera le tradizionali articolazioni
politiche e ideali. In quale direzione non è dato
di sapere a nessuno di noi. Né di quali precisi
significati esso si andrà caricando. Per quanto ci
riguarda ne conosciamo solo il significato
d’insieme. Ma ci basta, per seguirlo e per
parteciparvi con fiducia nonché per sperare che
esso abbia in se l’efficacia di fondare una nuova
identità europea. Chissà che oggi non sia
orientato proprio in questa direzione il volo delle
cicogne.
Alceo Riosa
Professore Ordinario di Storia Contemporanea presso
la Facoltà di Scienze Politiche, Università di
Milano.
14 Maggio 2003
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