DALLA COMMISSIONE DEI SAGGI ALL’ANONIMO MORATTIANO
SUL
PROFILO EDUCATIVO CULTURALE E PROFESSIONALE DEI GIOVANI AL TERMINE DEL PRIMO
CICLO DI ISTRUZIONE
Nel
mese di aprile, insieme al documento che disegna il profilo dei quattordicenni
che usciranno dalle scuole italiane, è comparso un interessante documento nel
sito del MIUR:
Esso
chiarisce le funzione del Servizio nazionale di valutazione del sistema
scolastico, illustrando il rapporto tra “prescrittività delle indicazioni
nazionali e autonomia delle scuole”
I
gruppi di programmazione delle scuole del primo ciclo stanno leggendo in questi
giorni gli elenchi di obiettivi delle indicazioni nazionali del MIUR e si
chiedono se le verifiche periodiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e
le prove d’esame predisposte dall’INVALSI si baseranno su quegli elenchi.
E’
urgente formulare un’analisi accurata di quelle indicazioni nazionali, ma nel
frattempo mi sembra valgano le seguenti considerazioni.
Forse
è finita l’epoca in cui la saggezza della persona colta si fondava sul
“sapere di non sapere”.
La
consapevolezza dei limiti del proprio sapere nell’era dei giochi a premi
televisivi è funzionale all’individuazione del campo di domande nel quale il
concorrente intende cimentarsi. In quel campo il concorrente spera di sapere
tutto. E sapere tutto significa vincere e continuare a vincere.
Quando
Renzo Arbore, più di 15 anni fa, cantava: “Sì, la vita è tutta un
quiz…” ci faceva divertire. Oggi ci spaventa.
Oggi
la semplificazione della discussione sull’istruzione e sulle “conoscenze
fondamentali per i giovani nei
prossimi decenni” appare stupefacente. Possibile che le nostre annose
questioni fossero così facili?
Possibile
che la passione per la critica, l’attenzione per gli aspetti metodologici ed
epistemologici e la curiosità, piena di speranze e di timori, per il dinamismo
delle trasformazioni del mondo umano abbiano generato solo sterilità nella
decisione e nella gestione politica?
Oggi
chi ha definito per il ministero dell’istruzione il “profilo educativo,
culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di istruzione
(6 – 14 anni) risponde a tutti i quesiti lasciati aperti dalla Commissione dei
Saggi che aveva lavorato nel 1997 per il ministro
Berlinguer.
Probabilmente
l’impossibilità di portare a compimento la riforma della scuola nasce dal
modo in cui si conclusero i lavori di quella Commissione: non con una sintesi
condivisa ma con l’offerta alla discussione pubblica di complessi materiali
che restituivano il senso di un “confronto in movimento”… il confronto in
movimento sulla legge n.30 del 2000 (la riforma dei cicli di Berlinguer – De
Mauro) si arenò per la paura del nuovo nell’indifferenza generale rispetto
alle ragioni del cambiamento.
Il
governo di destra in meno di due anni ottiene la delega per riformare la scuola
italiana.
Il
ministero si era impegnato, all’inizio, a confrontarsi con il mondo della
scuola. Dopo lo smacco degli Stati Generali della scuola nel dicembre 2001 non
ha più aperto alcun confronto fino all’aprile 2003.
Oggi
richiede agli Enti accreditati per la formazione dei docenti, un’opinione sui
documenti attuativi della legge n. 53 del 2003, ossia sulla riforma della scuola
del governo di centrodestra.
Propongo
di soffermarsi sul documento del MIUR riguardante il primo ciclo di istruzione
“Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del
primo ciclo di istruzione (6 – 14 anni)” e confrontarlo con i sette nodi
problematici individuati dalla Commissione dei saggi nel 1997.
Le
questioni individuate allora come quadri generali di riferimento entro cui
collocare le proposte di revisione degli orientamenti didattici e culturali
della scuola erano le seguenti:
1.
le
questioni relative all’identità : dell’individuo che si intende formare,
del nostro paese ( e delle sue tradizioni storiche rilette in chiave
internazionale), dei processi in atto di globalizzazione (vale a dire
europeizzazione e mondializzazione) della cultura, della comunicazione,
dell’economia, della politica ;
2.
L’esigenza di dare significato etico ed empirico
all’obiettivo di “educare nella e
alla democrazia” …;
3.
La
dialettica … tra impostazione curricolare, affidata
alla solidità di quadri disciplinari di base… e reticolare, orientata
ad individuare criteri più mobili di aggregazione delle future conoscenze e competenze dei giovani
;
4.
il
problema della sostenibilità sociale, culturale e ambientale delle dinamiche
dello sviluppo,
in ordine all’esigenza di coniugare le risorse disponibili con il bisogno di
sicurezza e di aspettativa individuale e collettiva nel futuro ;
5.
la messa in discussione di una visione
esclusivamente conoscitiva, verbale, “acorporale”
… e la promozione di un sapere pratico,
manuale e operativo ;
6.
la
questione del ruolo della cultura del lavoro nello sviluppo di un nuovo modello
educativo ;
7.
la sfida che l’innovazione
tecnologica e la moltiplicazione delle fonti di informazione e di conoscenza
pongono all’azione scolastica e all’individuo in crescita.
E’ difficile confrontare
questo approccio con l’idea di scuola elaborata dall’anonimo ministeriale
del governo di destra. Il testo va letto nel suo svolgersi disomogeneo.
MIUR
2003
Profilo
educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del primo ciclo di
istruzione (6 – 14 anni)
1.
La scuola serve a costruire il proprio progetto di vita.
2.
E’ luogo di stimolazione e sollecitazione delle funzioni che, se non
esercitate, tendono ad atrofizzarsi o ad indebolirsi nella rapidità della
risposta. L’elasticità e la complessità della mente e dell’esperienza
umane consentono recuperi e miglioramenti della personalità e della qualità
della propria cultura.
3.
Le
stimolazioni educative precoci fanno acquisire vantaggi competitivi
4.
Tali vantaggi competitivi sono passibili di involuzioni: nulla è mai
guadagnato una volta per tutte e nulla è mai perduto per sempre.
5.
Né la carenza né l’eccellenza giustificano l’abbandono di qualche
campo dell’esperienza educativa: l’educazione è nemica di ogni parzialità
ed esige uno sviluppo armonico e integrale della persona.
6.
Il primo ciclo di istruzione – dai 6 ai 14 anni – è fondamentale per
la costruzione del “progetto di vita” e fornisce le basi per affrontare in
modo positivo le esperienze del secondo ciclo di istruzione o di formazione.
Cosa è giusto attendersi da
un ragazzo di 14 anni al termine del primo ciclo di istruzione?
¨
Comunicando la propria irrequietezza emotiva ed
intellettuale
¨
Cercando soluzione ai problemi in autonomia e con
l’aiuto degli altri
¨
La sua prospettiva è individuare il proprio ruolo
ben definito nell’universo circostante: per questo è necessario riflettere
sui “grandi esempi” dei personaggi storici o delle creazioni dell’arte
¨
È importante che il ragazzo si faccia carico di
compiti significativi e socialmente riconosciuti di servizio alle persone,
all’ambiente o alle istituzioni.
¨
Il ragazzo impara ad interagire con i coetanei (è
il miglior modo per conoscere e per conoscersi)
¨
e con gli adulti (per sviluppare un meccanismo di
emulazione – contrapposizione distinguendo modelli positivi e negativi).
¨
Afferma la capacità di dare e richiedere
apprezzamento per i risultati concreti e utili del proprio lavoro
¨
Scopre la difficoltà e la necessità
dell’ascolto delle ragioni altrui
¨
Scopre la difficoltà e la necessità della
tolleranza, della cooperazione e della solidarietà, anche quando richiedono
sforzo e disciplina interiore
¨
Non è succube dell’opinione comune ma non è
neanche testardo e sa mettere in discussione le proprie convinzioni
¨
a 14 anni il ragazzo è in grado di pensare al
proprio futuro dal punto di vista umano, sociale e professionale. Elabora,
esprime ed argomenta un proprio progetto di vita ed interagisce con gli
individui e le organizzazioni sociali e territoriali che possono partecipare
all’attuazione del suo progetto di vita.
Il documento elenca ciò che
il ragazzo deve conoscere e saper fare alla fine del primo ciclo di istruzione
in merito a
¨
corpo – esperienze sportive
¨
uso della lingua italiana, inglese e altra lingua comunitaria
¨
radici , orientamento spazio temporale e identità
¨
codici diversi dalla parola: fotografia, cinema,
internet, teatro…, linguaggio dell’arte ed espressivo musicale
¨
aritmetica e geometria.
¨
Osservazione e rappresentazione dei fenomeni …
(con filosofia della scienza)
¨
Conoscenza del mondo naturale e coscienza
dell’immensità del cosmo
¨
Sistemi tecnici
¨
Il ragazzo affronta con responsabilità ed
indipendenza i problemi quotidiani
¨
Conosce l’organizzazione costituzionale ed
amministrativa del nostro paese
¨
Esercita le proprie modalità di rappresentanza e
di delega e rispetta le regole di convivenza
¨
Si comporta in modo da promuovere il benessere
fisico, psicologico e morale per sé e per gli altri
¨
Conosce i rischi connessi a comportamenti
disordinati
¨
Si comporta correttamente a scuola e nei viaggi di
istruzione, fa proprie le ragioni dei diritti, dei divieti e delle
autorizzazioni contenute nei Codici e nei Regolamenti.
La
discussione della Commissione dei Saggi aveva messo in evidenza il
bisogno di un diverso tipo di attenzione:
I componenti della Commissione
del 1997 facevano riferimento a
idee diverse (religiose o laiche) nel definire la “persona”, ma sono stati
abbastanza concordi nel porre al primo punto l’obiettivo del rinforzo dell’identità
personale. Nella sintesi troviamo questa proposta :...” il problema
dell’identità individuale e delle forme di appartenenza dovrà essere al
centro dell’attenzione di una scuola rinnovata. E ciò lo si potrà ottenere
sia concedendo un’importanza fondamentale agli aspetti metodologici della
conoscenza ( fornire strumenti linguistici, interpretativi, operativi che meglio
rispondono alle esigenze di alta mobilità tra diverse forme di specializzazione
culturale e professionale) sia lavorando a promuovere un fondamento di
solidarietà universale che si anticipi alla definizione delle identità
particolari e favorisca il riconoscimento reciproco delle differenze”.
TROPPO ILLUMINISTA?
Io penso di no, però è un
discorso da rilanciare con urgenza!
Un
altro nodo fondamentale riguarda la sostenibilità sociale, culturale e
ambientale dello sviluppo ; il punto viene articolato così :”...
Di fronte alla crisi del rapporto qualità della vita - qualità del lavoro -
qualità dello sviluppo, alla scuola si chiede di operare in vista della
promozione di una cittadinanza attiva :
un obiettivo al perseguimento del quale concorrono, oltre la domanda di lavoro,
le caratteristiche qualitative del sistema
Italia, della cittadinanza, dell’organizzazione ambientale e culturale,
dello sviluppo, della Pubblica amministrazione. In questo quadro va dato un
opportuno rilievo formativo al problema della sostenibilità ambientale dello
sviluppo, inteso come complesso intreccio di elementi scientifici, di
innovazione tecnologica, di mentalità e di cultura, di approccio sistemico ai
problemi, di coerenza tra conoscenze, valori e comportamenti, di nessi tra
locale e globale e tra presente e futuro, di capacità di gestione delle risorse
e di rispetto per le altre forme di vita.”
“Cosa
significherà tra 20 anni essere un paese moderno ?”
In merito alla cultura del
lavoro la sintesi dei lavori della Commissione si esprime così : Far sì
che la scuola metabolizzi una nuova cultura del lavoro significa investire su
due fronti : l’orientamento e la proposta formativa. ... Superare la
“cultura del posto” a vantaggio di una nuova visione delle opportunità e
delle professioni... e la preparazione all’autoimprenditorialità. Per il
secondo aspetto si tratta di sviluppare il senso di responsabilità e di
autonomia che richiede il lavoro, le capacità di collaborazione con gli altri,
la pianificazione per la soluzione di problemi concreti e la realizzazione di
progetti significativi.
Per concludere invito a
confrontare la definizione di scuola secondaria che viene data nelle indicazioni
nazionali per i piani di studio della secondaria di primo grado – dove si
parla in modo contraddittorio di “modello” come fattore nuovo della
conoscenza in quella fase - col dibattito svoltosi nella Commissione dei saggi
intorno al mutamento dei paradigmi in uso per comprendere i fenomeni.
E a considerare l’esito
della marginalizzazione del Novecento nuovamente proposta nei programmi del MIUR.
Sei anni fa sembrava
importante interrogarsi sul significato della centralità del Novecento.
E per molti di noi lo è ancora.
Alcuni studiosi - Evandro
Agazzi, Giovanni Reale, Silvano Tagliagambe - hanno sostenuto che tale centralità
non comporta soltanto una conoscenza più approfondita degli avvenimenti che, in
tutti gli ambiti disciplinari, costituiscono il portato di questo secolo, ma
soprattutto un cambiamento di orizzonte, una rivoluzione epistemologica
adeguata alla consapevolezza critica che tutte le scienze hanno acquisito nel
corso di questi anni.
Questa trasformazione del modo di comprendere e trasmettere le discipline avrebbe indubbiamente l’effetto di rendere possibile un insegnamento nuovo della geografia, della storia, dell’economia, delle letterature, oltre che, certamente, delle scienze tradizionalmente chiamate così.
Questo insegnamento, molto
attento alla costruzione dei modelli di spiegazione, avrebbe la caratteristica
della criticità, metterebbe i
giovani di fronte alle loro responsabilità individuali e collettive, dando loro
gli strumenti per elaborare risposte credibili ai problemi che si presentano.
Esso potrebbe avere la forza
di sottoporre a critica l’enciclopedia culturale centrata sull’occidente, le
tradizioni consolidate e i canoni disciplinari che precludono il dialogo con
altre culture.
Inoltre esso si collega alla
valorizzazione della progettualità e dell’operatività degli studenti, che
infatti è stata introdotta da molti relatori per diverse ragioni.
Problemi troppo complessi. La
vita è tutta un quiz.
Chiara
Profumo
Torino,
29 aprile 2003