IL FUTURO
DEGLI STUDENTI IN UN POLITICO LUOGO COMUNE
di ANDREA BAGNI
Pubblicato su “Carta” n.36
C’è una strana affinità, ma anche una strana lontananza, fra il movimento nato a Seattle e la scuola. Si parla continuamente del sapere come risorsa nuova e centrale del capitalismo postfordista, la questione dei beni comuni (come l’istruzione) e degli spazi pubblici (come la scuola) è presente nel dibattito generale, eppure si direbbe che questo movimento non abbia una sua idea di scuola, una sua pedagogia (magari anti-pedagogia). Certo si denuncia l’aziendalizzazione delle scuole, la mercificazione del sapere, il tentativo di fare affari con il mercato dell’istruzione (software didattico per scambi a distanza, post umani, sub-umani: un sapere tanto “universale” quanto astratto e strumentale).
E
tuttavia la sensazione che ho è che non si riesca ad arrivare al cuore della
scuola, e ad acquisire un linguaggio (ed un pensiero) adeguato a quel cuore.
I primi
a non parlare di scuola mi sembrano proprio gli insegnanti, rassegnati a vivere
nel microspazio delle proprie classi (sognandolo protetto dalla stessa inerzia
del carrozzone burocratico – ma sbagliando, perché le riforme ormai procedono
per via amministrativa, e mutano risorse soggetti tempi e spazi del fare scuola
quotidiano); oppure nelle “piazze grandi” del movimento, dei “laboratori per la
democrazia” della società civile. Comunque altrove.
Eppure
il forum europeo di Firenze è stata anche una straordinaria esperienza di
scuola, di università “universale” degli incontri, di traduzioni del sapere
sociale per un mondo comune: E’ come se il movimento non vedesse gran che la
scuola per una specie di “eccesso di vicinanza”, perché quello che accade
nell’incontro fra generi e generazioni diverse appartiene a un discorso
pubblico di “politica prima”, alla possibilità di costruire repubbliche (sotto
e oltre gli stati, dopo le nazioni e contro gli imperi).
Ma anche
il discorso sul sapere soffre, mi sembra, di una ambiguità non facile da
risolvere.
E’
ancora vera la tesi (addirittura confindustriale, in epoca Lombardi) per la
quale l’economia moderna non ha bisogno di professionalizzazione scolastica
precoce, ma di un sapere di base diffuso, su cui articolare l’apprendimento
delle innovazioni produttive in continua evoluzione, non raggiungibili dal
mondo della scuola?
Allora la Confindustria sottolineava, orgogliosa, il bisogno di una base di conoscenze solida – liceale diceva – per tutti i lavoratori. Va da sé che immaginava la formazione funzione di disponibilità, flessibilità ed adesione al volere dell’impresa.
Però
qualcuno mica ci crede tanto a questo addio accelerato al Novecento e ricorda
la durezza materialissima dello sfruttamento capitalistico nel sud del mondo (o
il peso dell’insicurezza sul lavoro nella vita precarizzata del Nord: altro che
fine della società lavoristica, produzione linguistica che valorizza la
conoscenza del “posto dei calzini”, cioè quel sapere femminile che riconosce
anche il grande padre Moro nello splendido film di Belloccio).
Qualcun
altro ricorda come le trasformazioni della scuola oggi puntino all’antico
principio dell’esclusione e della divisione dei percorsi fra classe dirigente e
non. Forse per quelli e quelle che dovranno eseguire ed ubbidire – flessibili
disponibili ed anche richiesti di un certo entusiasmo nell’essere imprenditori
di sé stessi nei lavori neo-servili – sarà necessaria una nuova formazione alla
flessibilità, ma insomma di “sapere al lavoro” non si dovrebbe in verità
parlare: si rischia perfino l’apologia del capitalismo. Il fatto è che il
sapere e la dimensione linguistica del nuovo lavoro sono un po’ da
problematizzare.
Voglio
dire che forse quella che viene tradotta in lavoro è una conoscenza operativa
trasversale, minima e miserabile; non siforma nelle scuole o nelle università
(almeno non in quelle che abbiamo conosciuto fin qui) e ha orrore di una
dimensione personale e critica; neppure ha bisogno di tempi e spazi distesi,
lenti, specifici. Mi pare una specie di alfabetizzazione simbolica estesa
quanto piatta, priva di profondità; flessibile e polivalente quanto incapace di
scavare e approfondire.
E’ una
conoscenza che si fonda fuori delle scuole, nel tessuto segmentato e mobilitato
del sapere “usa e getta” della comunicazione di massa: per contatto e
assimilazione sociale. Forse si può dire che comporta l’accettazione del mondo,
il vivere sensa passato in un presente assoluto, in chiave di adattamento,
adesione, navigazione abile e operativa sugli “amari abissi” che vedeva invece
l’albatros di Baudelaire.
Forse
alla scuola chiede davvero il capitale poco più che controllo e socializzazione.
O chiede una sorta di prima esperienza “formativa” di adattamento alla
mega-macchina buropedagogica, distributrice di pagine e voti, debiti e crediti –
come una fabbrica fordista del sapere di massa: luogo di moduli da assemblare,
test da somministrare, certificati da certificare, rendimenti da misurare;
tutto in termini rigorosamente quantitativi (come un prodotto interno lordo) e
prestazionali. Tutto il resto essendo poesia, o peggio politica (e magari sono
la stessa cosa). Una via di mezzo tra fabbrica, caserma e “parco-giochi” di
formazione del perfetto consumatore: istruito ai libretti di istruzione, alla
ideologia della subordinazione e insieme competizione individuale….
Allora
penso che bisognerebbe lavorare nella scuola per un altro sapere-aperto,
informale, pubblico, capace di critica dell’esistente: di autonomia e libertà
personale; bisognoso di tempi lenti e luoghi ravvicinati, relazionali, umani…un
sapere che costituisca sovversiva eccedenza culturale.
E
tuttavia, pur con tutte le cautele del caso, mi pare importante riflettere su
quella dimensione culturale comune, qualità politica del lavoro, e su ciò che
questa comporta per la scuola e la conoscenza.
Certo che i monitor della Silicon Valley non hanno cancellato i luoghi come Cavite (di cui ha raccontato anche Naomi Klein): li hanno integrati e moltiplicati.
Ma a me
sembra che, comunque, sia in gioco oggi in chi lavora (sempre più precario e
marginale – ma sempre meno ai margini), una dimensione soggettiva e singolare
nuova. Un general intellect che non è più tutto e solo incorporato alle
macchine, ma direttamente operativo nei corpi del lavoro vivo (peraltro sempre
più corredati di protesi post-umane, tipo mouse o tastiere). Individualità che
diventano solitudini competitive; abilità relazionali che si vendono come “cura
delle relazioni col cliente”, sapere che si riduce alla tecnica del sapersi
presentare (perfino nelle nostre vecchie scuole si fanno corsi su come si
costruiscono curriculum “seduttivi” o si affronta un colloquio. Dall’etica del
lavoro all’etica del perderne e trovarne uno qualunque, vendendosi bene). E l’identità
in crisi si può trovare nell’adesione all’azienda (Cristian, un mio vecchio ex
studente che lavora da pochi mesi in un discount, mi dice che noi facciamo i
migliori prezzi della Toscana. Loro, la sua ditta).
Non
credo sia già pronto, in esodo da qualche parte, il soggetto rivoluzionario
post-statale, post-nazionale (affascinante ma astratto esattamente quanto l’impero),
però di sicuro nelle teste, nella loro eccedenza di conoscenze o abbondanza di
sotto-sapere, nella loro singolarità competitiva o cooperativa, relazionalità
politica ridotta a merce-qui è il cuore del conflitto. Non è questione solo di
politica economica, ma anche di politicità dell’economia.
Il
lavoratore della grande azienda del Novecento poteva immaginare di liberarsi
restando ingranaggio della fabbrica, ma “facendosi stato” attraverso la sua
rappresentanza istituzionale. Dall’alto e da fuori, in un certo senso, non da
dentro. Contava una società rivoluzionata, più che rivoluzionaria; contava la
norma costituzionale, più che la dimensione costituente.
Oggi
forse, almeno tendenzialmente nel nord imperiale, si è meno ingranaggi della
catena, più liberi nelle braccia, nei ritmi e nei luoghi di lavoro, ma più
precari, meno liberi dal lavoro e più asserviti nelle menti, invasi nel tempo
libero (che i marchi studiano e vendono come prodotto culturale, più della
vecchia merce), con il lavoro che si porta a casa nel computer e ti resta tutta
la notte nella testa.
Non ci
si libera (credo) sognando di essere stato. Assomiglia più a un altro incubo. E
ci sono forse possibilità di senso politico proprio dentro il proprio lavoro.
Che è come dire che si hanno desideri, oltre che bisogni sociali. Che si può
resistere politicamente perché si esiste in relazioni politiche (magari anche
continuando a tenere le bandiere alle finestre: segno singolare che si lascia
in un mondo comune, altro che identità con l’azienda).
Insomma
si è produttivi e politici con la propria stessa vita: è la soggettività in
gioco, oggetto del comando, luogo dello sfruttamento come della costruzione
conflittuale di relazioni politiche. Nel “vecchio” Novecento credo l’abbia
sempre saputo il femminismo. Che c’entra
la scuola o l’università con tutto questo? C’entra, c’entra. Domandatelo a
ragazze e ragazzi quando hanno chiuso i libri e si domandano che cosa ha a che
fare con loro tutto questo “futuro”; quando cercano un valore d’uso del sapere oltre
il miserabile valore di scambio. Forse non importa nemmeno che sia scuola “sovversiva”.
Basta che sia davvero scuola, pubblica. Politico luogo comune.