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Senza
pregiudizi ideologici, critico con sinistre, destre e verdi, il filosofo
australiano mostra il «Mondo unico» attraverso i fatti |
Singer:
anatomia della globalizzazione
Circola
una luce fredda, quasi nordica, nel nuovo libro del filosofo australiano Peter
Singer. E' una
luce che restituisce il «mondo unico» della globalizzazione (l'argomento
trattato) ai suoi connotati e ai suoi rilievi più oggettivi, spogliandolo
davvero da ogni pregiudizio ideologico. Alle sinistre, per esempio, Singer
suggerisce di mettere Darwin accanto a Marx per demistificare una buona volta il
mito di una «cultura» (leggi scuola ed educazione) capace di incidere a fondo su
una «natura» umana geneticamente violenta e discriminatoria: per capire, quindi,
come il diritto e la legge possano solo frenare il Far West socioeconomico della
specie. E suggerisce più rigore logico rispetto ad altri miti come quello del
«relativismo culturale», perché proprio una difesa radicale delle ragioni di
ogni popolo porta a giustificare anche l'imperialismo e il colonialismo
occidentali. Alle destre, invece, ricorda come il «mercato senza regole» sia
un meccanismo la cui «mano invisibile» non redistribuisce le ricchezze secondo i
bisogni (come credeva Adam Smith), ma le concentra anzi in maniera oscena: solo
per ottusità o malafede si può bollare per «demagogico» il dato che vede i tre
uomini più ricchi del mondo detentori di un reddito pari al Pil di tutti
i Paesi più poveri (600 milioni di persone). Non solo: agli avversatori
sprezzanti delle politiche ambientali (che strumentalizzano spesso i dati
dell'ecologista di sinistra Bjorn Lomborg) spiega le innegabili alterazioni
climatiche prodotte dal buco dell'ozono e dall'effetto-serra, e dimostra come in
un ambiente globale un consumatore di spray aerosol a New York possa contribuire
all'insorgenza di un tumore della pelle, qualche anno dopo, in un abitante di
Punta Arenas nel Cile. La stessa dialettica tagliente viene applicata a
tutti i versanti della globalizzazione. Un esempio è quello del sapere
scientifico-tecnologico, il quale - demonizzato da larghi settori di ogni fede
politica per la sua invadenza «anti-umanistica» - viene invece inquadrato come
il vero motore del progresso sociale e della globalizzazione stessa «in lunga
durata» (cioè a partire dalle scoperte geografiche cinquecentesche) e quindi
restituito alla sua neutralità: un aereo può infatti portare medicinali o
bombardare dei civili. Un altro esempio è dato dalle Istituzioni adibite a una
globalizzazione «giusta». La Wto (l’organizzazione del Commercio che dovrebbe
presiedere agli accordi multilaterali) è indirizzata dall’oligarchia delle
potenze egemoni (quelle, ironizza Singer, che hanno un ufficio a Ginevra) e dà
lo stesso peso politico a Paesi come l'India (un miliardo di abitanti) e
l'Islanda (250.000). L'Fmi (il Fondo monetario che dovrebbe erogare prestiti a
Paesi in crisi) li elargisce solo ad alleati filoamericani (Egitto e Israele) o
a Stati che garantiscano un ritorno economico-strategico. E anche l'Onu (che
dovrebbe stabilire il ricorso alla forza in presenza di violazione dei diritti
umani) è strangolata da una Carta in cui gli articoli 55-56 (vòlti a legittimare
gli interventi) sono in conflitto con l'articolo 2 (7) sull'inviolabilità
militare dei singoli Stati. La diagnosi che deriva da questo quadro è
disperante. Presi a mezzo tra le grandi corporation e la criminalità
organizzata, i governi nazionali sono ridotti all'impotenza, o degradati a
cerniere di ratifica (attraverso funzionari corrotti) proprio degli interessi di
multinazionali e/o mafie: i molti governi africani autoritari o il disfacimento
della Russia sono lì a dimostrarlo. Ma se le soluzioni per uscire da questo
scacco sono poche e laboriose (il ricorso a istituzioni sovranazionali come l'Ue
o un'Onu riformata), Singer non ha dubbi su quale sia l'ostacolo più serio: la
politica degli Stati Uniti, specie dell'attuale amministrazione. In particolare,
Singer rimarca la gravità del «doppio standard», di quel doppiopesismo per cui
gli Usa fermano la vendita dei farmaci anti-Aids in Sudafrica per tutelare i
brevetti, e poi (post-11 settembre) chiedono alla Bayer uno sconto per il
«Cipro» anti-antrace, pena l'acquisto di un altro farmaco generico; oppure non
aderiscono al Tribunale penale internazionale dell'Aja (per la tutela dei
diritti umani) ma istituiscono in patria Tribunali militari in cui tortura e
pena di morte sono previste anche senza prove pubbliche; e per finire fanno poco
o nulla per assecondare l'Onu in Africa (vedi Somalia) ma ne «bypassano» gli
ispettori quando gli interessi sono rilevanti (vedi Iraq). A trarre le
estreme conseguenze dalla lucidità di Singer anche la «superpotenza Canaglia» è
esplicabile, in termini darwiniani, attraverso la legge del più forte. Ma
proprio perché conosce bene Darwin e la biologia, Singer ci ricorda che non
esiste un determinismo assoluto: che la presenza, nei nostri geni, anche di una
pulsione altruistica, fa da controspinta a quella egoistico-discriminatoria. E
proprio perché sa che il margine di libertà delle nostre scelte è esiguo, sembra
suggerirci a ogni riga che il senso di responsabilità che ne deriva per ognuno
di noi, nessuno escluso, è - invece - immenso.
Il libro: Peter
Singer, «One World», traduzione di Paola Cavalieri, Einaudi, pagine 233, 14,80
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