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Un
programma per la scuola |
L’ex insegnante e “premio Strega” evidenzia le tare dell’istruzione “inferiore” e indica cosa fare: motivare e migliorare i docenti e rinnovare le attrezzature, ma anche ridurre il numero degli alunni per classe, progettando i cicli scolastici partendo dall’”anno zero” del bambino.
Se
devo dire la verità, non sono mai riuscito ad appassionarmi veramente ai
progetti di riforma della scuola. Ho letto, questo si, migliaia di pagine con
annoiato senso del dovere; e sono stato in genere attento ai dibattiti che per
un motivo o per l’altro si accendevano. Però passione niente. Se gratto, devo
ammettere che sotto il mio pluridecennale interesse per la scuola trovo solo
una vecchia velleità di insegnante in grado ancora di accendermi: dare a tutti
i ragazzi gli strumenti per stare al mondo con felice consapevolezza. Vanno
benissimo i proponimenti dei politici, la riforma dei cicli, il rinnovamento
dei programmi, e altro e altro ancora. Ma ciò che mi interessa sul serio è solo
capire cosa bisogna fare perché il gioco dell’insegnante e dell’apprendere si
possa giocare con buoni risultati sia con i primi sia con gli ultimi della
classe, sia con i ragazzi di un buon liceo del centro di Milano, sia con quelli
della periferia degradata di Napoli.E’ perciò che se mi si chiede come cambiare
la scuola, mi vengono in mente solo proposte che curino i vizi della sciatta
istruzione di massa e la trasformino in istruzione qualitativamente alta per
tutti. Concentrare, per esempio, risorse, intelligenze, competenze nei primi
due cicli della crescita, da 0 a 5 anni, da 5 a 10 anni, età in cui con un
lavoro efficace si può azzerare l’effetto di piccoli e grandi svantaggi.
Ridurre il numero degli alunni a non più di dieci per classe (sì, dieci), in
modo da poter realizzare un insegnamento attento alle dinamiche di gruppo e
alle necessità specifiche dei singoli. Favorire l’esodo delle attività
didattiche di tutti gli insegnanti che hanno perso la passione e le attitudini
e le competenze per insegnare, o che non hanno mai avute.
Mi fermo subito, perché mi rendo conto che, di questi tempi, sono cose che
fanno subito storcere la bocca. Che significa una scuola per tutti di alto
profilo? Qualità e quantità –si dice- non vanno d’accordo. La scuola ha al
massimo il compito di alfabetizzare tutti. Per il resto deve selezionare élite
destinate per loro natura a un’acculturazione superiore.
Il senso comune in fatto di scuola va in questa direzione. Del resto,anche se
il tatto vuole che non si dica più a chiare lettere che ci sono disuguaglianze
naturali tra gli uomini, la scuola pubblica si è data da sempre il fine di
ratificare l’esistenza di capaci e meritevoli (cioè di ben dotati di natura),
espellendo di conseguenza gli incapaci e i non meritevoli (cioè quelli che la
natura non hanno favorito particolarmente)o, più costruttivamente, dirottandoli
verso diplomino, ruoli lavorativi, vite di secondo e terz’ordine. Che l’operato
giusto dell’istruzione pubblica fosse quello che è sembrato ovvio sempre, ieri
e anche oggi.
Ovvio, ma di fatto sempre meno funzionale. Le élite sembrano sempre meno élite.
I diplomini di secondo e terz’ordine diventano sempre più non di bronzo ma di
carta straccia. L’alfabetizzazione di base dà risultati molto labili. Insomma
lo stato della scuola non solo italiana ma di tutti i paesi industrializzati è
diventato sempre più allarmante.
Oggi poi l’allarme è al massimo: a che serve –si dice- una scuola che,
istruendo, non registri anche le disuguaglianze, non distingua la farina dalla
crusca, non dosi insomma la qualità dell’istruzione in base a una gerarchia evidente
dei cervelli?
Dubito che esistano davvero tra gli esseri umani disuguaglianze naturali tali
da essere d’ostacolo a un’istruzione generalizzata di qualità elevata. Se fosse
così il gioco di bussolotti dei cromosomi si manifesterebbe e diventerebbe possibile
trovare di tanto in tanto i figli malriusciti di una qualche famiglia
prestigiosa dietro lo sportello di un ufficio postale o in qualche campo a
raccogliere kiwi o pomodori. Ma questo non accade, non è mai accaduto. E’
accaduto invece e accade che molta comunissima preziosa intelligenza vada
sciupata per assenza di privilegi di base e inefficienza della scuola. Spesso
si tratta di miseria nera, la più antica delle pastoie; ma da qualche tempo si
tratta anche, di un’agiatezza ottusa, rozza, che disprezza l’intelligenza e
vede la buona istruzione come zavorra per la furbizia rapace. Fatto sta che la
disuguaglianza che davvero conta viene da lì, non dalla natura. E’ quella che
fa da ostacolo, ostacolo che tradizionalmente ci si è adoperati pochissimo per
rimuovere.
Insomma, bisogna accettarlo questo dato di fatto e metterlo bene in evidenza,
anche se può apparire fastidioso: la scuola che ancora vivacchia è, nei suoi
spazi, nei suoi tempi, nei suoi riti, pensata non per combatterla, quella
disuguaglianza, ma per ratificarla. E gli insegnanti volenterosi che si
rifiutano di farlo scoprono presto di non avere strumenti per combatterla sul
serio. I ragazzi che avrebbero bisogno di una buona scuola finiscono dispersi o
appaiono come fotocopie di un mondo adulto assolutamente refrattario
all’istruzione o tirano avanti mediocremente tra molte difficoltà dando luogo a
una palude di neoalfabetizzati molto scontenti. Chi invece della buona scuola
fruisce brillantemente in genere sarebbe brillante anche se la scuola chiudesse
definitivamente i battenti. Sicché ormai insegnare è un’attività ingorgata, ora
ghermita dalla burocrazia dell’ipercontrollo valutario e selezionatore; ora
tirata di qua e di là da modernizzazioni di facciata che non riescono né a
riproporre in forme nuove i vecchi congegni selettivi né a risolvere i problemi
dell’istruzione di massa; ora tormentata dall’autoanalisi della propria
impotenza.
Di conseguenza lo confesso, anche se timidamente: credo che una vera riforma
della scuola dovrebbe prendere esplicitamente di petto la disuguaglianza
sociale. Un progetto con questa finalità mi pare l’unico capace di smuovere
l’apatia generale. Certo è questione di soldi. Si possono realizzare in
economia i rattoppi alla scuola che c’è, ma è una scuola dell’abitudine, del
trantran che scontenta tutti. Si può, volendo, persino ottenere con
relativamente poca spesa il ritorno alla scuola degli anni Trenta, ma solo per
custodirla come un oggetto di modernariato,non vedo altri usi. Invece, per fare
una vera riforma della scuola che metta al centro la disuguaglianza e ne
combatta oculatamente gli effetti, ci vuole molto danaro. Se non si concorda su
questo è inutile parlare di vera riforma, specialmente se per scuola veramente
riformata si intende come nel mio caso, una scuola che assicuri a tutti
condizioni di crescita molto simili a quelle che sperimenta oggi un bambino o
un adolescente ben curato all’interno di una famiglia agiata con buone
tradizioni culturali.
Ora butto giù qualche appunto per capire a che cosa bisognerebbe mettere mano.
Per esempio, a me pare veramente urgente smettere di pensare che la scuola
cominci con la prima elementare. Credo che invece sia essenziale pensare per la
fascia tra 0 a 5 anni un percorso non più prescolare, ma scolare a tutti gli
effetti: un quinquennio cioè che diventi dichiaratamente la base del futuro
percorso formativo e su cui quindi l’intera comunità investa al massimo.
Occorrerebbe reperire strutture adeguate e molto accoglienti, capillarmente
diffuse sul territorio. Sarebbe necessario poter contare su un personale ad
elevata specializzazione, molto motivato, preparato per la cura ma anche per
intervenire in modo mirato sullo sviluppo linguistico, matematico e operativo
dei bambini.
Per quel che ne so molto viene già fatto e bene. C’è una tradizione di
intervento (femminile) specificatamente italiana di buon livello. C’è una
sterminata produzione teorica su come si può assecondare lo sviluppo infantile
senza la smania di fabbricare bambini prodigio e senza mai abbandonare la componente
ludica. Comincia inoltre ad esserci una buona capacità di autoriflessione da
parte di chi ha esperienza diretta di lavoro coi bambini di quella fascia
d’età, autoriflessione naturalmente di donne. Si tratterebbe di diffondere
ovunque la buona qualità del servizio, di potenziarlo al massimo (anche con il
personale più preparato e più disponibile) proprio in quelle aree in cui le
esistenze adulte sono più degradate o più adulterate (oggi accade spesso il
contrario: le aree di ceto medio colto hanno spesso le strutture più
accoglienti e il personale più affidabile).
Gli obiettivi, tanto per capirci, dovrebbero essere i seguenti: coltivare,
anche attraverso insegnanti non italiani, l’abitudine a passare senza soluzione
di continuità dall’uso del dialetto o di una qualsiasi lingua d’origine
all’italiano, all’inglese o ad altra lingua straniera; incoraggiare l’approccio
progressivo a operazioni logico-matematiche; avviare la familiarizzazione con
registri espressivi e interpretativi; addestrare al controllo del corpo e della
manualità. Sono cose su cui dovrebbe pronunciarsi gente esperta, naturalmente,
ma badando a che anche per gli esperti l’infanzia resti infanzia e non
modifichi in cavia pedagogica.
A questo quinquennio fondamentalmente potrebbero seguire altri due cicli di
cinque anni ciascuno, complessivamente un decennio di scuola tutto a tempo
pieno che andrebbe pensato in modo unitario, strutturato in gruppi-classi di
dieci alunni, con obiettivi didattici ed educativi ben determinati ma senza scansioni
assillanti, con tempi di apprendimento e di valutazione attentamente calibrati
sulle necessità individuali, spazi che non siano le sole aule o laboratori, e
l’imperativo, per i docenti di non perdersi nessuno per strada per sciatteria,
per fretta, per incomprensione, per noia.
Ciò che si è seminato nel primo ciclo andrebbe articolato ulteriormente e
ulteriormente arricchito.
Per capirci, mi immagino un individuo che entro i sedici anni, sia bilingue ma
conosca bene l’italiano, la sua storia e i suoi registri espressivi; abbia
buone capacità di decifrazione e interpretazione di testi della nostra
tradizione scritta; sia traduttore esercitato da lingue antiche e moderne a lui
note; abbia una buona preparazione matematica di base: padroneggi elementi di chimica,
fisica, biologia e paleontologia; abbia solide nozioni di astronomia,
geografia, storia europea ed extraeuropea, storia delle religioni; sappia
mettere utilmente le mani in un impianto elettrico, in uno scarico intasato, in
un rubinetto che non funziona o in un elettrodomestico, frigo, televisione,
computer o quel che si vuole; sia un ragazzino/a che se la sa spassare come se
la sono sempre spassata sempre i bambini e gli adolescenti, ma che intanto
abbia anche assimilato che l’apprendimento vero è una fatica-piacere di grande
intensità che accende il cervello, potenzia ogni esperienza di vita e scaccia
la noia, piuttosto che generarla.
Un po’ esagero apposta, naturalmente. Esagero perché penso che la scuola abbia
bisogno di esagerazioni entusiastiche. Esagero al punto che, sempre per
intenderci con qualche ironia, auspico giovani che si esprimano come un Romeo o
una Giulietta scespiriani, ragionino dei numeri immaginari come l’allievo
Toerless o reagiscano ai “come” e ai “ perché” come un discepolo di Socrate in
un dialogo platonico, pur essendo intanto totalmente immersi –criticamente
immersi- nel loro tempo di spettacolarizzazione spinta e tecnologie avanzate.
Naturalmente mi accontenterei anche di meno. Mi accontenterei di un mondo di
sedicenni che parlano un buon italiano e un buon inglese, che abbiano capacità
di interpretazione e traduzione di un testo, che non si perdano di fronte al
teorema di Pitagora, che siano capaci di porre domande vere e cercare risposte
vere, che sappiano come funziona una lampadina o come il frigo produce il
freddo, che abbiano una buona cultura generale e una buona manualità, che siano
capaci di apprezzare il bello senza confonderlo con il kitsch, che sappiano
riconoscere un’ingiustizia e indignarsi. Non è poco neanche questo, ma se una
scuola ricca, attenta, ben attrezzata, con un personale motivato e ad alta
specializzazione, con una didattica fortemente individualizzata, va sotto
questa soglia vuol dire che non c’è niente da fare, meglio chiuderla.
Devo dire che, per ottenere un risultato scolastico generalizzato di questo
tipo, non starei a spaccare il capello. Va benissimo tutto: il ritorno
all’analisi grammaticale e logica, lo studio del latino e del greco a partire
dai dieci anni, l’introduzione della filosofia alle elementari (come mostra un
bel libro a cura di Alfonso M. Iacono e Sergio Viti: Le domande sono ciliegie
della Manifestolibri). Va benissimo insomma qualsiasi tecnica o disciplina, non
c’è niente che non si possa insegnare utilmente a tutti, se c’è competenza,
passione, il piacere della fatica intellettuale che caccia via la noia, e
alunni con una buona formazione di base. L’essenziale è che si dimostri che si
tratta della via migliore per aiutare le menti di tutti a essere libere e ben
attrezzate. L’essenziale è che si dimostri che quelle discipline non servono a
far distinzione precoce tra dotati e meno dotati, tra adatti e non adatti.
Certo di esagerazione entusiastica in esagerazione entusiastica, bisogna stare
attenti non pensare una scuola di massa per giovani Leopardi, cosa che farebbe
innanzitutto rivoltare Leopardi nella tomba. Ma il pericolo non c’è, la nostra
migliore tradizione di lavoro didattico ha i piedi ben piantati per terra. C’è
un’esperienza ricca a cui attingere. Ci sono innanzitutto i lavori di Ciari di
Lodi. Ma oggi accade anche che chi ha insegnato a lungo e bene nelle elementari
e nelle medie stia imparando a dar conto della sua esperienza, a riflettere su
di essa criticamente, a reinventarsi la scuola secondo le esigenze della realtà
in cui cade il suo insegnamento. Mi riferisco all’esperienza dei Maestri di
strada (Marco Rossi Doria, Di mestiere faccio il maestro, L’ancora del
Mediterraneo). Mi riferisco a libri zeppi di suggerimenti sul ripensamento del
tempo e dello spazio scolastico o della valutazione, come Buone notizie dalla
scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma, Pratiche Editrice. O penso
agli atti relativi agli relativi agli incontri nazionali ancora del movimento
“dell’autoriforma gentile”, per esempio Le maestre e il Professore per ora
dattiloscritto . O ai numeri della rivista Ecole, ricchissimi di suggerimenti e
analisi. E’ una tendenza che va incoraggiata e affiancata come correttivo ai
pedagogisti e didatticismi universitari spesso estranei alla densità e complessità
del rapporto insegnante-studente. E’ una tendenza che segnala come stia
prendendo forma, nelle realtà scolastiche più vive, una nuova figura di docente
motivato, auto-riflessivo, con un alto livello di specializzazione; un
intellettuale a tutti gli effetti capace di fronteggiare le situazioni più
diverse non solo mettendo a punto pratiche efficaci ma cavandone teoria. E’
questa nuova figura che va potenziata fino a ricavarne la fisionomia del
docente che dovrebbe uscire dalle ipotetiche scuole di formazione universitarie
per l’insegnamento. E’ questa nuova figura che va potenziata perché diventi
protagonista di tutto il percorso formativo, fino al triennio conclusivo, il
ciclo che va dai 15 ai 18 anni.
Considererei questi anni come una fase di approfondimento tematico e insieme di
definizione delle attitudini dei singoli alunni. Ancor più che nei cicli
precedenti, andrebbe dedicato molto tempo ad argomentare per iscritto e
oralmente. Ancor più che nei cicli precedenti, niente compiti a casa, niente
lezioni private di supporto: la scuola pubblica deve affrontare e risolvere al
suo interno tutte le necessità, tutte le difficoltà, tutti i problemi
dell’apprendimento e della crescita degli studenti. Ancor più che nei cicli
precedenti, farei ricorso ai computer e a programmi ad alto contenuto
disciplinare e didattico, soprattutto per dilatare il tempo in cui i docenti
possono intervenire sulle difficoltà dei singoli allievi.
Fermo restando un tronco centrale qualitativamente alto in continuità con il
quindicennio unico precedente, fermi restando i dieci alunni per classe, ora
saranno possibili opzioni per approfondire discipline o acquisire competenze
legate a eventuali profili professionali. La distribuzione del tempo scolastico
potrebbe essere regolata in rapporto alla definizione progressiva delle
attitudini (per esempio quote crescenti di tempo dedicate al latino o al greco
o alla filosofia o alla matematica o alla fisica o alla ragioneria o
all’elettronica o, che ne so, alla falegnameria, alla odontotecnica, alla
meccanica), ma senza considerare le opzioni come irreversibili.
Con le cautele del caso, azzarderei qui un ipotesi: la separazione netta tra la
gestione amministrativa delle scuole e il controllo sulle attività didattiche e
sui loro risultati. E’ un’ipotesi che butto lì, pieno di incertezze, per
tentare sia la ridefinizione della formazione del personale amministrativo, sia
la ridefinizione della figura e dello status dei docenti.
Il personale amministrativo dovrebbe avere una sua formazione specifica e sue
competenze gestionali di nessuna influenza burocratica sulle attività
didattiche (insomma: i dirigenti scolastici dovrebbero occuparsi del buon
funzionamento amministrativo e non caricare i docenti vanamente di deliranti
“atti dovuti”alla burocrazia).
Il personale insegnante dovrebbe invece acquisire un profilo sempre più
specialistico (competenze disciplinari elevate più competenze e qualità
adeguate ad affrontare con effetto e rigore, nei frangenti più diversi, la
relazione insegnante-alunno); tanto da assumere una posizione giuridica
equivalente a quella dei docenti universitari, con canali di comunicazione
diretti soprattutto con le cattedre preposte alla formazione docente.
In una prospettiva di equiparazione tra insegnamento e ricerca universitaria e
insegnamento e ricerca nelle scuole, in una prospettiva di comunicazione
permanentemente aperta tra gruppi di lavoro scolastici e università, la
verifica della qualità dei risultati potrebbe essere attribuita a docenti
universitari (all’altezza del compito, naturalmente, addentro ai problemi
dell’insegnamento nelle varie fasce d’età, pronti allo scambio di informazioni
e consigli; non professori annoiati e supponenti a caccia di materiale per
pubblicazioni o arrotondamenti di stipendio) sia negli snodi dei cicli, sia a
compimento dell’intero percorso formativo.
La prima: la scuola pubblica-la scuola capace di impartire a tutti
un’istruzione di buona volontà –dovrebbe essere rigorosamente laica, nemica di
ogni credenza del tipo “Dio è con noi”, estranea ai cosiddetti valori assoluti,
e tuttavia attenta nell’istruire su tutte le religioni, sulla storia, sui loro
contenuti, sulla loro presenza nelle varie culture.
La seconda: la necessità di una istruzione di qualità per tutti è una necessità
democratica. La prova del nove di una democrazia, infatti è il grado di
istruzione di tutti i cittadini. Più alto è il grado di istruzione di massa ,
più difficile è trasformare il cittadino in fan, più reale è il controllo della
comunità sulla selezione, sull’operato, sul ricambio dei suoi governanti. Una
riforma efficace della scuola non deve avere altro fine che rendere più vera e
più robusta la democrazia.