Una striscia di futuro

in tempi di guerra

CELESTE GROSSI da école – di aprile

Il nuovo secolo e il nuovo millennio sono iniziati con anni di guerra, di ingiustizia e di disperazione, ulteriormente aggravate da questa guerra. Illegale, destabilizzante per l’assetto geopolitico del mondo, immorale. Una infamia gigantesca e una strage di innocenti. Ma in questi stessi anni è cresciuta nelle donne e negli uomini del pianeta la consapevolezza che con la guerra si difende l’ordine economico e politico del mondo iniquo in cui viviamo. La maggioranza delle cittadine e dei cittadini della terra,italiane e italiani compresi, ripudia la guerra e si oppone al pensiero dominante di chi vuole dividere l’umanità in vincitori e vinti, ricchi e poveri, essenziali e superflui, carnefici e vittime. E dà speranza il protagonismo attivo delle studentesse e degli studenti che numerosi si oppongono alla guerra: «(…) Nuova età di ragione innervosita, /corpi serrati insieme da una dichiarazione di impazienza,/ voci scaldate a “Basta”.Basta: per i ministri niente è sufficiente, anche la guerra adesso, voce di spesa della ragioneria di stato. / (…) / Il tempo si è inceppato, niente passerà liscio, / fermatevi, fermiamoci, ecco il nuovo bastone nella ruota, / i ragazzi d’Europa, caparra di futuro, critica lampo, argento d’allegria.» [Erri De Luca].

 

Fare scuola in tempi di guerra è un compito difficile assai. È nello spazio pubblico della scuola, prima ancora che nella società, che bisogna agire per smilitarizzare i cuori e le menti, che bisogna costruire un sapere di polis, quel sapere indispensabile per un nuovo mondo possibile, sempre più urgente. Un mondo nel quale la politica contrasti la fame dando cibo, contrasti la sete dando acqua, contrasti le violazioni riconoscendo diritti. Una politica differente da quella odierna di chi governa gli Stati Uniti e di chi governa la globalizzazione economica neoliberista che hanno scelto di uccidere le bambine e i bambini, le donne e gli uomini dell’Iraq, ma anche la dignità sociale e individuale di ciascuna e ciascuno di noi.

Fare scuola in tempi di guerra significa dimostrare con ragioni e sentimenti che c’è un’alternativa alla violenza e alle armi, che bisogna cessare la guerra e la produzione delle armi, che bisogna sostenere e dare asilo a chi fugge perché, oggi più che mai,contrastare la cultura della guerra significa contrapporre alla libera circolazione delle merci, quella delle persone, sostituire alla globalizzazione economica, quella dei diritti.

Primo fra tutti il diritto alla pace.

Fare scuola in tempi di guerra richiede ogni giorno di più assunzione di responsabilità e azioni quotidiane, individuali e collettive. Perché la prima vittima di ogni guerra è la speranza e sarebbe davvero grave se le bambine, i bambini, le ragazze e i ragazzi crescessero senza speranza.Per vedere la pace e l’affermazione di un mondo basato sul rispetto della dignità delle donne e degli uomini del pianeta è indispensabile mantenere testardamente aperte strisce di futuro e riuscire a non spegnere i nostri desideri di libertà/ liberazione e soprattutto quelli delle nostre alunne e dei nostri alunni, la nostra striscia di futuro.

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