| |
| apertura
 | |
|
La terra e la rete unite da un filo
Il filo dei beni comuni unisce i contadini medievali di ieri e gli hacker solidali di oggi. Internet e reti Wi-Fi ultima frontiera del territorio aperto e condiviso
FRANCO CARLINI
Dalle vecchie usanze rurali all'alta tecnologia, dalle «proprietà terriere a carattere collettivo» alle nuove reti aperte e senza fili, dai contadini medievali agli hacker solidali della California. C'è un filo concettuale tra la legge sulle terre demaniali che era in commissione al senato la settimana scorsa e le discussioni che si sono svolte, sempre nei giorni scorsi a Ginevra, all'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, a proposito dell'etere da liberare per l'uso diffuso delle connessioni Wi-Fi. Il provvedimento italiano in questione è la «Legge quadro in materia di usi civici e proprietà collettive» e almeno due quotidiani, il manifesto e la Repubblica hanno messo in evidenza i rischi che contiene: cinque milioni di ettari di boschi e pascoli che da secoli sono di tutti (e di nessuno) e che ora dovrebbero passare in proprietà dei comuni, ma con possibilità di venderli. Questi terreni collettivi prendono nomi diversi nelle diverse regioni: venivano chiamate «laudi» e «regole» in Trentino, «comunità di villaggio» in Veneto, «comunaglie» in Liguria, «partecipanze» in Emilia. E non è un fenomeno solo italiano perché fin dalle origini delle società agricole e tuttora in molti paesi, la comunità locale dispone di beni comuni («Commons») la cui proprietà è collettiva e il cui uso è libero per tutti i membri della comunità: l'acqua del fiume o delle sorgenti, la legna dei boschi, l'erba dei pascoli. La trasformazione in proprietà privata di tali risorse, con recinti e guardiani, ha segnato per esempio la storia degli Stati Uniti, con i conflitti tra coltivatori proprietari e allevatori.
Nel 1625 il filosofo olandese Hugo Grotius scriveva: «l'estensione dell'oceano è talmente grande che esso soddisfa ogni possibile uso da parte delle genti per trarne acqua, per pescare, per navigare». Allora sembrava sensato, ma le generazioni successive si sarebbero incaricate di smentirlo concretamente. Oggi la pratica scomparsa dei grandi banchi di pesci che popolavano l'oceano Atlantico è forse l'esempio più noto di «tragedia dei beni comuni»: quando un bene è di tutti e di nessuno ogni individuo cerca di massimizzare il proprio interesse personale e quello che era un bene di tutti viene eroso.
E in effetti «The Tragedy of Commons» è il titolo di un famoso saggio, pubblicato dallo studioso Garret Hardin nel 1968 sulla rivista Science. Stimolò allora molte ricerche e vastissimo interesse perché apparve, per così dire, geniale nel suo pessimismo: il comportamento «razionale» dei singoli (cerco di avere il massimo di benefici per me stesso) porta a un risultato complessivamente disastroso, una tragedia appunto.
Apparentemente, spiegava Hardin, il vantaggio individuale nell'aggiungere un'altra pecora al proprio gregge che pascola su terreni comuni è alto, perché il danno eventuale, legato a un deterioramento del terreno per eccesso di pascolo, viene ripartito tra tutti gli allevatori, mentre della singola pecora in più beneficia solo il singolo. E' lo stesso meccanismo della cena tra amici dove il conto viene suddiviso in parti uguali: ognuno è tentato di ordinare aragosta, anche se molto costosa, perché il prezzo elevato verrà distribuito tra molte teste. Ma se tutti aggiungono pecore, o se tutti ordinano aragosta, il sistema salta: non c'è più erba per nessuno (ovvero il conto del ristorante diventa stratosferico, al di là dei portafogli dei singoli). Da sinistra questo ragionamento è stato utilizzato come un supporto teorico per politiche di tipo interventista perché la spontaneità da sola non è in grado di garantire una gestione sostenibile.
Ma la «tragedia» può essere rivoltata in virtù e senza bisogno di trasformarsi in nostalgici comunitaristi o in statalisti. La rete Internet, basata su standard aperti e liberamente accessibili è l'esempio più chiaro di un bene comune che non avrebbe potuto realizzarsi se hardware e software fossero stati proprietà di Ibm o di Microsoft o di chiunque altro. E lo stesso sta succedendo per le reti Wi-Fi che ovunque nel mondo vanno punteggiando le città di punti di accesso (hot spot) creati dal basso. Il recente decreto del ministro Gasparri tutto prevede per l'uso commerciale di tali sistemi, ma nulla per l'uso gratuito e partecipativo, di condominio, di quartiere, di paese.
|
|