Martedî 15 Aprile 2003

I blog e la modernità riflessiva

di Benedetto Vecchi*
I bloggers riuniti a Milano nella convention organizzata da "Quinto Stato" e da "il manifesto" alla Casa della Cultura per dire la loro su un fenomeno, i Blog appunto, hanno tenuto a sottolineare che è compito vano cercare di capire una realtà che coinvolge centinaia di migliaia di navigatori in tutto il mondo. La Rete è un tritatutto che non permette di soffermarsi su quasi nulla, perché tutto nasce e si dissolve nel volgere di quattro, cinque mesi. Eppure, l'iniziativa milanese ha visto raccolti i bloggers più noti del panorama italiano, ma al di là del racconto della loro esperienze non si riesce ad andare oltre, nonostante ci siano alcuni fattori che investono con forza il fenomeno Blog. Innanzitutto, il rapporto tra i blog e il giornalismo, poi lo stato dell'arte della rete dopo l'eplosione della bolla speculativa. Infine, la scrittura, o meglio che la comunicazione "en general" è stata variamente modificata dalla Rete. Alla fine, però, una sola cosa è chiara: si fa un Blog perché è piacevole farlo. Il resto, se c'è un resto, sono solo "fuffa".

Il sociologo tedesco Ulrich Beck ha scritto un polpettone di quasi trecento pagine ("La società del rischio", Carocci editore) per spiegare che viviamo nell'era della modernità riflessiva, cioè che ogni azione compiuta è decisa e il suo valore è valutato in base alle conseguenze dirette e indirette che ha. Di questa riflessività a Milano non c'era quasi traccia. Ogni intervento gettava lampi di luce su un fenomeno dai contorni incerti, ma la gran parte si chiudeva con l'invito a non ricamarci tanto sopra, con un misto di compiaciuta consapevolezza di essere "trendy" e, al tempo stesso, di rigetto per essere ritenuti tali. I Blog producono informazione, questa l'unanime conclusione, ma i giornalisti, è noto, sono dei potenziali manipolatori della realtà e chi è in rete questo lo sa benissimo. E lo sanno tanto più i giornalisti che hanno il loro Blog personale, denunciando così implicitamente che quando scrivono per un giornale o si monta un servizio per la tv si è un salariato che svolge, si auspica, il proprio lavoro con "professionalità".

Per salvarsi l'anima basta un Blog. Quindi poche ciance e continuiamo ad andare avanti così. Con questa conclusione non erano d'accordo quelli dei media indipendenti, ma poco importa. La sostenibile leggerezza del Blog cancella anche quel piccolo nodo che riguarda i processi attraverso cui la Rete ha modificato il modo di fare informazione dentro e fuori lo schermo. I Blog sono una risposta alla crisi della "new economy"? Anche in questo caso non è poi così importante rispondere, perché è una domanda che nulla c'entra con il gusto di condividere saperi, idee, progetti. Ma non era questa cooperazione uno dei tratti caratterizzanti proprio l'"economia di rete", anche se era piegata ai diktat del mercato? Chissà chi lo sa, recitava il titolo di un famosa trasmissione di indovinelli mandata in onda nel pleistocene dell'infosfera.

A Milano però spirava un venticello da anni Ottanta, lo stesso che allietava la vita di alcune esperienze underground di venti anni fa: siamo ai margini e ci fa piace starci. Con una differenza, però. Allora era almeno un modo di manifestare un'alterità: culturale e sociale. Ora attiene alla compiaciuta e solipsistica autovalorizzazione di chi, socialmente e culturalmente, è al centro della produzione della ricchezza. E c'è chi ancora parla di "ceti medi riflessivi".