Quando gli Usa vogliono esportare la democrazia

 

Da Repubblica del 25 giugno

MASSIMO L. SALVADORI

La posizione di superpotenza unica tenuta dagli Stati Uniti sta portando ad uno stato protratto di "ubriacatura da successo" l´amministrazione Bush, la quale, mentre si trova impegnata nel piano di pacificazione in Israele e nei Territori palestinesi, ora progetta di "esportare la democrazia", dopo averlo fatto in Afghanistan e in Iraq, anche in Iran. Ripetendo il copione, da un lato essa afferma idealisticamente il dovere di raccogliere "il grido di dolore" che in questo paese sale dal movimento studentesco e di proteggere la sicurezza comune dalla minaccia che il regime islamico possa dotarsi di armi di sterminio di massa, dall´altro mira realisticamente a spazzar via un altro regime che ostacola i suoi disegni di riorganizzazione dell´intera area mediorientale. L´"ubriacatura da successo" del governo americano, se si considerino i risultati immediati raggiunti, ha fondati motivi. Ma occorre al tempo stesso domandarsi quale sia il rovescio della medaglia, ovvero se i successi a breve termine possano tradursi in successi duraturi. Insomma, il nocciolo della questione è: gli Stati Uniti di Bush, oltre alle risorse economiche e militari, posseggono quelle culturali e politiche per rendere stabile il nuovo ordine che è nei loro piani?
Il crollo dell´Unione Sovietica fu causato dalla contraddizione divenuta sempre più ingovernabile tra il possesso di un imponente complesso militare e la perdita delle risorse economiche, culturali e politiche necessarie al mantenimento del suo status di superpotenza e della pax sovietica all´interno del suo impero, in presenza di una superpotenza rivale che invece teneva saldamente nelle proprie mani tutte le risorse strategiche indispensabili non solo per preservare la condizione di superpotenza ma per proiettare la sua strategia a livello internazionale. Il crollo dell´Urss ha lasciato gli Usa liberi di far valere, come mai prima avvenuto nella storia moderna, il monopolio della forza militare e tutto il peso della sua supremazia tecnologica ed economica. Questo ha costituito il punto di partenza dell´attuale politica espansiva volta a dare alla globalizzazione economica - di cui gli Stati Uniti costituiscono il centro di irradiazione - un coerente contesto politico-istituzionale quale base di un nuovo ordine mondiale.
L´attacco terroristico dell´11 settembre aveva posto il problema di una inevitabile reazione. Due le risposte possibili dell´America. L´una, certo la più complessa, era di potenziare le risorse politiche; l´altra, la più semplice, di far leva sull´impiego essenzialmente della forza. La prima richiedeva di tenere salto il rapporto con le Nazioni Unite, l´Unione Europea, la Russia e la Cina, di usare la forza nel quadro della legittimità internazionale, di legare l´azione ferma contro il terrorismo ad un´azione altrettanto incisiva diretta in prospettiva a rimuovere le cause che in tutta una serie di paesi alimentano il consenso ai terroristi. Si trattava di seguire una via più lenta ma dagli effetti più profondi, evitando di cedere all´"ubriacatura della potenza". La seconda consisteva nel ricorso all´azione unilaterale americana, nella chiamata a raccolta degli "amici sicuri", nella delegittimazione delle Nazioni Unite, nella divisione dell´Unione Europa da ridursi ad "espressione geografica", nell´esercizio immediato della potenza militare considerato unico positivo presupposto della ricostruzione in primo luogo del Medio Oriente secondo i piani concepiti nel cerchio stretto del potere washingtoniano. Tassello importante della strategia di Bush e del suo partner Blair - erettisi a campioni della causa democratica internazionale secondo criteri di opportunismo selettivo - è stato di aver fatto violenza, pur di conseguire ad ogni costo i loro scopi, anzitutto alle loro democrazie, mentendo clamorosamente sulla vera natura del pericolo militare irakeno, trattando i milioni di "pacifisti" nel mondo come gente irresponsabile e i propri popoli e persino i propri parlamenti come un gregge da "montare" con una "verità" risultata una grande menzogna. I difensori della democrazia si sono rivelati re machiavellici.
La facile vittoria nella guerra contro l´Iraq lascia una eredità che mostra a tutte lettere le conseguenze del fatto che disporre di risorse militari adeguate non significa avere le risorse politiche atte ad assicurare un soddisfacente ordine internazionale. Le Nazioni Unite sono state ridotte ad un organismo rattrappito, svuotato, il quale non ha avuto il coraggio di condannare la guerra anglo-americana che l´ha ridotto in pezzi. La massiccia mistificazione propagandistica che ha usato come cassa di risonanza i grandi mass media ha inferto un vulnus gravissimo alla democrazia nei paesi occidentali e in quelli cui si chiede di farne propri valori e istituzioni. L´Unione europea si appresta ad incassare il colpo infertole da Bush, ed è posta di fronte al dilemma di accettare la subalternità nei confronti della superpotenza oppure di cercare, facendo assai difficili conti con le sue debolezze e divisioni, i mezzi per potenziare la sua autonomia. In Medio Oriente, Bush cerca le vie della pace tra israeliani e palestinesi in maniera nettamente sbilanciata a favore di Sharon, senza la volontà di indurre quest´ultimo al passo che soltanto può costituire il presupposto della pacificazione e della sconfitta delle organizzazioni terroristiche, che è dire non già il ritiro dimostrativo da questo o quell´insediamento israeliano nei territori occupati ma il ritiro generale dagli insediamenti illegittimi. A tutto ciò si aggiungano le minacce di rappresaglie che l´amministrazione Bush ha agitato e agita nei confronti dei paesi europei che non hanno risposto alla chiamata a raccolta in occasione della guerra irakena e persino del Canada accusato anch´esso di infedeltà.
Ecco dunque che alle illimitate risorse militari messe in atto dagli Stati Uniti corrisponde la messa in campo di risorse politiche inadeguate o sbagliate, che l´"ubriacatura della potenza" la quale ha colpito gli Stati Uniti produce una "ubriacatura del successo" che si deve temere produca in concreto molti gravi insuccessi. Alla vittoria dei soldati in Afghanistan e in Iraq non segue, infatti, quella rapida vittoria politica della democrazia esportata che Bush e Blair avevano promesso; la popolazione irakena non appare disposta a riconoscere nella bandiera a stelle e strisce la madre della sua futura bandiera; e le relazioni con l´Unione Europea e il Canada sono soggette a tensioni destinate a lasciare il segno.
Ora entra in scena l´Iran. Qui da tempo è in campo un robusto movimento riformatore; ma si fa sempre più evidente che, invece di offrire una sponda intelligente di carattere politico lasciando che la crisi interna maturi, Bush intende farla precipitare ricorrendo alla forza armata esterna in nome della sicurezza internazionale e della democrazia. E´ il caso di dire: "Timeo Danaos et dona ferentes". Abbattere i nemici della Libertà e della Repubblica con le baionette fu il sogno e l´illusione della Francia rivoluzionaria, con l´unico risultato di rafforzare la causa dei troni. Far marciare i carri armati in nome della causa internazionale del socialismo ebbe per l´Urss l´effetto di contribuire a scavare la fossa ai regimi comunisti. Speriamo che nei paesi occidentali la democrazia si dimostri sufficientemente vigorosa da mandare a casa i falchi i quali, incapaci di comprendere che l´uso di una forza priva di ogni legittimazione internazionale accresce la spirale della violenza nel mondo, stanno dimostrandosi tanto palesemente inferiori alle loro responsabilità.