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Maria Chiara Acciarini
Mentre Letizia Moratti continua il suo balletto televisivo da una
trasmissione all'altra con interlocutori impacciati e servili (l'Oscar del
cortigiano spetta, in ogni caso, a Domenica In con Mara Venier quasi
addormentata per la noia e Michele Cucuzza quasi inginocchiato di fronte al
ministro per farsi perdonare se osava riportare critiche, ovviamente non sue,
al sacro testo), con poca o nulla opposizione presente, per la scuola
italiana si sta profilando un nuovo anno scolastico senza progetto e senza
certezze. Anzi, a dire il vero, la legge delega è generica e fumosa, ma
purtroppo due o tre certezze le consegna.
La prima certezza: l'obbligo scolastico è abbassato di un anno, poiché la
delega lo dice esplicitamente e con effetti immediati. L'unica parte già
operativa della delega si può così sintetizzare: dal 1° settembre prossimo
gli studenti di 13-14 anni possono iscriversi direttamente alla formazione
professionale o entrare nell'apprendistato, recidendo così ogni rapporto con
la scuola.
La seconda certezza: le risorse per la scuola saranno molte di meno rispetto
all'anno scolastico precedente e diminuiranno ancora nei due anni successivi.
Basterà citare due cifre: nel prossimo triennio ci saranno 36.000 insegnanti
in meno e 2,1 miliardi di € saranno sottratti al bilancio dell'istruzione.
Per i grandi cambiamenti, sponsorizzati con una campagna pubblicitaria che
costa allo stato 5 milioni di €, non esistono risorse aggiuntive. Com'è noto,
è prevista solo una modesta cifra per l'anticipo nell'ingresso nella scuola
dell'infanzia, a due anni e mezzo, e nella scuola elementare, a cinque anni e
mezzo. Se tutti gli aventi diritto chiedessero l'iscrizione anticipata le
risorse non sarebbero sufficienti; inoltre, nulla è stato previsto per
l'adeguamento delle strutture didattiche e per l'ampliamento dei servizi
aggiuntivi, cioè per gli interventi indispensabili all'inserimento precoce
dei bambini nell'uno e nell'altro tipo di scuola.
La terza certezza: scuola elementare e scuola media sono rigidamente separate
e la loro scansione interna allontana ogni speranza di continuità fra un
ciclo e l'altro.
Sembrano, quindi, assai infondate le speranze di coloro che contano sui
decreti legislativi per migliorare la proposta Moratti. In realtà, il disegno
del centrodestra è chiaro. Si fonda sulla selezione sociale degli studenti e
delle studentesse, realizzata con il taglio delle risorse per la scuola
pubblica, con la discontinuità fra scuola elementare e scuola media, con la
scelta a tredici anni fra i due canali separati e distinti dell'istruzione e
della formazione professionale. Punta sulla frammentazione culturale del
paese, attuata per ora con la "quota riservata alle regioni" nei
piani di studio, prevista dalla legge delega, e domani, in modo ancor più
esasperato, con la devolution.
La sinistra deve con convinzione e fermezza contrapporre il proprio progetto
a tanto disastro. Nella passata legislatura sono state avviate importanti
riforme. Dobbiamo pensare a come continuarle e migliorarle, facendo anche
qualche opportuno cambiamento. Si tratta, in ogni caso, di un disegno
completamente diverso da quello del centrodestra, con buona pace di coloro
che si affannano a sostenere prospettive bipartisan. Per noi l'istruzione è
un diritto universale e primario di cittadinanza e non può essere confusa con
la formazione professionale, che è necessaria e utile preparazione al lavoro,
ma non può essere considerata alternativa alla scuola per la realizzazione
del principio democratico previsto all'art. 34 della Costituzione. Alla
diffusione dell'istruzione si affidano, giustamente, grandi speranze di
progresso sociale; al rafforzamento della funzione della scuola e
dell'università si collegano la legittime aspettative della società della
conoscenza che richiede più istruzione per tutti. Che, del resto, la scelta
di tornare indietro sull'innalzamento dell'obbligo scolastico non fosse la
più desiderata dalla popolazione italiana lo dimostrano i dati, mai diffusi
dal ministero, relativi alla sperimentazione che, nella Regione Lombardia, ha
anticipato illegittimamente di un anno il ritorno dei ragazzi alla formazione
professionale. Ebbene, su 4500 ragazzi che in questa regione non andavano a
scuola dopo i 14 anni, 4100 si sono iscritti alla scuola secondaria superiore
e solo 392 si sono iscritti alla formazione professionale. Inoltre, Moratti,
quando giustamente lamenta la forte dispersione scolastica, dimentica però
spesso e volentieri di ricordare che la legge del 1999 aveva provocato
l'innalzamento del tasso di scolarità anche negli anni della scuola superiore
successivi al primo. Qualche perplessità sulle scelte regressive di Moratti
l'ha palesata, del resto, anche il quotidiano di Confindutria, Il sole 24
ore, osservando che siamo il primo paese al mondo che abbassa l'età del
compimento dell'obbligo scolastico.
Molti sono già i segnali di una mobilitazione contro il grande balzo all'indietro
che il centrodestra vuole fare compiere alla scuola italiana. Dopo
l'approvazione della legge, il segretario della Cgil-Scuola, Enrico Panini,
ha annunciato il ricorso alla Corte Costituzionale "perché la nuova
Costituzione affida in materia di istruzione alcune prerogative al parlamento
che non possono essere trasferite all'esecutivo" e, contemporaneamente,
ha auspicato il coinvolgimento dei presidenti delle Giunte regionali perché
valutino l'opportunità di rilevare l'incostituzionalità della delega per
quanto attiene la lesione delle prerogative regionali in materia di
istruzione. C'è, insomma, una prima battaglia da compiere sul profilo della
legittimità degli atti che il governo ha compiuto e compirà in materia di
scuola.
Inoltre, non si deve dimenticare che l'autonomia scolastica e l'iniziativa
delle Regioni e degli enti locali possono costituire una barriera contro le
scelte del centrodestra. In tale direzione si muove già la proposta di legge
dell'Emilia Romagna che modifica l'impostazione della controriforma Moratti
sulla scelta precoce al termine della scuola media. L'azione degli istituti
comprensivi, volta a superare la cesura fra la scuola elementare e la scuola
dell'infanzia e l'insuccesso scolastico che spesso ne deriva, deve essere sostenuta
e rafforzata: rappresentano circa il 46% delle scuole dell'obbligo.
La scuola italiana, insomma, dovrà certamente ancora crescere e cambiare,
come dicono gli spots televisivi di Moratti, ma è molto più matura di quanto
il ministro non sappia o voglia sapere. Sarà l'impegno e la protesta degli
insegnanti, degli studenti, delle forze sociali, dell'opposizione politica
che s'incaricheranno di dimostrarglielo.
Da www.aprileperlasinistra.it
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