da
La
Repubblica 11.3.2003
LA LINGUA TRICOLORE
Intervista
a Luca Serianni
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La
situazione dell' italiano non è comunque affatto catastrofica come
vorrebbero molti commentatori che vedono nell' inglese un nemico mortale
Come sta il nostro ormai più che millenario idioma? Per la prima volta
una grande mostra a Firenze racconta la storia della nostra identità
espressiva La tv ha fatto molto per l' unificazione con trasmissioni
importanti come una storia sceneggiata da Eco Da un' inchiesta del 2001
di De Mauro risulta in crescita l' uso pratico come strumento di lavoro
Sarà uno scandalo ma la padronanza linguistica media dei giornalisti è
migliore di quella degli scrittori
Che lingua fa, oggi, in Italia? Che aria tira
nelle parole della gente, della televisione, della stampa, degli
scrittori, dei politici? è ancora vero, come diceva Antonio Gramsci,
che quando affiora «in un modo o nell' altro la questione della lingua,
significa che si sta imponendo una serie di altri problemi, la necessità
di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la
massa popolare nazionale»? La grande mostra fiorentina dedicata alla
lingua italiana (vedi scheda in queste pagine) documenta nelle sale
degli Uffizi il secolare tragitto della nostra identità espressiva. Ma
qual è lo stato di salute del nostro idioma? L' abbiamo chiesto a Luca
Serianni, curatore scientifico dell' esposizione, docente di Storia
della Lingua Italiana all' Università di Roma La Sapienza, autore di
una grammatica e di altri importanti volumi, il più recente pubblicato
in questi giorni è Italiani scritti (il Mulino, pagg. 184, euro 12), un
manuale su alcune tipologie dell' italiano scritto. Nei giorni scorsi
Serianni è stato ascoltato dalla prima Commmissione Affari
Costituzionali del Senato dove si sta discutendo il disegno di legge
993, presentato nel 2001 dal senatore Andrea Pastore di Forza Italia. Il
disegno di legge è complessivamente apprezzato da Serianni, a parte
qualche punto da correggere. E a differenza di alcuni suoi colleghi,
vede in esso una opportunità da non lasciarsi sfuggire. Prevede la
costituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana con i
ministri dell' Istruzione e dei Beni Culturali, i rappresentanti dell'
Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri, un segretario a
cui affidare compiti d' indirizzo e la presidenza di Silvio Berlusconi
in quanto capo del governo. Tra i compiti del Consiglio, la
realizzazione di due testi ufficiali: una grammatica italiana e un
dizionario dell' uso. Una ipotesi che ha suscitato allarmi e polemiche:
non tutti hanno dimenticato le direttive fasciste sul linguaggio, e la
prospettiva di un italiano di Stato lascia intravedere più d' un
rischio. Serianni, che cosa ha detto ai senatori della Commissione? «Ho
espresso la mia contrarietà a testi ufficiali in materie come queste,
tanto più che già ne esistono di ottimi. Nel 1988 un illustre studioso
tedesco osservò che l' italiano era diventato di colpo la lingua meglio
descritta del mondo grazie alle tre grammatiche uscite proprio in quell'
anno. E persino il senatore Giuseppe Valditara, Alleanza Nazionale,
relatore del disegno di legge, ha preso le distanze dall' iniziativa».
Ha suggerito qualche argomento per l' attività del Consiglio? «La
promozione della lingua italiana dentro e fuori i confini nazionali. Per
esempio: 1) adeguata preparazione linguistica e grammaticale degli
insegnanti di italiano; 2) assicurare l' insegnamento dell' italiano
agli extracomunitari e magari richiedere - sulla scorta dei progetti di
altri paesi europei - la conoscenza della lingua ufficiale del paese
ospitante; 3) sostenere la presenza dell' italiano nei consessi
internazionali, a partire dalla Comunità Europea dove l' italiano
potrebbe essere - grazie al suo prestigio - lingua ufficiale e di lavoro
accanto a inglese, francese, tedesco, spagnolo; 4) l' unico possibile
intervento normativo del Consiglio dovrebbe esercitarsi sulla lingua
dell' amministrazione e della legislazione per semplificarne al meglio
forma e contenuti, secondo i meritori suggerimenti di Sabino Cassese e
di Alfredo Fioritto». Lei parla dell' Europa: ma conta nel mondo la
lingua italiana? Lo scrittore Vincenzo Cerami, sceneggiatore
cinematografico di visibilità internazionale, afferma - e non è il
solo - che l' italiano, sempre più impoverito e imbarbarito,
contaminato dall' inglese, rischia di trasformarsi in un dialetto: «fatalità
alla quale è impossibile opporsi» se non saremo in grado di
conquistarci l' indipendenza economica e culturale dagli Stati Uniti. «Non
vedo come si possa imputare al dominio statunitense l' adozione di una
parola come "ticket", goffo e infelice sostituto di
"contributo sanitario". E non lo dico in omaggio a chissà
quale purismo... Mi pare sia piuttosto una questione di pigrizia:
politici e giornalisti si compiacciono degli anglicismi, magari
pronunciandoli in modo approssimativo. Del resto, guardo con rispetto a
chi si batte - comuni cittadini, intellettuali, politici - per la
salvaguardia della nostra lingua, testimonianza di "lealtà
linguistica", attaccamento alla propria lingua senza il quale un
idioma è irreparabilmente condannato». Eppure, incalliti e ignoranti
catastrofisti denunciano come segni dell' attuale inarrestabile degrado
- magari per colpa dell' inglese! - tendenze attestate da secoli. «Già,
l' espansione dell' indicativo ai danni del congiuntivo, o il tempo
presente utilizzato in luogo del tempo futuro... Come ho detto nel corso
dell' audizione al Senato, oggi la richiesta di italiano è molto
elevata nelle più diverse aree del mondo: dalla Moldavia (dove ha
grande successo di iscrizioni un liceo italiano) al Venezuela (l'
italiano è lingua curriculare in scuole private italo-venezuelane,
molto frequentate anche da studenti che non hanno radici italiane).
Voglio aggiungere che in Vaticano, e non tutti lo sanno, l' italiano è
la lingua d' uso prevalente in sostituzione del declinante latino. I
prelati italiani nel collegio cardinalizio sono una minoranza, ma gran
parte della classe dirigente ecclesiastica di tutto il mondo parla in
qualche modo l' italiano perché ha studiato o viene di frequente a
Roma. Salvo imprevisti, questo ruolo istituzionale dell' italiano
renderebbe improbabile la nomina di un papa che non conosca la nostra
lingua: il papa infatti è anche il vescovo di Roma». Dal Vaticano alla
tavola: la gastronomia diventa sempre di più un eccellente veicolo
della lingua italiana. Dal 1990 il tiramisù è il dolce più popolare
del Giappone e in Brasile il linguaggio del cibo made in Italy ha ormai
invaso le telenovelas di maggiore ascolto. Ma quale posto occupa l'
italiano nella classifica delle lingue più studiate nel mondo? «Il
quinto posto, talvolta il quarto, più di cinese, giapponese, arabo, e
più di lingue europee come russo o portoghese che - oltre ad avere un
numero ben più alto di parlanti nativi - hanno dato apporti
notevolissimi alla cultura occidentale». Dati confortanti, ma oggi l'
italiano - fuori d' Italia - serve a qualcosa sul piano pratico? Appena
nominato, il rettore di una università privata ha detto in una
intervista che sarebbe meglio usare direttamente l' inglese come lingua
d' insegnamento. «Se in qualche facoltà scientifica di università
private si arriverà a questo, non sarà un disastro: l' inglese è la
lingua della comunità scientifica mondiale. Sarebbe invece un disastro
sostituire l' italiano con l' inglese nelle università pubbliche e in
tutte le facoltà umanistiche. Quanto all' uso pratico dell' italiano,
per la prima volta accanto alle motivazioni culturali emergono
significative richieste dell' italiano per ragioni di lavoro. Una
inchiesta diretta da Tullio De Mauro e pubblicata nel 2001 accertava che
nel 22,4 per cento dei casi le opportunità di lavoro rappresentano la
prima motivazione per lo studio dell' italiano all' estero (e per il
33,9 per cento dei casi è la seconda motivazione)». Risultati
inequivocabili, questi e altri, raggiunti oggi grazie al processo di
unificazione linguistica che in anni successivi al dopoguerra ha esteso
la conoscenza dell' italiano sull' intero territorio. Questa
unificazione è ormai compiuta? «Certamente, anche se un ideale
astratto di unificazione non esiste. Oggi l' indice dei parlanti
esclusivamente in dialetto è molto basso: il dialetto non è più un
carcere al quale si è costretti anche sotto il peso della deprivazione
culturale. E tuttavia non è un danno che nei parlanti delle nostre
regioni si avvertano tratti di quell' italiano regionale individuato da
G.B. Pellegrini fin dagli anni Cinquanta. Per esempio, la grande
espressività dei toscani, la loro ricchezza idiomatica, è un lusso da
ammirare». La televisione è stata uno dei fattori propulsivi dell'
unificazione linguistica, ma non solo in modo passivo. Ha infatti
prodotto alcune importanti trasmissioni: penso a Parola mia di Luciano
Rispoli con il linguista Gian Luigi Beccaria, a Parlare Leggere
Scrivere, una storia sceneggiata della lingua italiana in cinque
puntate, autori Tullio de Mauro e Umberto Eco con la collaborazione di
Enzo Siciliano, regia di Piero Nelli, e ad altre. Peccato non
proiettarle alla mostra di Firenze...Comunque, si può dire che oggi, in
Italia, si parla e si scrive un italiano di massa? «Si può dire, e il
processo ha inizio negli anni del boom economico, con guadagni e
perdite: un bilancio in cui è coinvolta l' istruzione pubblica a cui si
può imputare il fatto che un borghese quarantenne, professionista
egregio, non conosca il significato della parola "causidico".
Fra le altre cose, questo piccolo dettaglio rivela che il rapporto della
borghesia con l' italiano letterario è meno profondo di una volta». In
un recente convegno, a Napoli, in base ad alcune ricerche, si è
discusso sul fatto che gli italiani parlano oggi più velocemente,
magari sotto l' influsso di speaker radiofonici e televisivi. «Non è
un fenomeno del tutto positivo, ma poiché i parlanti si capiscono fra
loro vuol dire che l' indice di comprensione è piuttosto alto». Il
dizionario, una volta, era il libro di una vita. Oggi il numero dei
dizionari sfornati dalle case editrici è di gran lunga aumentato, e se
ne pubblicano ogni anno esemplari aggiornati, come ad esempio lo
Zingarelli della Zanichelli. Quanto influisce la dizionarite editoriale
sulla reale acquisizione della lingua? «Per molti scrittori il
dizionario è stato un libro di accanita lettura, era così per
Alessandro Manzoni. E magari lo fosse ancora oggi, non solo per gli
scrittori, visto che abbiamo esemplari di fattura eccellente e
scientificamente attendibili come il recentissimo Grande Dizionario
Italiano dell' Uso di Tullio De Mauro, edito dalla Utet. è anche vero
però che nella "dizionarite editoriale" si annidano aspetti
di puro consumismo, di deformazione merceologica, secondo il malinteso
concetto che il dizionario migliore è quello che ha più parole». I
suoi allievi, all' università, si esprimono bene in italiano? «Purtroppo
- salvo eccezioni - non sono modelli di correttezza. Hanno più o meno
vent' anni, risentono delle falle o delle distrazioni degli insegnanti
delle scuole superiori. La punteggiatura è rivelatrice: non capiscono
l' importanza del punto e virgola. E nella scrittura di un testo
dimenticano quasi sempre la necessità dei capoversi, rinunciando così
alla scansione, al ritmo della pagina». E nei giornali, invece, che
lingua fa? «Gli argomenti sono esposti bene, sia negli articoli dei
maggiori opinionisti sia in quelli di redattori e inviati. Prevale nei
testi una costruzione efficace. Fra l' altro - qualcuno si scandalizzerà
- la padronanza linguistica media dei giornalisti è migliore rispetto a
quanto si riscontra nella produzione letteraria degli scrittori. Nella
prosa giornalistica mi sono spesso imbattuto in metafore interessanti e
appropriate, e in una degna varietà lessicale». Però lei sta
descrivendo un linguaggio piuttosto alto rispetto alle capacità di
comprensione di un lettore medio... «è giusto essere chiari e
trasparenti anche nella complessità, ma sarebbe un errore sacrificare
idee e stile a non si sa bene quali esigenze del lettore medio». Parole
in via di sparizione? «Rallegriamoci per il declino di
"paninaro". Sembrava una nozione di portata epocale, una
chiave indispensabile per entrare nell' universo giovanile. Era invece
solo una moda passeggera che nessuno rimpiangerà. Da lamentare invece
l' eclisse di vocaboli appartenenti alla nostra tradizione letteraria:
per esempio "annoso", "arguto",
"malagevole", "trasecolare", dimenticati anche da
persone colte». E una parola emergente? «Salutiamo con gioia l' arrivo
di "farmaco generico", un neologismo ben formato che dimostra
che non è necessario ricorrere a un equivalente termine inglese».
Resiste ancora il cosidetto politichese? Fu Bettino Craxi, con il suo
stile verbale decisionistico, talvolta fin troppo brutale, a rompere
quel circolo vizioso... «Il politichese, a parte saltuarie ricomparse,
è andato via via allontanandosi dal nostro lessico politico. Era un
modo di esprimersi che tendeva a sfumare le posizioni, ad annacquare i
concetti. Oggi i politici preferiscono parlare in modo più diretto,
favoriti in questo anche dalla televisione, divenuta l' arena politica
per eccellenza. E cercano di non farsi costringere dentro i confini di
un determinato linguaggio politico». Berlusconi insegna... «Infatti
nel linguaggio del premier è del tutto assente l' elemento politico
tradizionalmente inteso». Già, prevale quello aziendale...Serianni,
lei studia, tra i linguaggi settoriali, anche quello medico e quello
giuridico. Concludiamo il nostro dialogo con un gioco: una diagnosi
della lingua italiana in termini medici e una sentenza sulla lingua
italiana in termini giuridici. «Nata da parto eutocico, il soggetto
appare in buone condizioni generali, nonostante l' età elevata (circa
1050 anni). Reattività ai forestierismi nei limiti inferiori della
norma. Riflessi presenti, simmetrici e normovivaci. Si sono evidenziate
lievi manifestazioni di tipo neurosico ansioso-depressivo». E il
giudice? «Imputato: lingua italiana. Accusa: corruzione e barbarismo.
Sentenza: il tribunale, vista la tenuta della grammatica, il rapporto
italofonia/dialettofonia, la presenza dell' italiano nel mondo, dichiara
il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste». |
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