IRAQ
Una guerra contro la verità


JOHN PILGER
Noi siamo al di sopra delle nazioni. Noi controlliamo il controllo. Alla fine vi divorerò tutti.

Lawrence Ferlinghetti, sull'America

ABaghdad, l'ascesa e la follia dell'ingordo potere imperiale sono ricordate in un cimitero dimenticato chiamato North Gate. I cani sono i suoi unici visitatori; i cancelli arrugginiti sono chiusi con dei lucchetti, e gli scarichi delle auto si addensano sopra la sua parata di lapidi consunte e di verità storiche che non cambiano. Il tenente generale Sir Stanley Maude è sepolto qui, in un mausoleo confacente al suo rango se non al colera cui dovette soccombere. Nel 1917 egli dichiarò: «I nostri eserciti non vengono... come conquistatori dei nemici, ma come liberatori». In tre anni 10.000 persone morirono nella rivolta contro gli inglesi, i quali gassarono e bombardarono i «miscredenti». Fu un'avventura da cui l'imperialismo britannico nel Medio Oriente non si è mai ripreso.

Oggi negli Usa i media raccontano che in Iraq stanno pagando un tributo di sangue, anche se le vere proporzioni degli attacchi sono quasi certamente nascoste. Presto i soldati uccisi dopo la «liberazione» saranno più di quelli uccisi durante l'invasione. Sostenere il mito della «missione» sta diventando difficile, come in Vietnam. Questo non significa dubitare del vero risultato conseguito dagli invasori con la propaganda, ossia la cancellazione del fatto che la maggior parte degli iracheni si opponevano sia al regime di Saddam Hussein che all'assalto anglo-americano contro il loro paese.

Questo è indicibile qui in America. Le decine di migliaia di iracheni morti e menomati non esistono. Quando ho intervistato Douglas Feith, numero tre di Donald Rumsfeld al Pentagono, costui ha scosso la testa e si è messo a farmi una lezione sulla «precisione» delle armi americane. Secondo il suo discorso, la guerra sarebbe diventata una scienza senza spargimenti di sangue al servizio della divinità unica dell'America. È stato come intervistare un prete. Solo le «ragazze» e i «ragazzi» americani soffrono, e per mano dei «Baathisti rimasti», un termine auto-ingannevole sulla linea dei «miscredenti» del generale Maude. I media riecheggiano il concetto, alludendo appena all'esistenza di una resistenza e pubblicando i ritratti dei soldati americani amputati, descritti con uno sciovinismo stucchevole che vede gli invasori come vittime mentre considera benignamente l'imperialismo arrogante che essi servono.

Al Dipartimento di Stato, il sottosegretario per la sicurezza internazionale John Bolton mi ha detto che, avendo messo in discussione il fondamentalismo della politica americana, dovevo essere sicuramente un eretico, un «membro del Partito comunista», secondo le sue parole

Quanto alla grande catastrofe umanitaria in Iraq, gli ospedali sguarniti, i bambini che muoiono di sete e di gastroenterite più di prima dell'invasione, con quasi l'8% di bambini sofferenti di estrema malnutrizione, come dice l'Unicef - e quanto alla crisi nell'agricoltura che, dice la Fao (Food and Agriculture Organisation), è sull'orlo del collasso: tutto questo non esiste. Come non esiste l'assedio di stampo medievale imposto dall'America, che ha distrutto centinaia di migliaia di vite irachene in dodici anni: in America non se ne sa niente, perciò non è avvenuto. Gli iracheni sono, nella migliore delle ipotesi, non-persone; nella peggiore, degli appestati a cui dare la caccia. «Per ogni soldato americano ucciso» recitava una lettera pubblicata con grande rilievo sul newyorkese Daily News alla fine del mese scorso, «dovrebbero essere giustiziati venti iracheni ». La scorsa settimana la Task Force 20, una unità di élite americana accusata di avere dato la caccia ai «cattivi», ha ucciso almeno cinque persone a bordo di un'auto a Baghdad, un episodio tipico. Gli augusti New York Times e Washington Post non sono, naturalmente, così crudi come il News e Murdoch. Però il 23 luglio entrambi i giornali hanno dato con evidenza, in prima pagina, il «ritorno a casa» - attentamente manipolato dal governo - del soldato ventenne Jessica Lynch. La donna è rimasta ferita in un incidente durante l'invasione e catturata. È stata curata dai medici iracheni, che probabilmente le hanno salvato la vita e che hanno rischiato la propria per cercare di restituirla alle forze armate americane. La versione ufficiale, secondo cui Lynch si sarebbe battuta coraggiosamente contro gli attaccanti iracheni, è un mucchio di bugie come il suo «salvataggio» (da un ospedale quasi deserto), che è stato filmato con telecamere a visione notturna da un regista di Hollywood. Tutto questo è risaputo a Washington, e in gran parte è stato riportato dai media. Ciò non ha impedito al meglio e al peggio del giornalismo americano di unirsi per contribuire a inscenare il suo ritorno beato a Elizabeth, West Virginia. Il Times ha riferito che il Pentagono aveva negato l'operazione di «maquillage» e che «poche persone sembravano interessate alla controversia». Secondo il Post, l'intero affare era stato «reso torbido da notizie giornalistiche contrastanti». George Orwell per descrivere casi come questo ha parlato di «parole che cadono sopra i fatti come neve soffice, confondendo i loro contorni e ricoprendo tutti i dettagli». Secondo un sondaggio nazionale, grazie alla stampa più libera del mondo la maggior parte degli americani crede che dietro gli attacchi dell'11 settembre ci fosse l'Iraq. «Siamo stati vittime della più grande manovra di occultamento di tutti i tempi» dice Jane Harman, una voce rara nel Congresso. Ma anche questa è un'illusione. La verità verboten è che l'attacco non provocato all'Iraq e il saccheggio delle sue risorse è il settantatreesimo intervento coloniale. Tali interventi, insieme a centinaia di sanguinose operazioni coperte, sono stati tenuti nascosti da un sistema e da una vera e propria tradizione di menzogne sponsorizzate dallo Stato che risalgono fino alle campagne genocide contro i nativi americani, con i miti della frontiera. Ci furono anche la guerra ispano-americana, scoppiata dopo che la Spagna fu falsamente accusata di avere affondato una nave da guerra americana, il Maine, e la febbre bellica fu gonfiata dai giornali di Hearst; l'inesistente «gap missilistico» tra gli Usa e l'Unione sovietica, che si basava su documenti falsi forniti ai giornalisti nel 1960 e che servì ad accelerare la corsa agli armamenti nucleari; e quattro anni dopo, l'inesistente attacco vietnamita a due cacciatorpediniere americane nel Golfo del Tonkino per cui i media chiesero rappresaglie fornendo al Presidente Johnson il pretesto che gli serviva per bombardare il Vietnam del Nord.

Alla fine degli anni `70 il silenzio dei media consentì al presidente Carter di armare l'Indonesia che massacrava gli abitanti di Timor Est e di iniziare a sostenere segretamente i mujahedin, da cui sono poi venuti i Taliban e al-Qaeda. Negli anni `80, l'invenzione di un'assurdità, la «minaccia» all'America da parte dei movimenti popolari in America Centrale, in particolare i sandinisti del piccolo Nicaragua, consentirono al presidente Reagan di armare e sostenere gruppi terroristici come i contras lasciando sul terreno, si calcola, 70.000 morti. Che l'America di George W. Bush dia rifugio a centinaia di torturatori latino-americani, che abbia favorito dittatori assassini e dirottatori anti-castristi, terroristi secondo qualunque definizione, non viene detto quasi mai. Né si parla del lavoro di una «scuola di addestramento» a Fort Benning, Georgia, i cui diplomati sarebbero l'orgoglio di Osama Bin Laden.

Gli americani, ha scritto la rivista Time, vivono in un «eterno presente». Il punto è che non hanno scelta. I media «mainstream» sono attualmente dominati dalla rete televisiva di Rupert Murdoch, la Fox, che ha sostenuto la guerra. La Federal Communications Commission, diretta dal figlio di Colin Powell, Michael, è ormai pronta a liberalizzare la televisione. In questo modo, la Fox e quattro altri gruppi controlleranno il 90% dell'audience terrestre e via cavo. Inoltre i venti maggiori siti internet sono oggi di proprietà di gruppi come Disney, Aol Time Warner e una manciata di altri giganti. Quattordici compagnie assorbono da sole il 60% del tempo che tutti gli utenti web americani trascorrono on-line. Il direttore di Le Monde Diplomatique, Ignacio Ramonet, ha sintetizzato bene la situazione: «Per giustificare una guerra preventiva che le Nazioni Unite e l'opinione pubblica mondiale non volevano, una macchina per la propaganda e la mistificazione organizzata dalla setta dottrinaria che circonda George Bush ha prodotto bugie sponsorizzate dallo Stato con una determinazione caratteristica dei peggiori regimi del XX secolo». La maggior parte delle bugie sono state trasmesse direttamente a Downing Street dall'Ufficio delle comunicazioni globali, attivo 24 ore al giorno presso la Casa Bianca. Molte sono state le invenzioni di una unità altamente segreta istituita al Pentagono e chiamata Ufficio piani speciali, che ha utilizzato materiale di intelligence «grezzo», molto del quale è stato poi ripreso da Tony Blair. È qui che sono state «prodotte» molte delle famose bugie circa le armi di distruzione di massa. Il 9 luglio Donald Rumsfeld, sorridendo, ha detto che l'America non ha mai avuto «prove nuove e schiaccianti» e il suo vice Paul Wolfowitz precedentemente aveva rivelato che la «questione delle armi di distruzione di massa» era solo «per ragioni burocratiche», «perché era l'unica ragione [per invadere l'Iraq] che avrebbe messo tutti d'accordo».

Gli attacchi del governo Blair alla Bbc si spiegano in questo contesto. Essi non servono solo a sviare l'attenzione dalla criminale associazione di Blair alla banda di Bush. Vi è anche un'altra ragione, meno evidente. Come sottolinea l'acuto commentatore americano Danny Schechter, gli introiti della Bbc sono arrivati a 5,6 miliardi di dollari; più americani guardano la Bbc in America di quanti non guardino la Bbc1 in Gran Bretagna; e ciò che Murdoch e gli altri gruppi televisivi dominanti vogliono da lungo tempo è una Bbc «controllata, smantellata, persino privatizzata... Tutto questo denaro e potere probabilmente diventeranno l'obiettivo per i consulenti del governo Blair e per gli allegri uomini della Ofcom, che vogliono contenere le imprese pubbliche e servire quegli ingordi affari privati che vorrebbero togliere alla Bbc una fetta della sua quota di mercato».

Come se avesse scelto proprio il momento giusto, la ministra britannica della cultura Tessa Jowell ha messo in discussione il rinnovo della concessione della Bbc. Il paradosso di questa situazione, osserva Schechter, è che la Bbc è sempre stata fortemente favorevole alla guerra. Schechter cita un ampio studio condotto da Media Tenor, l'istituto non-partisan da lui fondato. L'istituto ha analizzato la copertura giornalistica della guerra da parte di alcune delle maggiori televisioni mondiali e ha scoperto che la Bbc è stata la televisione che ha offerto meno spazio al dissenso tra tutti i network, compresi quelli americani. Uno studio dell'Università di Cardiff ha fatto scoperte analoghe. Molto spesso la Bbc ha amplificato le invenzioni della macchina propagandistica di Washington, come nel caso dell'inesistente attacco dell'Iraq al Kuwait con gli scud. E c'è stato il memorabile discorso della vittoria di Andrew Marr davanti al numero 10 di Downing Street: «[Tony Blair] aveva detto che sarebbero riusciti a prendere Baghdad senza un bagno di sangue e che alla fine gli iracheni avrebbero festeggiato. E, in conclusione, egli ha avuto ragione su entrambi i punti».

Quasi ogni parola di questo discorso è fuorviante o insensata. Secondo gli studi esistenti, il tributo dei morti è di 10.000 civili e 20.000 soldati iracheni. Se questo non è un «bagno di sangue», allora cos'era il massacro di 3.000 persone nelle torri gemelle?

All'opposto, sono stato commosso e quasi confortato dalla descrizione dell'eroico dottor David Kelly che ne ha dato la sua famiglia. È stato il dottor Kelly, uno scienziato che operava presso il ministero della difesa britannico, a uccidersi dopo che il suo nome era stato reso pubblico dal governo come fonte della Bbc. «La vita professionale di David» hanno scritto i suoi familiari, «era caratterizzata dall'integrità, dall'onore e dalla dedizione a scoprire la verità, spesso nelle circostanze più difficili. È arduo comprendere l'enormità di questa tragedia».

Senza dubbio la maggioranza della popolazione britannica capisce che David Kelly era l'antitesi di quelli che si sono dimostrati gli agenti di una potenza straniera pericolosa e arrogante. Fermare questa minaccia è oggi più urgente che mai, per gli iracheni e per noi.

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Traduzione Marina Impallomeni