IL FASCINO DEL TUTOR
C’è
un aspetto della controriforma morattiana che fino a questo momento non avevo
debitamente considerato, che avevo anzi sottovalutato, sovrastata da un’analisi
sbilanciata verso i tornaconti salariali, quando invece l’accento andava posto
sulla qualità del lavoro.
Complice
di questo ripensamento è stata la notizia che, nel mio territorio, molti
insegnanti elementari sarebbero disponibili ad accettare il ruolo di tutor
inventato dalla Moratti; ci sarebbe addirittura una corsa al ruolo, nel timore
di restarne esclusi.
La
causa di questo anomalo comportamento non è la ricerca di una maggiore
visibilità e di una funzione più riconosciuta dall’utenza; neppure il miraggio
di soldi e carriera; nemmeno il desiderio di far parte di un ceto docente che
si ponga un gradino sopra gli altri.
E’
piuttosto la paura.
Abbiamo
infatti a che fare con una categoria che si sta sempre più invecchiando, dove i
giovani sono in netta minoranza, dove la media sta sopra i vent’anni
d’insegnamento. E’ vero che la scuola elementare ha vissuto l’ultimo ventennio
nella bufera, tra riforme strutturali e modificazioni programmatiche; è vero
che maestre e maestri si sono dovuti adattare a molteplici cambiamenti, dal
lavoro in team alla formazione continua; ma tutto questo non li ha resi
indifferenti ad ogni nuova ondata, non li ha posti su una plancia sicura nel
mare burrascoso; li ha resi anzi forse più incerti, più bisognosi di un approdo
certo, più desiderosi di terraferma.
E
invece si sentono ancora in mezzo ai flutti, in pericoloso ondeggio,
addirittura timorosi di perdersi definitivamente. Li ha posti in questa
condizione la controriforma morattiana, un misto minaccioso di tagli
indiscriminati e di una caterva di richieste burocratiche in più.
E
ne sono spaventati.
La
controriforma li pone davanti ad una drastica scelta : vuoi fare il tutor
o vuoi diventare labor? E nel momento in cui fa la domanda, carica i due
ruoli di diversa consistenza e differente immagine. Separa ciò che ora è unito,
allontana ciò che adesso è condiviso; innalza uno a suon di considerazione e
soldi, abbassa l’altro al ruolo marginale di integrazione.
Allora
cosa vuoi fare maestra/o? Vuoi la tua classettina che potrai plasmare a tua
immagine e somiglianza, oppure preferisci girovagare fra classi e alunni
indistinti? Vuoi occuparti della formazione e crescita di un gruppo in tutti i
suoi aspetti, oppure dedicarti ad attività di contorno in cui prevalga il
tecnicismo? Vuoi diventare il punto di riferimento educativo per alunni,
genitori, colleghi e dirigente, oppure essere lasciata/o nel limbo
dell’operatività e della consultabilità? In sostanza vuoi un’unità sicura e
importante, oppure una moltitudine incerta e mutante?
Ecco
come nasce la paura.
-
Massì – dice la maestra – una sola classe, dalla prima alla quinta, seppure con
tutte le responsabilità a mio carico, è sempre meglio che sbattermi fra 3/4/5
laboratori, con alunni sempre diversi.
Come
dar torto a questi insegnanti? Per alcuni di loro si tratta di tornare
addirittura al buon tempo antico del maestro unico, quando si poteva chiudere
la porta dell’aula e buttare la chiave, che tutto ciò che là dentro accadeva
era affare esclusivamente suo.
Dunque
la controriforma affonda uno dei suoi pilastri di sostegno in un terreno molle
e accogliente, il terreno della stanchezza, dell’unicità, della rigidità. Viene
incontro, come gran parte dell’ideologia berlusconiana, ad uno degli istinti
più bassi e primordiali, la conservazione, la sicurezza, la staticità.
Ma
per fortuna c’è un antidoto.
Certo,
chi in questi anni non è riuscito, non ha voluto, rimettere in discussione il
proprio ruolo educativo, chi non ha condiviso le scelte di team, chi non si è
aperto alla socializzazione degli interventi, chi ha continuato a chiudere la
porta dell’aula, pur non potendo più gettare via quella chiave che era ormai
posseduta anche da altri, saluterà la riforma come una revanche del buon
tempo antico e si metterà in prima fila per afferrare i tutorati distribuiti
dai dirigenti come medaglie al merito.
Ma
chi, magari avanzato d’età, ha sperimentato la dolcezza della libertà
condivisa, la democrazia delle scelte, la cooperazione educativa, la
distribuzione dei ruoli all’interno di una stessa finalità, difficilmente si
farà risucchiare dal vortice che viene dal basso e tenderà sempre a guardare
verso il cielo nella speranza di librarsi alla leggerezza degli ideali.
La
controriforma morattiana ci tarpa le ali e ci costringe a faccia in giù; può un
educatore impedirsi di volare?
11/7/2003