Democrazia imperiale
Di Arundhati Roy
L’impero è in marcia. “Democrazia” è il suo nuovo, astuto
grido di battaglia. La ricetta è semplice: far bollire, aggiungere
petrolio, poi bombardare. L’appello di Arundhati Roy alla società civile
americana
Il 3 luglio 1988 l’incrociatore lanciamissili Vincennes, di
stanza nel Golfo Persico, abbatté per errore un aereo di linea iraniano
uccidendo 290 passeggeri civili. Quando gli chiesero di commentare
l’incidente, George Bush primo, che all’epoca era impegnato nella
campagna elettorale per la presidenza, dichiarò con sagacia: “Non
chiederò scusa a nome degli Stati Uniti. Non mi importa come sono andati
i fatti”. Non mi importa come sono andati i fatti. Una massima perfetta
per il nuovo impero americano. Forse si può aggiungere una piccola
variazione sul tema: i fatti possono andare come vogliamo noi.
Negli Stati Uniti il sostegno dell’opinione pubblica
alla guerra contro l’Iraq si è basato su un cumulo di bugie e sotterfugi,
coordinati dal governo e fedelmente amplificate dai media delle
multinazionali. Oltre ai legami inventati fra Iraq e al Qaeda, c’è stato
l’allarme preconfezionato sulle armi di distruzione di massa irachene.
George Bush il piccolo è arrivato al punto di dire che sarebbe stato
“suicida” per gli Usa non attaccare l’Iraq.
Era un allarme con uno scopo preciso. George W. Bush
riproponeva una vecchia dottrina sotto una veste nuova: la dottrina del
colpo preventivo, vale a dire gli Stati Uniti possono fare tutto quello
che vogliono, e ormai questo è ufficiale.
La guerra contro l’Iraq è stata combattuta e vinta e
non sono state trovate armi di distruzione di massa. Neanche la più
piccola. Forse ce le dovranno mettere per scoprirle. E anche in questo
caso, i più critici di noi vorranno sapere perché Saddam Hussein non le
ha usate quando il suo paese è stato invaso. C’è chi chiede: cosa cambia
se l’Iraq non aveva armi chimiche e nucleari? Cosa cambia se non ci sono
collegamenti con al Qaeda? Cosa cambia se Osama bin Laden odia sia Saddam
Hussein sia gli Stati Uniti? Bush il piccolo ha detto che Saddam Hussein
era un “dittatore omicida”. Perciò – questo è il ragionamento – l’Iraq
aveva bisogno di un “cambiamento di regime”.
Poco importa se quarant’anni fa la Cia, quando era
presidente John F. Kennedy, contribuì a organizzare un cambiamento di regime
a Baghdad. Nel 1963, con un colpo di stato, in Iraq arrivò al potere il
partito Ba’ath. Usando elenchi forniti dalla Cia, il nuovo regime Ba’ath
eliminò sistematicamente centinaia di medici, insegnanti, avvocati e
personaggi politici noti per essere di sinistra.
Nel 1979, dopo una lotta interna al partito, Saddam
Hussein diventò presidente dell’Iraq. Nell’aprile del 1980, mentre Saddam
stava massacrando gli sciiti, il consigliere per la sicurezza nazionale
degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski dichiarò: “Non c’è una sostanziale
incompatibilità tra gli interessi degli Stati Uniti e dell’Iraq”.
Washington e Londra appoggiarono Saddam Hussein sia apertamente sia in
segreto. Lo finanziarono, lo equipaggiarono, lo armarono e gli fornirono
materiali che potevano essere usati per scopi civili ma anche per
produrre armi di distruzione di massa.
Sostennero la guerra di otto anni contro l’Iran e il
massacro del popolo curdo con il gas ad Halabja nel 1988. Crimini che
quattordici anni dopo sono stati usati come ragioni per giustificare
l’invasione dell’Iraq.
Tecnica efficace
Il punto è: se Saddam Hussein era tanto malvagio da
meritare il tentativo di assassinio più complicato e annunciato della
storia, allora sicuramente chi lo ha sostenuto dovrebbe almeno essere
processato per crimini di guerra. Perché nell’infame mazzo di carte degli
uomini e delle donne ricercate non figurano le facce dei funzionari di
governo statunitensi e britannici? Perché quando è in gioco l’impero, i
fatti non contano.
Sì, ma tutto questo fa parte del passato, ci dicono.
Saddam Hussein è un mostro che deve essere fermato. E solo gli gli Stati
Uniti possono fermarlo. È una tattica efficace: si usa l’urgenza morale
del presente per oscurare i peccati diabolici del passato e i terribili piani
per il futuro. Indonesia, Panama, Nicaragua, Iraq, Afghanistan – l’elenco
si allunga sempre di più. Anche ora ci sono regimi brutali che sono
finanziati – Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, repubbliche dell’Asia
centrale.
L’impero è in marcia, e Democrazia è il suo nuovo,
astuto grido di guerra. Democrazia, consegnata a domicilio dalle bombe a
grappolo. La morte è un prezzo modesto da pagare per assaggiare questo
nuovo prodotto: democrazia imperiale precotta (far bollire, aggiungere
petrolio, poi bombardare).
In questi ultimi mesi, mentre il mondo restava a
guardare, l’invasione e l’occupazione americana dell’Iraq sono state
trasmesse in diretta tv. Una civiltà di settemila anni è scivolata
nell’anarchia. Prima che la guerra cominciasse, l’ufficio per la
ricostruzione e l’assistenza umanitaria (Orha) ha inviato al Pentagono un
elenco di sedici importantissimi siti da proteggere. Il museo nazionale
era al secondo posto. Eppure il museo non è stato semplicemente
saccheggiato, è stato profanato. Era il custode di un antico retaggio
culturale. L’Iraq come lo conosciamo oggi faceva parte della Mesopotamia.
La civiltà che fiorì sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate produsse la
prima scrittura, il primo calendario, la prima biblioteca, la prima città
del mondo e, proprio così, la prima democrazia. Il re di Babilonia,
Hammurabi, fu il primo a codificare le leggi che regolavano la vita
sociale dei cittadini. Era un codice in cui le donne abbandonate, le
prostitute, gli schiavi e persino gli animali avevano dei diritti. Il
codice di Hammurabi segna non solo la nascita della legalità, ma la prima
intuizione del concetto di giustizia sociale. Il governo statunitense non
avrebbe potuto scegliere una terra meno adatta per inscenare la sua
guerra illegale ed esibire il suo grottesco disprezzo per la giustizia.
L’ultimo edificio nell’elenco dell’Ohra dei sedici siti
da proteggere era il ministero del petrolio. È stato l’unico che ha
ricevuto protezione. Forse l’esercito occupante pensava che nei paesi
musulmani gli elenchi si leggessero al contrario? La sicurezza del popolo
iracheno non era affare loro. La sicurezza dell’eredità culturale
irachena o di quel che restava della sua infrastruttura non era affare
loro. Ma la sicurezza dei giacimenti petroliferi iracheni sì. Certo che
lo era. I giacimenti di petrolio sono stati “messi al sicuro” quasi prima
che cominciasse l’invasione.
Tenuta fantasiosa
Il 2 maggio Bush il Piccolo ha aperto la sua campagna
elettorale per il 2004 sperando di essere finalmente eletto presidente
degli Stati Uniti. Con quello che probabilmente è stato il volo più breve
della storia, un jet militare è atterrato su una portaerei, la Abraham
Lincoln, attraccata vicinissima alla costa. Tanto vicina che stando
all’Associated Press i funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di
aver “posizionato questa nave enorme in modo da fornire la migliore
angolazione televisiva al discorso del presidente Bush, con lo sfondo del
mare invece della costa di San Diego”.
Il presidente Bush, che non ha fatto il servizio
militare, è emerso sul ponte con una tenuta fantasiosa – giubbotto
militare, stivali da combattimento, occhialoni da pilota, casco.
Salutando i soldati che lo acclamavano, ha ufficialmente proclamato la
vittoria sull’Iraq. È stato attento a dire che si trattava “soltanto di
una vittoria in una guerra al terrorismo… che continua ancora”.
Era importante evitare un esplicito annuncio di
vittoria, perché in base alla convenzione di Ginevra un esercito
vittorioso deve rispettare gli obblighi giuridici di una forza occupante,
una responsabilità di cui l’amministrazione Bush non vuole farsi carico.
E poi, quando le elezioni del 2004 saranno più vicine, per convincere gli
elettori esitanti potrebbe essere necessaria un’altra vittoria nella
“guerra al terrorismo”. La Siria è stata messa all’ingrasso in attesa di
essere uccisa. La distinzione fra campagna elettorale e guerra, fra
democrazia e oligarchia sembra scomparire rapidamente.
Un eufemismo
Secondo un sondaggio dell’istituto internazionale di
ricerche Gallup, il consenso a una guerra condotta “unilateralmente dagli
Stati Uniti e dai suoi alleati” non ha superato l’11 per cento in nessun
paese europeo. Ma i governi di Gran Bretagna, Italia, Spagna, Ungheria e
di altri paesi dell’Europa orientale sono stati elogiati per aver
ignorato l’opinione della maggioranza dei loro cittadini e per aver
sostenuto l’invasione illegale. Come si chiama questo? Nuova democrazia?
Come il nuovo Labour della Gran Bretagna?
La democrazia, la vacca sacra del mondo moderno, è in
crisi. Ed è una crisi profonda. In suo nome vengono commessi oltraggi di
ogni genere. È diventata poco più di una parola senza valore, un guscio
svuotato di contenuto e significato. Può essere tutto quello che volete.
La democrazia è la puttana del mondo moderno, disposta a vestirsi, a
spogliarsi, disposta a soddisfare tantissimi gusti, disponibile a farsi
usare e abusare.
Le democrazie moderne esistono da abbastanza tempo
perché i capitalisti neoliberali abbiano imparato come rovesciarle. Hanno
perfezionato la tecnica di infiltrarsi negli organi democratici– la
magistratura “indipendente”, la stampa “libera”, il parlamento – e
piegarli ai loro scopi. Il progetto di globalizzazione delle
multinazionali ha infranto le regole del sistema. Libere elezioni, una stampa
libera e una magistratura indipendente significano ben poco dopo che il
libero mercato le ha ridotte a merci in vendita al miglior offerente.
La democrazia è diventata l’eufemismo usato dall’impero
per parlare del neocapitalismo liberale. La macchina della democrazia è
stata efficacemente manomessa. Politici, baroni dei media, giudici, lobby
aziendali e funzionari di governo si sovrappongono e si intrecciano in
una complessa rete sotterranea che minaccia la struttura di controlli ed
equilibri fra la costituzione, i tribunali, il parlamento,
l’amministrazione e i mezzi di informazione indipendenti, che
costituiscono la base di una democrazia parlamentare. In molti casi
l’intreccio non né complesso né sottile.
Il capo del governo italiano Silvio Berlusconi, per
esempio, ha una quota di controllo in importanti quotidiani, riviste,
canali televisivi e case editrici. Negli Stati Uniti, Clear Channel
Worldwide Incorporated è il più grande proprietario di emittenti radio
del paese e controlla più di 1.200 canali. Il suo direttore generale ha
versato centinaia di migliaia di dollari per la campagna elettorale di
Bush. Ha organizzato comizi patriottici in favore della guerra in tutto
il paese e poi ha spedito i suoi inviati a seguirli come se fossero
notizie da prima pagina. L’era della creazione del consenso ha lasciato
il passo all’era della creazione delle notizie.
Presto le redazioni rinunceranno alla finzione e
cominceranno ad assumere direttori di teatro al posto dei giornalisti. Lo
show business americano diventa sempre più violento e bellicoso e le
guerre americane diventano sempre più simili allo show business, e sono
già in corso alcuni incroci interessanti. Il progettista che ha costruito
in Qatar il set da 250mila dollari usato dal generale Tommy Franks per
allestire la sala stampa dell’operazione shock and awe ha costruito anche
i set per la Disney, la Metro Goldwyn Meyer e lo show televisivo della
Abc Good Morning America. È un’ironia crudele che gli Stati Uniti
– il paese che vanta i difensori più appassionati della libertà di parola
e (fino a qualche tempo fa) la legislazione più complessa per difenderla
– abbiano ristretto così tanto lo spazio in cui tale libertà può
esprimersi. In modo strano e complesso, le discussioni e il furore che
accompagnano la difesa della libertà di parola in America mascherano la
rapida scomparsa di questa libertà.
L’impero dei media americano è controllato da una
minuscola cricca di persone. Il presidente della commissione federale per
le comunicazioni Michael Powell, figlio del segretario di stato Colin
Powell, ha proposto un’ulteriore deregolamentazione del settore che
porterà a una concentrazione ancora maggiore.
E così eccola – la più grande democrazia del mondo,
guidata da un uomo che non è stato eletto legittimamente. La corte
suprema gli ha donato il suo incarico. Che prezzo ha pagato il popolo
americano per questa presidenza illegittima?
Nei tre anni di mandato di George Bush il piccolo
l’economia americana ha perso più di due milioni di posti di lavoro.
Spese militari stravaganti, la privatizzazione dei servizi sociali e le
riduzioni fiscali per i più ricchi hanno provocato la crisi finanziaria
del sistema educativo degli Stati Uniti. Secondo un’indagine del
consiglio nazionale sulle legislature statali, gli stati americani nel
2002 hanno tagliato 49 miliardi di dollari nei servizi pubblici – sanità,
assistenza sociale, sussidi e istruzione. E quest’anno prevedono di
tagliare altri 25,7 miliardi di dollari. Il totale è di 75 miliardi di
dollari. La prima richiesta di bilancio di Bush per finanziare la guerra
in Iraq è stata di 80 miliardi di dollari.
E allora chi paga per la guerra? I poveri dell’America.
I suoi studenti, i suoi disoccupati, le sue ragazze madri, i pazienti dei
suoi ospedali e della sua assistenza a domicilio, i suoi insegnanti e gli
operatori sanitari. E chi sta veramente combattendo la guerra? Ancora una
volta, i poveri dell’America.
I soldati che si arroventano sotto il sole del deserto
iracheno non sono i figli dei ricchi. Solo uno fra tutti i membri della
camera dei rappresentanti e del senato ha un figlio che combatte in Iraq.
L’esercito di “volontari” degli Stati Uniti in realtà dipende
dall’arruolamento di bianchi poveri, neri, latinoamericani e asiatici che
cercano un modo per guadagnarsi da vivere e farsi un’istruzione. Le
statistiche federali rivelano che gli afroamericani sono il 21 per cento
del totale delle forze armate e il 29 per cento dell’esercito americano.
Rappresentano solo il 12 per cento della popolazione. È paradossale la
percentuale sproporzionata di afroamericani nell’esercito e nelle
prigioni. Forse dovremmo giudicarla in modo diverso e considerarla un
esempio di integrazione particolarmente efficace.
Quest’anno sarebbe stato il settantaquattresimo
compleanno di Martin Luther King, e il presidente Bush ha denunciato il
programma di affirmative action a favore dei neri e dei
latinoamericani nell’università del Michigan. Lo ha accusato di essere un
elemento di divisione e lo ha definito “ingiusto” e “incostituzionale”.
Il tentativo riuscito di escludere i neri dalle liste di voto nello stato
della Florida in modo che George W. Bush fosse eletto ovviamente non era
né ingiusto né incostituzionale. Immagino che le leggi per l’integrazione
a favore dei ragazzi bianchi di Yale siano sempre giuste e
costituzionali.
I vantaggi della guerra
E così sappiamo chi paga per la guerra. Sappiamo chi la
combatte. Ma chi ne beneficerà? Chi punta ai contratti per la ricostruzione,
che secondo alcuni calcoli valgono fino a cento miliardi di dollari?
Potrebbero essere i poveri, i disoccupati e i malati dell’America?
Potrebbero essere le ragazze madri americane? Oppure le minoranze nere e
latinoamericane? L’operazione Iraqi freedom, ci assicura George W. Bush,
serve a restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno. Cioè a
restituire il petrolio dell’Iraq al popolo iracheno attraverso le grandi
multinazionali. Come Bechtel, Chevron, Halliburton.
Ancora una volta, c’è un legame stretto fra le
leadership delle aziende, dei militari e del governo. La promiscuità,
l’impollinazione incrociata è scandalosa. Pensate: l’ufficio per la
politica della difesa è un gruppo di nomina governativa che fornisce
consulenze al Pentagono. Il Center for public integrity di Washington ha
scoperto che nove dei 30 membri di questo ufficio sono legati a società
che fra il 2001 e il 2002 si sono aggiudicate contratti per la difesa del
valore di 76 miliardi di dollari.
Uno di loro, Jack Sheehan, un generale dei marines in
pensione, è vicepresidente della Bechtel, il gigante internazionale delle
costruzioni. Riley Bechtel, presidente della società, è membro del
consiglio per le esportazioni del presidente. L’ex segretario di stato
George Shultz, anche lui membro del consiglio d’amministrazione del
gruppo Bechtel, è presidente della commissione consultiva del comitato
per la liberazione dell’Iraq. Quando il New York Times gli ha chiesto se
era preoccupato per la possibilità di un conflitto di interessi, ha
detto: “Non mi risulta che la Bechtel ne ricaverebbe vantaggi
particolari. Ma se c’è del lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di
società che potrebbe farlo”. Secondo il Center for responsive policy, la
Bechtel ha finanziato la campagna elettorale repubblicana con centinaia
di migliaia di dollari.
Sorveglianza automatizzata
A corollario di questo sotterfugio c’è la legislazione
antiterroristica americana. Il Patriot Act approvato nell’ottobre 2001 è
diventato il modello per analoghe leggi antiterrorismo adottate in tutto
il mondo. È stato approvato dalla camera con 337 voti contro 79. Il New
York Times ha scritto che “molti deputati non hanno potuto discutere
veramente e persino leggere il progetto di legge”.
Il Patriot Act apre un’era di sorveglianza automatizzata
e sistematica. Cancella le distinzioni fra discorsi e attività criminali
consentendo di giudicare gli atti di disobbedienza civile come
altrettante violazioni della legge. Centinaia di persone vengono
trattenute per un periodo di tempo indefinito in quanto “combattenti
illegali” (in India sono migliaia. In Israele attualmente sono detenuti
cinquemila palestinesi). I non-cittadini, ovviamente, non hanno nessun
diritto. Si possono semplicemente far “sparire”, come i cileni ai tempi
di un vecchio alleato di Washington, il generale Pinochet. Più di mille
persone, in molti casi musulmani o di origini mediorientali, sono state
arrestate, alcune non hanno neppure avuto diritto a un avvocato. Oltre a
pagare i reali costi economici della guerra, il popolo americano sta
pagando per queste guerre di “liberazione” con le sue stesse libertà. Per
gli americani comuni, il prezzo della “nuova democrazia” in altri paesi è
la morte della vera democrazia in patria.
Nel frattempo l’Iraq viene preparato alla “liberazione”
(ma forse intendevano “liberalizzazione”?). Il Wall Street Journal ha
scritto che “l’amministrazione Bush ha elaborato vasti progetti per
ricostruire l’economia irachena sul modello degli Stati Uniti”. La
costituzione dell’Iraq è in rifacimento. Le sue leggi commerciali,
fiscali e le leggi sulla proprietà intellettuale vengono riscritte per
trasformare il paese in un’economia capitalistica di stampo americano.
Ora che gli atti di proprietà vengono formalizzati,
l’Iraq è pronto per la nuova democrazia.
Dunque, come si chiedeva Lenin: che fare? Potremmo
anche accettare il fatto che non esistono forze militari convenzionali in
grado di sfidare con successo la macchina da guerra americana. Gli
attentati terroristici non fanno altro che offrire al governo statunitense
l’opportunità che sta ansiosamente aspettando per stringere ulteriormente
la sua morsa. A pochi giorni da un attacco potete scommettere che
verrebbe approvato un secondo Patriot Act. Opporsi all’aggressione
militare statunitense dicendo che farà aumentare le possibilità di
attentati terroristici è del tutto inutile. Chi abbia letto i documenti
sulla necessità di una guerra all’Iraq scritti nel 1998 dal gruppo
ultraconservatore del Progetto per il nuovo secolo americano può
confermarlo. Il fatto che Washington abbia messo a tacere il rapporto
della commissione del congresso sull’11settembre, secondo cui erano state
ignorate le segnalazioni dei servizi segreti su possibili attentati,
conferma anche che, malgrado tutto, i terroristi e il regime di Bush
potrebbero benissimo lavorare insieme. Entrambi ritengono che i popoli
siano responsabili per le azioni dei loro governi. Entrambi credono nella
dottrina della colpa collettiva e del castigo collettivo. Con le loro
azioni si aiutano a vicenda.
Il governo degli Stati Uniti ha già dimostrato in
termini inequivocabili la portata e la misura della sua capacità di
aggressione paranoica. Nella psicologia umana, l’aggressione paranoica di
solito è un indice di insicurezza nervosa. Si potrebbe sostenere lo stesso
anche per la psicologia delle nazioni. L’Impero è paranoico perché ha un
ventre molle.
Il suo territorio può essere difeso da pattuglie di
frontiera e armi nucleari, ma la sua economia è ramificata in tutto il
globo; e suoi avamposti economici sono esposti e vulnerabili.
La nostra strategia deve essere quella di isolare le
parti funzionanti dell’impero e disattivarle una a una.
Un’altra sfida urgente è quella di denunciare i mezzi
di informazione delle grandi multinazionali che sono realmente il bollettino
padronale. Dobbiamo creare un universo di informazione alternativa.
La battaglia per riprendersi la democrazia sarà
difficile. Le nostre libertà non ci sono state concesse da nessun
governo. Gliele abbiamo strappate noi. E quando ci rinunciamo, la battaglia
per riconquistarle si chiama rivoluzione. È una battaglia che deve
investire continenti e paesi. Non deve avere confini nazionali ma, se
vuole avere successo, deve cominciare qui, in America. L’unica
istituzione più potente del governo statunitense è la società civile
americana. Se vi unirete alla battaglia, non a centinaia di migliaia ma a
milioni, sarete accolti con gioia dal resto del mondo. E vedrete quanto è
bello essere gentili invece che brutali, sicuri invece che spaventati.
Trattati con amicizia invece che isolati. Amati invece che odiati.
Detesto essere in disaccordo con il vostro presidente.
Il vostro è sicuramente un grande paese. Ma voi potreste essere un grande
popolo. La storia vi sta offrendo un’occasione. Coglietela.
Traduzione di Gigi Cavallo
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