Manifesto-10 luglio

 

Copyright allo stato minimo


Pubblicato il rapporto sulla proprietà intellettuale voluto dal governo francese. Si al diritto d'autore, ma senza limitare la diffusione del sapere. Forti le critiche verso la folle corsa ai brevetti che domina la ricerca scientifica europea e statunitense. Allo stesso tempo viene auspicato che i risultati delle ricerche sul vivente siano di pubblico dominio
ANNA MARIA MERLO
Fin dove la proprietà intelettuale deve essere considerata un bene privato (e quindi oggetto di brevetto)? A parte la questione del brevetto, la domanda, estremamente attuale, era già stata posta all'epoca dell'Illuminismo. Allora, una polemica aveva opposto Denis Diderot a Condorcet. Secondo il primo, come già per il filosofo scozzese Locke, la proprietà delle produzioni dello spirito era indispensabile per incitare alla ricerca, permettendo all'autore di vivere del proprio lavoro. Per Condorcet, invece, non era moralmente fondata la domanda di imporre una proprietà intellettuale troppo estesa. Oggi, il dilemma resta identico: da un lato, è necessario proteggere il diritto d'autore e la proprietà intellettuale, ma dall'altro c'è il fatto che ogni innovazione si basa su scoperte precedenti (siamo dei nani sulle spelle di giganti, diceva Newton). La collettività deve tener conto dell'utilità sociale. A partire da questo dilemma, il «Consiglio di analisi economica del governo francese pubblica in questi giorni una ricerca» (commissionata ai tempi di Jospin) sulla «Proprietà intellettuale» (rapporti di Jean Tirole, Claude Henry, Michel Trommetter, Laurence Tubiana e Bernard Caillaud, edito da «La documentation française». Sito internet: www.cae.gouv.fr).

Il rapporto si concentra su due campi: le biotecnologie, il software e le tecnologie dell'informazione, più precisamente tutti i contenuti veicolati da tecnologie multimediali o le informazioni memorizzate, attraverso una loro rielaborazione, su supporti magnetici o su compact-disk. Non affronta la questione dal punto di vista morale, ma solo economico. Le conclusioni portano a una giudizio negativo, di disfunzionamento, degli uffici brevetti, sia negli Usa che in Europa. Un sistema «malato» nei paesi industrializzati, sottolinea l'economista Daniel Cohen nella parte dei «commenti» del rapporto, nefasto per la società. Oggi, la polemica infuria sull'estensione del campo del brevettabile e sulla sua profondità, ma nel frattempo, il numero dei brevetti esplode: 344mila domande di brevetto presentate negli Usa nel 2001, con una crescita del 45% rispetto al `97. Una crescita esplosiva analoga è registrata in Europa, dove, a settembre, il parlamento europeo, dopo un rinvio provocato dalle mobilitazioni di alcune associazioni per il software libero, sarà chiamato a votare sulla brevettabilità del software. Finora, in Europa il software era escluso dal campo del brevettabile, come le equazioni matematiche o le ricette di cucina. L'esplosione dei brevetti - cioè una protezione monopolistica concessa all'inventore per vent'anni - ha delle consegunze precise: la ricerca è frenata e la concorrenza mutilata dall'abuso di posizione dominante. Gli stati del sud del mondo ne soffrono particolarmente. Quello che è in gioco è la diffusione del sapere umano, da un lato, ma dall'altro è la protezione delle invenzioni per spingere all'innovazione. E' un dosaggio equo tra queste due esigenze contraddittorie che dovrebbe essere trovato, suggeriscono gli autori. Non solo per questioni morali, ma anche per ragioni economiche.

Oggi, la frontiera tra ricerca di base e ricerca applicata è diventata vaga e questo nuoce alla difusione di conoscenze a monte dei brevetti. Per non parlare della proliferazione di brevetti contestabili, dovuto anche, a volte, all'incopentenza dei giudici (da questo punto di vista, negli Usa l'uffico brevetti, che è unico, funziona meglio che in Europa). Ma, rispondono i difensori dei brevetti, la ricerca è cara e, senza protezione, non c'è incitazione a proseguire. L'esempio dei brevetti sui medicinali è interessante: il rapporto affronta la questione della riduzione del prezzo sulle medicine per i paesi poveri, possibilità che dovrebbe essere considerata come facente parte di un contratto morale mondiale (per esempio sui medicinali per l'aids, che gli Usa rifiutano di far circolare a prezzo ridotto nei paesi poveri). Ma se questo sistema puo' funzionare per medicinali che servono nel nord ricco come nel sud povero, non funziona per la ricerca su malattie tropicali, come la malaria: chi farà ricerca, se è sottoposto al vincolo di un prezzo basso? A questo punto, dovrebbe intervenire il finanziamento pubblico, anche a privati, sottoposti a precisi vincoli. Nel rapporto la «malattia» del sistema dei brevetti è illustrata da due esempi nel campo della brevettibilità dei geni. La società statunitense Myriad Genetics possiede i diritti, garantiti da brevetti Usa, su due geni - brca1 e brca2 - di predisposizione al cancro al seno. L'«Institut Pasteur» francese li contesta, perché questi brevetti hanno spinto i laboratori ospedalieri, anche negli Usa, a rinunciare a test clinici a partire dai geni brevettati. Inoltre, i brevetti Usa, troppo estesi, coprono tutte le funzioni dei due geni e tutte le applicazioni che ne possono derivare, anche se sconosciute al momento della domanda di brevetto da parte di Myriad Genetics. Il secondo caso esemplare riguarda l'aids. Nel `95, la società Usa «Human Genome Sciences» deposita un brevetto sul gene che contiene la proteina ccr5, senza specificazioni né sulla diagnostica né sulla terapia. Ma, mentre la domanda è all'esame, alcuni ricercatori pubblici statunitensi e belgi scoprono che la proteina ccr5 funziona come un recettore per la penetrazione nelle cellule umane del virus dell'aids HIV. Ma il brevetto viene accordato alla «Human Genome Science» e copre tutte le funzioni della ccr5, anche quelle non scoperte dalla società. Da allora, la «Human Genome Sciences» percepisce delle royalties su tutte le nuove medicine contro l'aids sviluppate a partire dalla scoperta del ruolo della ccr5, anche se questo ruolo è stato trovato da ricercatori pubblici che non avevano nulla a che vedere con la società. Il rapporto suggerisce di escludere i brevetti sui geni, poiché i diritti di proprietà attuali sul vivente sono eccessivamente estesi. Solo l'invenzione dovrebbe essere brevettabile, non la scoperta, invece ormai trattata come un'invenzione. Il brevetto è così diventato un fine in sé, per guadagnare poi con le licenze. Gli autori suggeriscono anche che, per le innovazioni, venga stabilito un sistema di licenze obbligatorie, a un prezzo abbordabile, soprattutto per i paesi in via di sviluppo e per la piccola e media impresa. Infine, escludere il brevetto sui geni e sul vivente impedirebbe alle grandi società di depredare i paesi poveri dello loro risorse naturali, di cui perdono cosi' il controllo.

Sul copyright per il software, il rapporto sottolinea che una forma di protezione è necessaria per evitare pirataggi e sfruttamento commerciale di software copiati. Questa protezione pero' dovrebbe essere «rara» (al contrario della tendenza dell'Ufficio europeo brevetti) e «profonda», ma relativamente «ristretta» (non deve coprire altri mercati, attraverso le interfacce). Inoltre, i brevetti in questo campo dovrebbero poter convivere con il «software liberi», cioè non sottoposto alle attuali leggi sulla proprietà intellettuali. Ma, nei commenti, l'economista Lionel Fontagné, sottolinea i rischi nel mondo attuale: ridurre la protezione intellettuale in Europa spingerebbe la ricerca verso gli Usa. Purtroppo, la possibilità di un'intesa mondiale è ancora lontana e ogni sotto-sistema ha interesse a proteggere troppo ciò che vi è a monte della scoperta, per garantirsi una rendita di posizione.