Copyright allo stato minimo
Pubblicato
il rapporto sulla proprietà intellettuale voluto dal governo francese. Si al diritto
d'autore, ma senza limitare la diffusione del sapere. Forti le critiche verso
la folle corsa ai brevetti che domina la ricerca scientifica europea e
statunitense. Allo stesso tempo viene auspicato che i risultati delle ricerche
sul vivente siano di pubblico dominio
ANNA
MARIA MERLO
Fin dove
la proprietà intelettuale deve essere considerata un bene privato (e quindi
oggetto di brevetto)? A parte la questione del brevetto, la domanda,
estremamente attuale, era già stata posta all'epoca dell'Illuminismo. Allora,
una polemica aveva opposto Denis Diderot a Condorcet. Secondo il primo, come
già per il filosofo scozzese Locke, la proprietà delle produzioni dello spirito
era indispensabile per incitare alla ricerca, permettendo all'autore di vivere
del proprio lavoro. Per Condorcet, invece, non era moralmente fondata la
domanda di imporre una proprietà intellettuale troppo estesa. Oggi, il dilemma
resta identico: da un lato, è necessario proteggere il diritto d'autore e la
proprietà intellettuale, ma dall'altro c'è il fatto che ogni innovazione si
basa su scoperte precedenti (siamo dei nani sulle spelle di giganti, diceva
Newton). La collettività deve tener conto dell'utilità sociale. A partire da
questo dilemma, il «Consiglio di analisi economica del governo francese
pubblica in questi giorni una ricerca» (commissionata ai tempi di Jospin) sulla
«Proprietà intellettuale» (rapporti di Jean Tirole, Claude Henry, Michel
Trommetter, Laurence Tubiana e Bernard Caillaud, edito da «La documentation
française». Sito internet: www.cae.gouv.fr).
Il rapporto si concentra su due campi: le biotecnologie, il
software e le tecnologie dell'informazione, più precisamente tutti i contenuti
veicolati da tecnologie multimediali o le informazioni memorizzate, attraverso
una loro rielaborazione, su supporti magnetici o su compact-disk. Non affronta
la questione dal punto di vista morale, ma solo economico. Le conclusioni
portano a una giudizio negativo, di disfunzionamento, degli uffici brevetti,
sia negli Usa che in Europa. Un sistema «malato» nei paesi industrializzati,
sottolinea l'economista Daniel Cohen nella parte dei «commenti» del rapporto,
nefasto per la società. Oggi, la polemica infuria sull'estensione del campo del
brevettabile e sulla sua profondità, ma nel frattempo, il numero dei brevetti
esplode: 344mila domande di brevetto presentate negli Usa nel 2001, con una
crescita del 45% rispetto al `97. Una crescita esplosiva analoga è registrata
in Europa, dove, a settembre, il parlamento europeo, dopo un rinvio provocato dalle
mobilitazioni di alcune associazioni per il software libero, sarà chiamato a
votare sulla brevettabilità del software. Finora, in Europa il software era
escluso dal campo del brevettabile, come le equazioni matematiche o le ricette
di cucina. L'esplosione dei brevetti - cioè una protezione monopolistica
concessa all'inventore per vent'anni - ha delle consegunze precise: la ricerca
è frenata e la concorrenza mutilata dall'abuso di posizione dominante. Gli
stati del sud del mondo ne soffrono particolarmente. Quello che è in gioco è la
diffusione del sapere umano, da un lato, ma dall'altro è la protezione delle
invenzioni per spingere all'innovazione. E' un dosaggio equo tra queste due
esigenze contraddittorie che dovrebbe essere trovato, suggeriscono gli autori.
Non solo per questioni morali, ma anche per ragioni economiche.
Oggi, la frontiera tra ricerca di base e ricerca applicata è
diventata vaga e questo nuoce alla difusione di conoscenze a monte dei brevetti.
Per non parlare della proliferazione di brevetti contestabili, dovuto anche, a
volte, all'incopentenza dei giudici (da questo punto di vista, negli Usa
l'uffico brevetti, che è unico, funziona meglio che in Europa). Ma, rispondono
i difensori dei brevetti, la ricerca è cara e, senza protezione, non c'è
incitazione a proseguire. L'esempio dei brevetti sui medicinali è interessante:
il rapporto affronta la questione della riduzione del prezzo sulle medicine per
i paesi poveri, possibilità che dovrebbe essere considerata come facente parte
di un contratto morale mondiale (per esempio sui medicinali per l'aids, che gli
Usa rifiutano di far circolare a prezzo ridotto nei paesi poveri). Ma se questo
sistema puo' funzionare per medicinali che servono nel nord ricco come nel sud
povero, non funziona per la ricerca su malattie tropicali, come la malaria: chi
farà ricerca, se è sottoposto al vincolo di un prezzo basso? A questo punto,
dovrebbe intervenire il finanziamento pubblico, anche a privati, sottoposti a
precisi vincoli. Nel rapporto la «malattia» del sistema dei brevetti è
illustrata da due esempi nel campo della brevettibilità dei geni. La società
statunitense Myriad Genetics possiede i diritti, garantiti da brevetti Usa, su
due geni - brca1 e brca2 - di predisposizione al cancro al seno. L'«Institut
Pasteur» francese li contesta, perché questi brevetti hanno spinto i laboratori
ospedalieri, anche negli Usa, a rinunciare a test clinici a partire dai geni
brevettati. Inoltre, i brevetti Usa, troppo estesi, coprono tutte le funzioni
dei due geni e tutte le applicazioni che ne possono derivare, anche se
sconosciute al momento della domanda di brevetto da parte di Myriad Genetics.
Il secondo caso esemplare riguarda l'aids. Nel `95, la società Usa «Human Genome
Sciences» deposita un brevetto sul gene che contiene la proteina ccr5, senza
specificazioni né sulla diagnostica né sulla terapia. Ma, mentre la domanda è
all'esame, alcuni ricercatori pubblici statunitensi e belgi scoprono che la
proteina ccr5 funziona come un recettore per la penetrazione nelle cellule
umane del virus dell'aids HIV. Ma il brevetto viene accordato alla «Human
Genome Science» e copre tutte le funzioni della ccr5, anche quelle non scoperte
dalla società. Da allora, la «Human Genome Sciences» percepisce delle royalties
su tutte le nuove medicine contro l'aids sviluppate a partire dalla scoperta
del ruolo della ccr5, anche se questo ruolo è stato trovato da ricercatori
pubblici che non avevano nulla a che vedere con la società. Il rapporto suggerisce
di escludere i brevetti sui geni, poiché i diritti di proprietà attuali sul
vivente sono eccessivamente estesi. Solo l'invenzione dovrebbe essere
brevettabile, non la scoperta, invece ormai trattata come un'invenzione. Il
brevetto è così diventato un fine in sé, per guadagnare poi con le licenze. Gli
autori suggeriscono anche che, per le innovazioni, venga stabilito un sistema
di licenze obbligatorie, a un prezzo abbordabile, soprattutto per i paesi in
via di sviluppo e per la piccola e media impresa. Infine, escludere il brevetto
sui geni e sul vivente impedirebbe alle grandi società di depredare i paesi
poveri dello loro risorse naturali, di cui perdono cosi' il controllo.
Sul copyright per il software, il rapporto sottolinea che
una forma di protezione è necessaria per evitare pirataggi e sfruttamento
commerciale di software copiati. Questa protezione pero' dovrebbe essere «rara»
(al contrario della tendenza dell'Ufficio europeo brevetti) e «profonda», ma
relativamente «ristretta» (non deve coprire altri mercati, attraverso le
interfacce). Inoltre, i brevetti in questo campo dovrebbero poter convivere con
il «software liberi», cioè non sottoposto alle attuali leggi sulla proprietà
intellettuali. Ma, nei commenti, l'economista Lionel Fontagné, sottolinea i
rischi nel mondo attuale: ridurre la protezione intellettuale in Europa
spingerebbe la ricerca verso gli Usa. Purtroppo, la possibilità di un'intesa
mondiale è ancora lontana e ogni sotto-sistema ha interesse a proteggere troppo
ciò che vi è a monte della scoperta, per garantirsi una rendita di posizione.