ovvero una lettura critica della premessa al documento denominato Progetto
Buonsenso
Di Vittorio Delmoro
Sarà la diffidenza, sarà la rigidità mentale, sarà
la sclerotizzazione dell’età che avanza, ma questo documento appena scaricato
da Internet che ho iniziato a leggere non mi piace per niente.
La diffidenza è scontata, visto che sono stato tra
i primi a denunciare il tentativo sornione di farci digerire l’indigesto
pastone di quelli del cappuccino, come prima si erano umilmente
definiti. Evidentemente deve esserci stato uno scatto di dignità se questo
gruppo bipartizan si attribuisce ora un più accattivante buonsensismo, con
l’intento, sembra, di presentarsi a noi interlocutori scolastici con un faccia
più sorridente (Berlusconi docet).
Ma tutto questo è già classificato e incasellato
dal gruppo nella categoria della resistenza al cambiamento, resistenza
fisiologica presente in ogni processo di riforma, quando invece dall’altra
parte della barricata (termine terribile, obsoleto e deviante, nevvero?) viene
visto come una delle tante zeppe che provano a frenare e magari arrestare il
treno lanciato da questo governo contro la scuola pubblica.
Per costoro, i buonsensisti, già amanti del
cappuccino fra amici, siamo solo un ostacolo fisiologico, prevedibile, di
retroguardia, di cui sbarazzarsi il più velocemente possibile, perché
l’innovazione possa al fine dispiegare tutte le sue potenzialità di progresso.
Affinché dunque questi illustri buonsensisti non mi
archivino subito tra i ferrivecchi nostalgici del buon tempo antico ed
immutabile, sono costretto a qualche nota autobiografica : la mia carriera
scolastica è sempre stata all’insegna dell’innovazione e della sperimentazione;
ho accumulato uno scartafascio di attestati di partecipazione a corsi di
aggiornamento di ogni tipo; ho tenuto io stesso corsi di formazione sulle
tecnologie della comunicazione ed è solo da qualche anno che le mie energie
sono prevalentemente dirette a contrastare prima la politica berlingueriana dei
tagli e del concorsone e poi la controriforma morattiana, più che a continuare
a cercare nuovi e più efficaci percorsi perché quei bambini che ogni giorno ci
vengono affidati possano costruirsi una personalità all’altezza dei loro
diritti.
Figuriamoci quindi se io non sono d’accordo coi
buonsensisti sulla critica all’unità classe, agli orari cristallizzati, ai
libri di testo disciplinarizzati, quando invece servirebbe una valorizzazione
degli apprendimenti maturati dagli allievi. Tutte porte aperte, già sfondate da
un costruttivista (anzi costruzionista alla Papert) come me!
Allora cos’è che mi disturba in questa premessa del
cosiddetto progetto buonsenso?
Cos’è che mi fa autoiscrivere al gruppo dei resistenti
al cambiamento?
Comincerò col dire quello che non mi piace a
partire dalle MOTIVAZIONI.
Motivazione n. 2 (sulla prima non si può che essere
d’accordo) : La scuola non può più pensarsi al di fuori di un sistema
formativo allargato e sempre più integrato.
Basterebbe intendersi sui termini e sul loro
significato, perché credo sia stata proprio questa motivazione a spingere
l’allora ministro Berlinguer a promuovere e far approvare la legge sulle scuole
paritarie, che ora la Moratti sta sfruttando in maniera così becera.
I buonsensisti intendono forse dar ragione al pedagogista
di corte (Bertagna) quando afferma che la scuola italiana ha sostanzialmente
fallito il proprio compito formativo e che dunque bisogna mettere in campo
altre agenzie, a cominciare dalla famiglia?
Questa motivazione n. 2 potrebbe semplificarsi nello
slogan meno pubblico e più privato?
La risposta alla domanda non si fa attendere,
perché poche righe dopo si archivia nella suddetta categoria dei ferrivecchi lo
slogan politico e di sinistra di scuola svenduta ai privati, slogan
definito vieto, da uso partigiano e da disputa ideologica.
Non solo, ma si afferma chiaramente che armonizzare
il sistema scolastico significa anzitutto realizzare un sistema formativo
integrato fra scuole statali e non statali.
Allora, o io sono cretino o mi si vuol far passare
per tale.
Se attualmente le scuole private (non statali) non
raggiungono neanche il 10% del totale, come è possibile che la soluzione
dell’ipotizzato fallimento della scuola italiana consista nell’integrazione tra
questa miseria e l’enormità del 90%?
A meno che non si voglia gabbare questo 10% come il
non plus ultra della formazione dei giovani, come una guida per l’intero
sistema scolastico, come la sua parte trainante, una favola in qualche modo
rivalutata poco oltre, dove si afferma che si potrebbe valorizzare
l’esperienza di alcune scuole paritarie, che hanno saputo costruire un POF
veramente all’altezza.
Non mi pare, almeno per la poca conoscenza che ne
ho, che le scuole private rappresentino questo fulcro innovativo (tranne le
solite, costose, eccezioni) e se anche così fosse (ma non è), lo stato dovrebbe
caso mai esserne stimolato a fornire la propria scuola di tutte le risorse
necessarie allo scopo, piuttosto che sopprimerla per far entrare i privati.
C’è però un secondo punto che mi appare ancora più
grave di questa ormai vieta considerazione che il privato è meglio del
pubblico : l’idea di base che la controriforma morattiana sia figlia di una
semplice contrapposizione a quella precedente, prigioniera quasi di un
programma elettorale che non poteva essere repentinamente rimangiato, una
specie di slogan propagandistico che però pian piano potrebbe essere riempito
di contenuti più profondi, più condivisi e più bipartizan, che è poi lo scopo
dei buonsensisti.
È come se costoro dicessero al governo : va bene,
capiamo le vostre motivazioni, giustifichiamo la verve della lotta politica,
comprendiamo la vostra necessità di mostrarvi diversi; ma ora dovete affidarvi
a noi per dare sostanza e anche gambe al vostro progetto di cambiamento.
Vogliamo chiamarli portatori d’acqua, piuttosto che
servi sciocchi? Fate voi, non sono certo le definizioni sprezzanti o più
gentili a fare la differenza, sono piuttosto le analisi e il polso della
situazione.
L’errore buonsensista infatti sta proprio nel
manico : questa non è una controriforma malata di contrapposizione, è invece
figlia naturale di un progetto politico e culturale complessivo, lo stesso che
sta alla base delle scelte governative sia nel mondo del lavoro
(ultraflessibilità), sia nelle relazioni sindacali (consultazione, non
contrattazione; e poi cogestione del mercato del lavoro), sia nella sanità
(prestazioni pagate dalle assicurazioni personali), sia nell’economia (pensioni
integrative, TFR obbligatorio nei fondi) e giù giù per tutte le scelte fatte in
questi due anni e mezzo.
Riadeguare la controriforma morattiana
correggendone gli errori più macroscopici e fornendo soluzioni (che immagino
numerose e fondanti nei capitoli successivi che non ho ancora letto) per
renderla più digeribile è dunque solo un puntello di razionalità fornito ad una
politica complessiva che sa invece molto bene dove vuole andare a parare (Bush,
faro del mondo).
Quel che invece non si capisce è come sia possibile
che persone così attente e così lucide non si rendano conto di questo fatto
(oppure se ne rendono conto perfettamente, e scelgono una scalcinata terza via
di triste memoria…).
Ci sarebbe infine da esaminare la comparsa (sempre
nella premessa) del termine impresa, che come è ormai noto fa subito
saltare la mosca al naso a noi veteroresistenti. Ma vi rinvio ad un prossimo
appuntamento, quando avrò approfondito maggiormente la sostanza del documento.
16/10/2003