DENTRO LE CONTRADDIZIONI, LE UTOPIE E LE CONTIGUITA’
DEL PROGETTO BUONSENSISTA
Forse potrebbero essere sufficienti le
considerazioni delle Minervine (sull’editoriale di Proteo) per mettere a
tacere all’istante i buonsensisti, ma temo che costoro, forti anche
della spocchia dalemiana, se la cavino invece con un’alzata di spalle e la
convinzione che noi poveri lavoratori della scuola non riusciremo mai a
raggiungere i livelli del loro siderale pensiero e che dunque meritiamo solo un
po’ di indifferente paternalismo.
Inoltre non voglio pensare (come adombrato dalle Minervine)
che in fondo si tratti solo di avances per una prossima poltrona, seppure
questo non sia da escludere nell’era del cavalier banana, che ci sta abituando
anche a cose peggiori.
Voglio invece considerare i buonsensisti
degli interlocutori seri, con un loro progetto di scuola (e di società), da
mettere a confronto con la visione che delle stesse tematiche abbiamo noi del
livello più basso, o che almeno ho io che in questo settore lavoro da una vita.
Per questo vale forse la pena entrare nel merito.
Dividerò il mio intervento in tre parti :
Prima parte - LE PROPOSIZIONI, dove si dà una
lettura critica delle proposte buonsensiste
Seconda parte : LE ILLUSIONI, dove si dà conto
delle numerose utopie cui i buonsensisti vanno soggetti, nel loro alto
elucubrare
Terza parte : LE ADESIONI, dove si elencano tutti i
punti su cui i buonsensisti sono d’accordo con la controriforma morattiana.
Comincerò dagli insegnanti (maledetto
corporativismo!) e anche dalla valutazione, che invece i buonsensisti relegano
alla fine.
Che io non sia un arroccato difensore dello status
quo potrebbe dimostrarlo il fatto che sono stato l’unico del mio istituto a non
scioperare contro il concorsone, che pure avevo aspramente criticato; il
fatto è che non mi sembra logico e neppure accettabile che noi insegnanti che
valutiamo praticamente ogni giorno i nostri alunni, non amiamo sottoporci ad
alcuna valutazione, come fossimo una casta di intoccabili; abbiamo già la
libertà di insegnamento e dunque non dovremmo avere paura di sottoporci ad un
giudizio.
I buonsensisti infatti puntano molto sulla
valutazione, i cui contenuti sarebbero gli apprendimenti, gli insegnamenti e
il modello organizzativo. Quello che fa storcere la bocca sono gli effetti
di tali pratiche, effetti che vanno dalle lieve contrarietà alla drammatica
rescissione.
La contrarietà è di chi si troverebbe giudicato
negativamente all’interno di un sistema di autovalutazione (in parte già ora in
atto, ma senza protocolli nazionali) e quindi rifuggito; il dramma sta invece
nella seguente frase : La prospettiva deve essere quella di aprire una carriera docente su cui
è necessario dire con chiarezza che devono essere introdotti elementi di discontinuità
e di rischio, cioè si può essere trasferiti o licenziati.
Per le scuole le cose
vanno anche peggio : l’autovalutazione dovrebbe consentire il ranking; vale a
dire una vera e propria graduatoria.
È vero che lorsignori si
premurano con circonlocuzioni dall’apparente sapore rassicurante : La
valutazione è finalizzata a fornire ai decisori elementi per il governo del
sistema, agli operatori elementi per il miglioramento del servizio, e agli
utenti elementi conoscitivi per compiere scelte che consentano di conseguire il
massimo possibile di risultati (“successo formativo”) tenuto conto delle
circostanze… Le modalità e gli scopi
(della valutazione) non sono punitivi, ma di miglioramento del servizio
scolastico.
Ma io mi chiedo : quale
sorte toccherà a chi si ritroverà in fondo al ranking (inteso sia come scuola,
sia come docenti)?
E poi, punto mai risolto
: su quali protocolli sarà effettuata tale valutazione, visto che si parla
anche degli apprendimenti degli studenti?
Un altro aspetto
allarmistico della questione insegnanti è che, in attesa del loro drastico
ridimensionamento numerico, si ridimensioni anche la loro funzione; i
buonsensisti parlano di articolazione in diversi segmenti : insegnanti
curricolari, insegnanti non curricolari, insegnanti supplenti, insegnanti
coordinatori, insegnanti tutor, ecc. Il tutto all’interno di un’organizzazione
che preveda la frequente scomposizione del tradizionale gruppo classe e
curricoli opzionali legati alla vocazione del territorio (e della famiglia).
Ora mi domando : se già
adesso gli 850 mila docenti coprono a malapena classi con 25/28 alunni, come si
riuscirebbe a dividere ad esempio la classe in due, così da far seguire ad ogni
gruppo un percorso diverso? La mia logica dice : meno insegnanti, meno
opportunità; non certo il contrario!
Infine c’è una
considerazione che mi infastidisce : Bisogna dire con grande chiarezza che
gli insegnanti attuali, nella maggioranza dei casi, non sono in sintonia con un
approccio che privilegi l'apprendimento e la centralità del ragazzo, rispetto
all'insegnamento e alla centralità del docente. Credo di capire il senso
che i buonsensisti vogliono dare a questa affermazione, ma c’è sempre il
rischio che invece si intenda retrocedere gli insegnanti ad un ruolo inferiore
a quello degli alunni-utenti. Mettiamoli almeno sullo stesso piano!
Passo ora alla funzione
assegnata alla scuola dal progetto buonsensista.
Riassumendo molto la
scuola autonoma deve essere aperta all’esterno, non considerarsi più l’unica
agenzia educativa, deve sottoporsi alla valutazione sia dell’utenza che di un
ente esterno, deve offrire il massimo di personalizzazione e mettersi in rete.
Molte di queste cose la
scuola le fa già, seppure in modo autonomo, cioè senza parametri
generali e nazionali; tranne una : la personalizzazione.
C’è una frase del
Progetto che mi mette a disagio : In tutti i campi della vita sociale si assiste oggi all’affermazione
di un bisogno da parte degli individui e dei gruppi di vedere riconosciuta la
propria identità, di fruire di spazi di libertà, sia positiva (libertà di,
partecipazione) sia negativa (libertà da, autonomia)… Ciò vale tanto per le
imprese che debbono fare i conti sul mercato con una domanda più esigente e
differenziata di un tempo, quanto per le organizzazioni pubbliche o sottoposte
a forme pubbliche di regolazione, come la scuola.
Il disagio è dovuto al fatto che pur ritenendo vera
la prima frase, non concordo molto sulla seconda; ad aprirmi gli occhi è stato
principalmente Arturo Ghinelli che nel suo intervento (Fioriregistro – 17
ottobre) traduce la personalizzazione prevista dalla controriforma morattiana
col precettorato. E torno anche ai 28 alunni per classe : quale precettore (o
tutor che si voglia definire) potrà mai personalizzare il suo intervento?
Nella mia esperienza concreta ho ormai capito che
gli arricchimenti culturali più concreti e più duraturi non avvengono tanto
all’interno della classe (numerosa), quanto nei piccoli gruppi di lavoro, dove
davvero l’insegnante può essere tutor-precettore. Ma in quali tempi e con quale
organico?
Dentro al concetto di apertura all’esterno della
scuola statale sta poi l’eterna diatriba con la scuola privata da un lato e col
sistema delle imprese dall’altro. Ammiro l’agevole arrampicata sugli specchi
dei buonsensisti per giustificare e rendere immediatamente costituzionale
il finanziamento statale alle scuole private, arrampicata che giunge
addirittura ad affermare che lo stato ci guadagna pure! Fosse vero bisognerebbe
vendere la scuola ai privati, come già si sta facendo per il patrimonio
culturale. Lo stato incasserebbe così tanti soldi e perderebbe probabilmente i
cittadini, ma tant’è, non sembra uno scambio scandaloso!
Quanto all’impresa, qui l’arrampicata è più lunga e
anche più agevole, tanto ha scavato la talpa berlusconiana figlia della
globalizzazione selvaggia.
Occorre puntare su un avvicinamento fra studio e
lavoro, fra scuola e impresa –
dicono i buonsensisti, reintroducendo la terza i del programma di
centrodestra.
Di qui si parte per una lunga tirata sul valore del
lavoro, sulla dignità della formazione professionale e su una cultura che ha
sempre privilegiato l’istruzione, considerando la professione come un ripiego e
un fallimento.
E questo ci porta all’ultimo elemento pregnante
della proposta buonsensista : la valorizzazione del doppio canale.
I buonsensisti dedicano pagine e pagine alla
istruzione e formazione professionale, una montagna di discorsi sotto cui
seppellire tutte le contestazioni mosse da quel branco di estremisti
conservatori cui appartengo anche io, vale a dire la definizione del
secondo canale secondario (quello appunto della formazione professionale) come
valvola di sfogo del sistema e nuovo serbatoio della scuola di classe.
Se infatti questo secondo canale fosse davvero così
come lo prefigurano i buonsensisti, non credo che ci sia estremista che lo
possa distruggere; è vero invece il contrario, che cioè queste previsioni fanno
parte del mondo di utopia, come cercherò di dire nella seconda parte.
Ma intanto soffermiamoci su alcune questioni.
- Il valore legale del titolo di studio : dovrebbe
essere abolito e le singole scuole (in base a quel ranking che dicevo prima)
rilascerebbero un proprio titolo,
un po’ come avviene ora quando ti richiedono da quale scuola o università
proviene il tuo diploma o laurea.
- La netta separazione tra sistema dei licei e
sistema della formazione professionale, che pur avvicinandosi nella sostanza
(tanto che si parla di lavoro nei licei e di istruzione nella formazione
professionale), devono differenziarsi al massimo nella forma : Ci sembra opportuno
evitare la proliferazione degli indirizzi, soprattutto per quei licei, come il
tecnologico, l’economico e l'artistico, in cui si corre il rischio di non
cogliere l'alternativa all'insegnamento ex cathedra offerta dal nuovo sistema
della formazione e dell'istruzione professionale… Non moltiplicare gli
indirizzi nel sistema dei licei, poiché da questo deriverebbe una sorta di
sdoppiamento della medesima offerta formativa. Vale a dire che i due
canali devono restare il più possibile lontani ed essere visti come tali, anche
se i passaggi tra l’uno e l’altro sono non solo possibili, ma anche
auspicabili.
Appare dunque contraddittoria la
seguente affermazione : una concezione
gerarchica e selettiva della scuola italiana (…) è all’origine da un lato del
processo di ‘licealizzazione’ degli istituti tecnici e professionali, e
dall’altro di una endemica carenza di tecnici e di quadri colti e ben
qualificati di cui soffre in maniera sempre più preoccupante la struttura
produttiva del nostro Paese. Per cui si dovrebbe invece riunificate ciò che si vuole
decisamente separare.
- Dove va l’Europa? Solo per
annotare un’altra contraddizione (o sarò io che non capisco) : D’altronde, la tendenza a rivalutare l’istruzione e
formazione professionale, a conferirle un maggiore spessore culturale pur mantenendone come specificità un più
ravvicinato legame con il lavoro, a raccordarla in vario modo alla formazione
generale in modo da lasciare aperte il più possibile le scelte degli studenti e
a configurarla come un tracciato non inferiore all’istruzione liceale ma
equivalente nella sua diversità, è una tendenza che va diffondendosi a livello
internazionale ed è, del resto, l’unica strategia possibile per evitare che si
determini, come sta accadendo in alcuni paesi, il progressivo svuotamento
dell’istruzione e formazione professionale a favore dell’istruzione liceale. Dunque alcuni paesi vanno da una
parte (sbagliando) e altri da un’altra; chissà cosa garantisce che siamo noi a
non sbagliare…
C’è infine un ultimo punto che,
contrariamente a tutto il resto del malloppo che vola così alto da risultare
poco trattabile, naviga terra terra, tutto teso al raggiungimento di uno scopo
che pare proprio a portata di mano : il consenso.
Nel documento occhieggia qua e là
questo buonsenso (questo sì!) volto a convincere tutto lo staff morattiano che
manca di tattica e che per questo servizio è meglio rivolgersi alla sinistra
(una certa sinistra…).
Proviamo a leggere la seguente
solfa di affermazioni :
Le resistenze al cambiamento (sono il) principale
elemento di resistenza (e) se si vuole definirlo in modo sommario e sintetico,
può essere definito come "rigidità.
Sia il governo che l'opposizione sono parsi in
qualche modo condizionati da uno status quo consolidato e difficile da
trasformare sul piano della cultura e su quello dell'organizzazione.
Sarebbe ingenuo ignorare che (gli insegnanti)
costituiscono, con le loro famiglie, una parte così consistente
dell'elettorato, che nessuna decisione politica può permettersi di scontentarli. E' perfino stucchevole ripetere ancora che
nessuna riforma è possibile senza il sostegno e la partecipazione degli
insegnanti.
La gradualità è
indispensabile non solo per motivi culturali, ma perché è impossibile sia
moltiplicare gli stipendi attuali, sia ridimensionare significativamente il
numero dei docenti in tempi brevi, e questo anche se ci fosse un chiaro e reale
contesto riformatore", perché le resistenze consolidate sono fortissime, e
non solo a livello sindacale.
Il riformatore avveduto ha ben presenti le
abitudini e le idee consolidate della gente, e quando non può perseguire ciò
che è giusto non disdegna di migliorare quel che è sbagliato.
Perché la riforma finalmente decolli e possa
svilupparsi occorre saperle garantire un quadro di consapevolezze e di consensi
da parte sia degli "addetti ai lavori" che delle famiglie e della
pubblica opinione in generale, che devono essere messi nelle condizioni di
condividerne le profonde ragioni culturali.
Un sistema educativo che si pone al servizio della
persona vive le contraddizioni del nostro tempo come una sfida: si può e si
deve difendere una cultura che è, insieme , unitaria e complessa, ma si può
farlo solo se si crede in un obiettivo comune, se si sceglie di correre il
rischio dell'impopolarità, del non politicamente corretto.
Quest’ultima frase in particolare
ci trasferisce velocemente sul pianeta Utopia, visto che si pone in drastica
contraddizione con tutte le dichiarazioni precedenti : si dovrebbe fare così,
ma siccome serve il consenso…
Seconda parte : LE ILLUSIONI
Che i professoroni vadano
soggetti alle astrazioni è quasi una tautologia; più singolare invece che il
buonsenso sia tacciabile di utopia. Dunque dovrebbe essere ardua questa mia
illazione secondo cui molta parte del Progetto è campata per aria, nonostante
venga spesso ribadito un tenace contatto con la realtà.
Una realtà che si incardina su un
paio di numeretti che hanno poi fatto la gioia della ministra, la quale non
tralascia mai di metterli alla base della sua controriforma : il 30% degli
studenti italiani lascia la scuola senza un diploma né una qualifica
professionale, uno su 15 non raggiunge neppure la licenza media (e il 55% degli
adulti svolge un lavoro diverso dagli studi effettuati).
Ergo : la scuola italiana è un
fallimento!
Pertanto il primo traguardo dei
buonsensisti è l’eliminazione di questo orrore.
Come?
Qui comincia la navigazione sul
pianeta Utopia.
La scuola (…) potrebbe dedicarsi con maggiore
impegno alla formazione delle abilità cognitive di rango più elevato, quelle
che si traducono nella creatività e nel pensiero critico. La riduzione della
sua missione in termini di estensione sarebbe compensata da una crescita in
termini di intensità. Ovvero :
meno scuola uguale più formazione.
La scuola (deve) affrontare in modo pregiudiziale
la questione della motivazione stabilendo con (gli studenti) un vero e proprio
contratto pedagogico, strutturato su obiettivi condivisi e reciproci impegni ed
aspettative : maggiore flessibilità in materia di curricoli, metodologie
didattiche, organizzazione, una flessibilità che sarebbe alla portata degli
istituti scolastici con la valorizzazione dell’autonomia.
(La scuola) non (deve) basarsi solo sull’adattamento ai bisogni dell’economia ma anche
viceversa. Affermazione quasi
esilarante, se non fosse puramente velleitaria : figuratevi voi un’economia al
servizio della scuola!
Il nesso tra la rete e la didattica attribuisce una
funzione centrale e preminente alla possibilità di discussione, confronto,
collaborazione tra i membri di una comunità partecipe di un processo. La rete
diventa così veicolo di un modello di apprendimento considerato, soprattutto,
come appartenenza a una comunità, come risultato di una pratica all’interno di
quest’ultima e come partecipazione al processo collettivo di costruzione della
conoscenza.
Riflettendo sulla rete mi è venuto in mente il tutor morattiano : e se il
tutor, con tutte le funzioni cui deve assolvere, si ammalasse per più di un
mese? Potrebbe espletare tali funzioni un qualunque supplente che nulla sa di
portfoli, piani personalizzati, rapporti con famiglie ed extrascuola…? Oppure
la funzione va in pausa?
Se si vuole dare un senso preciso all’autonomia del
sistema scolastico nazionale e alle istituzioni in cui si articola occorre
dunque impostare un modello
organizzativo che consenta di fare in
modo che obiettivi e finalità esterne (ad
esempio, quelle del mondo del lavoro o del sistema economico e produttivo) possano venire acquisite, purché il sistema delle relazioni esterne,
derivanti dai flussi di interscambio con l’ambiente di riferimento, venga
trattato in modo conforme all’esigenza di dare organicità, coerenza e stabilità
al complesso delle relazioni interne. E’ questo il nodo problematico che finora
il sistema scolastico non è riuscito non dico a risolvere, ma neppure ad
affrontare convenientemente sul piano teorico. Dunque anche le teste pensanti buonsensiste qui
abbandonano la presa (l’impresa!).
(La) formazione professionale, diversa ma non
inferiore, (deve) garantire una solida formazione di base (…) le
scuole più belle, gli insegnanti più capaci e meglio pagati, gli accordi di
programma territoriali più vantaggiosi. L’erba voglio non cresce…
Ogni tanto però gli illusi sono costretti a misurarsi coi problemi reali, per non
risultare del tutto estranei ai processi di riforma e quindi sono costretti ad
ammettere che :
I percorsi del sistema dell’istruzione e formazione
professionale, per essere effettivamente credibili come alternativa ai percorsi
liceali, devono poter contare su risorse adeguate.
E' necessario operare trasformazioni
graduali, ma avendo ben chiaro l'obiettivo finale, che è quello di evitare
l’ulteriore degrado di entrambi i sistemi di istruzione e di formazione, con il
perdurare di tassi di inefficacia altissimi.
E’ questo il motivo per cui, a nostro avviso,
occorre cercare di cogliere l’occasione rappresentata dalla messa a punto dei
decreti attuativi della L. 53/2003 e avanzare delle proposte ispirate anzitutto
al principio di realtà, ma non per questo con obiettivi di basso profilo.
Ma bisogna dire con la stessa chiarezza che la
risoluzione della questione delle retribuzioni (degli insegnanti) è condizione
ineludibile per affrontare la questione insegnanti nel suo complesso
Occorre piuttosto incalzare il Governo affinché
passi davvero dalle parole ai fatti, specie per ciò che concerne la questione
delle risorse e della volontà politica nell’affrontare i veri nodi della
riforma.
In sostanza : è sempre una
questione di soldi, alla fine.
E allora possiamo tornare quasi al
principio : che differenza c’è tra scuola di destra e scuola di sinistra
(ammesso che qualcuno non affibbi significati insensati a questi termini)?
Pochissima, visto che il governo di centrodestra riverserebbe una certa
percentuale di risorse anche sulla scuola privata, mentre quello buonsensista
(centrosinistra) una percentuale leggermente inferiore.
Non dubitino dunque lorsignori :
non appena il Tremonti potrà disporre di un adeguato finanziamento (svendendo
magari qualche museo), tutti i progetti buonsensisti potranno andare in porto.
E questo ci porta alla parte
conclusiva, la più illuminante.
Chi continua chi?
Perché anche il nuovo governo di centrodestra non
ha gettato alle ortiche proprio tutto del precedente; la ministra ad esempio è
stata ben felice di proseguire sulla strada del finanziamento delle scuole
private, strada aperta dal governo di centrosinistra; così come su quella dei
tagli, prefigurati dal precedente governo e poi attuati solo in minima parte;
questa per la ministra e per Tremonti è diventata anzi un’autostrada; come pure
quella sui dirigenti, creati da Berlinguer e fatti danzare da Moratti al ritmo
sincopato dello spoils-system.
Si trattava evidentemente di riforme di destra (o
per tenere buona la destra), con l’illusione che lì ci si sarebbe fermati. Col
cavolo! Gli hanno dato una mano e si sono presi tutto il braccio, con quel che
segue…
Ora i buonsensisti si rimettono in marcia per non interrompere alcune di quelle autostrade, caso mai ridurle un pochino, ma di bloccarle non se ne parla!
Quali sono?
- Il superamento dello scuolacentrismo, che
significa la perdita del monopolio educativo (non solo statale) a favore delle
agenzie esterne, di Internet, della televisione, della famiglia e di chiunque
altro possa influenzare la vita dei nostri utenti.
- In conseguenza di ciò bisogna sottoporre la
scuola ad una buona cura dimagrante, che significa nella sostanza meno
insegnanti e meno ore. Come altrimenti si spiegherebbe la prevista
differenziazione delle funzioni docenti?
- E poi ci sono sempre quei maledetti tagli, per
cui la scuola viene considerata più una mucca da mungere che una risorsa. Sulla
questione tagli c’è un continuismo perfetto e il Progetto buonsensista ne
richiama la validità in almeno due punti : abbattere
l’attuale spreco di risorse umane che in Italia è ancora fortissimo - e - Immaginare che (…) la
somma di insegnanti equivalenti (alle
necessità) sia minore del numero attuale di 850mila, non ci sembra
irrealistico. Dunque meno insegnanti. Questa scelta è del tutto lineare alla
diminuzione dell’orario di funzionamento della scuola pubblica e di crescita
esponenziale di quella privata. Infatti : la scuola non può più pensarsi al di fuori di un
sistema formativo allargato e sempre
più integrato (fra pubblico e privato).
- Viene decisamente confermata la scelta del doppio
canale, anche se si resta reticenti sull’età in cui bisogna scegliere;
attualmente viene prevista a 12 anni (seconda media) e effettuata a 13; i
buonsensisti non scendono mai in particolari così minuziosi (ma anche così
rivelatori di volontà) e non danno numeri, ma siccome parlano di una formazione
professionale che va da 3 a 7 anni (compresa l’istruzione superiore), si
dovrebbe pensare che essa inizi subito dopo la terza media, eliminando
quell’anno (il quindicesimo) che Berlinguer aveva previsto non solo
obbligatorio ma anche uguale per tutti. Pertanto si riconfermerebbe anche la
scelta precoce.
- Riconfermata anche la valutazione esterna, quella
effettuata cioè da un’agenzia terza, pagata appositamente dal ministero, così
come si sta facendo in Inghilterra.
Chissà perché il Progetto buonsensista non dice
assolutamente nulla sulle questioni più pratiche, quelle che si troveranno
addosso tutti i docenti italiani a breve : l’anticipo, il tutor, il portfolio,
i piani personalizzati, la riduzione dell’orario, la riduzione degli organici,
l’abolizione del tempo pieno, la scelta precoce, il voto di condotta, gli esami
biennali; come se fossero bazzecole di cui non valga la pena occuparsi, persi
così dietro alle alte elucubrazioni.
Chissà perché i buonsensisti considerano questioni
di bassa tecnica dire qualcosa di chiaro sul numero degli alunni per classe, su
quanti insegnanti di sostegno servono, sulle risorse umane necessarie per le
contemporaneità, per la progettualità, per l’arricchimento formativo.
Chissà perché i buonsensisti si premurano di tenere
aperti più canali possibili con l’attuale gestione governativa, rischiando di
apparire dei veri continuisti, tanto che deve venir fuori l’Andrea Ranieri che
sull’Unità cerca di ricucire lo strappo, riposizionando la sinistra all’interno
del dibattito scolastico attuale.
Sono forse, i buonsensisti, più preoccupati
dell’immagine da presentare a Berlusconi (che dell’immagine è il più grande
esperto), piuttosto che di quella che vedono i loro reali referenti, che poi
siamo noi della scuola?
L’interpretazione che di quel convegno dalemiano
fornisce ora il Ranieri si discosta moltissimo da quella giornalistica del
Corriere, tanto da accreditare la tesi che i buonsensisti sarebbero più
preoccupati del deserto fatto dal centrodestra, che non dalle opposizioni
pregiudiziali della sinistra irriducibile.
A me la lettura del Progetto ha dato la sensazione
contraria e sono più propenso a credere al Corriere, mentre interpreto le
parole di Ranieri come il tentativo di ricucire lo strappo prodotto.
Chissà se i buonsensisti si rendono davvero conto
che le parole da loro usate, come cooperazione tra soggetti differenti,
comunicazione, partecipazione, continuità, sfondo condiviso, processi di
co-decisione, comunità di pratiche, comunità partecipi di un processo, non
appartengono al vocabolario e alle scelte morattiane e che basterebbe aderire
al loro significato per scardinare e gettare nella spazzatura tutta la legge
53, assieme al suo bel corollario del primo decreto legislativo.
Chissà se si rendono davvero conto che basterebbe
eliminare una qualunque delle modalità in cui la controriforma si traduce per
farla crollare tutta quanta come un castello di carte.
C’è infine un’ultima spina che mi fa sanguinare :
quella sprezzante definizione di noi tutti che cerchiamo di contrastare la
controriforma con ogni mezzo; retrogradi, immersi in pregiudizi ideologici, con
la faccia rivolta indietro, corporativi, incapaci di una visione più ampia,
revanscisti, odiatori in sostanza (così come ci dipinge Berlusconi); quando
invece siamo semplicemente insegnanti che (ancora) amiamo la scuola.
I buonsensisti dichiarano che scopo (immediato) del
loro progetto è cogliere l’occasione rappresentata dalla messa a punto dei decreti
attuativi della L. 53/2003, con l’intento di introdurvi qualche correttivo; a me sembra invece che l’unico ponte percorribile
dalla scuola sia quello di ricominciare tutto daccapo, con una riforma che parta
da noi e sia aperta al contributo di tutti, buonsensisti compresi.
27/10/2003