Contributi
30/07/2010 Le Monde del 29/7/2010Firme in massa
Jérôme Fénoglio
Georges Aad è fortunato. Grazie a una consonante araba tradotta con una “a” supplementare nel nostro alfabeto questo giovane fisico libanese si ritrova in testa alla lista dei firmatari degli articoli pubblicati dalle equipe che collaborano al rilevatore Atlas. Le tre lettere così ben piazzate del suo nome gli garantiscono di precedere gli Aaltonen finlandesi o gli Aamodt norvegesi, grandi habituè di questo primo posto simbolico. Perciò almeno fino al 2013 , data di scadenza del suo contratto di post-dottorato all’università tedesca di Friburgo, la siglatura abbreviata per indicare i lavori dei membri di Atlas sarà “Aad ed al.” (Aad ed altri) “Evidentemente preferirei che ci si ricordasse di me per i miei lavori piuttosto che per questo posto" si schermisce il giovane originario di Byblos "questo è un motivo di canzonatura da parte dei miei colleghi al CERN” Ma dopo tutto per un fisico all’inizio della sua carriera questo non è il mezzo più malvagio per assicurarsi un minimo di visibilità.Infatti la lista in questione conta circa 2800 nomi (nessuno ha avuto la forza di contarli esattamente). Con quella del CMS, l’altro rilevatore mostro che verifica le collisioni del LHC, essa ha polverizzato tutti i record della storia della scienza. Per i primi risultati, ancora succinti, pubblicati questo mese, la litania dei nomi d’autore e dei loro organismi di appartenenza occupa più pagine di quelle occupate dall’articolo stesso. “Ad ogni assemblea delle equipe dei collaboratori si pone la questione di cambiare questa cosa" dice Bruno Mansouliè, coordinatore dell’equipe Atlas del CEA "ma non si è mai trovato nulla di meglio che questo sistema egualitario e questo ordine alfabetico”. Tanto peggio se l’articolo non è stato scritto che da due persone, se il lavoro su cui relaziona non è stato effettuato che da una equipe di quindici fisici, e se l’immensa maggioranza degli “autori” non ha neppure letto l’introduzione. Nella fisica delle particelle tutti firmano perché niente sarebbe stato possibile senza lo sforzo di ciascuno di quelli che hanno concepito, fabbricato e assemblato le parti del rilevatore, sia fisici che ingegneri. “E’ la prima e sola volta nella mia carriera che un progetto al quale partecipo si ritrova nel Piccolo Larousse” dice Bertrand Niquevert (CERN) , uno di quelli che hanno raccolto, immagazzinato e poi analizzato i dati. “Lasciano persino firmare chi si è cacciato in un angolo del suo ufficio per anni a giocare a Tetris sul computer” scherza su un blog un biologo, abituato a una disciplina in cui le equipe sono più ridotte e i conflitti di firma più feroci. Nella giungla individualista delle scienze moderne, in cui la firma delle pubblicazioni resta l’unico criterio essenziale di valutazione, lo sperimentatore della fisica delle particelle si distingue come un genere di animale socievole. “Un teorico può restare solo con la sua lavagna, ma noi no" dice Yves Schulz (CNRS), collaboratore del progetto Alice "nelle nostre misure le possibilità di errore sono talmente grandi che noi abbiamo in permanenza bisogno di raggrupparci, scambiarci e confrontare i nostri lavori. Chi si isola nella sua nicchia, nella nostra disciplina, alla fine ha la garanzia di un grosso smacco". E’ per questo che la riunione è la grande mania locale, la posta elettronica la religione nazionale, il web l’invenzione cruciale e che le liste dei firmatari si allungano al ritmo esponenziale con cui i rilevatori si complicano.La esaustività non impedisce tuttavia la selezione. Delle regole sono state dettate per accordare il diritto di firmare. Esso è riservato ai ricercatori la cui università partecipa finanziariamente al mantenimento del rilevatore, in maniera da obbligare ogni organismo a non scordarsi di pagare. Gli studenti devono effettuare un certo numero di “servizi”, altrimenti detti corvée per la collaborazione, prima di essere qualificati come autori. E’ per loro che la lunghezza delle liste pone più problemi. Come far valere i propri meriti, come segnalarsi a potenziali datori di lavoro quando uno galleggia in un mare di 2800 nomi trattati tutti allo stesso modo e non ha la fortuna di chiamarsi Aad? Il CERN è la più grossa università di fisica del mondo, con più di 2500 studenti in tesi, quest’anno, nelle quattro esperienze del LHC e nessuno ci tiene a spostarsi su discipline che potrebbero valorizzarli meglio. Bisogna dunque inventare nuove maniere per segnalare i meriti particolari all’esterno della collaborazione. Attribuire, ad esempio, la presentazione dei risultati nelle conferenze a coloro che hanno realmente contribuito, soprattutto ai più giovani. Ma questa discriminazione potrebbe alimentare nuovi tipi di frustrazione. Con i primi dati certi fisici “strumentalisti”, quelli che si sono dedicati alla costruzione di un certo modello di rilevatore, cominciano a sentirsi inutili in rapporto agli “sperimentatori”, che analizzano il prodotto delle collisioni. La loro opera di costruttori è terminata, quella degli utilizzatori dell’apparecchio ha inizio. Essi sono passati dall’angoscia di essere lo strumento fallibile della costruzione alla convinzione di diventare i componenti fantasma di un collettivo lanciato nella corsa al risultato migliore. Infatti il fisico delle particelle è un animale socievole a cui poco si addice la bestia da competizione. Dopo che il LHC funziona le equipe che collaborano sembrano dei plotoni di ciclisti a pochi kilometri dallo sprint finale. I gruppi si formano e si scompongono a seconda della velocità delle analisi lanciate da tutte le parti. Ogni equipe, con i colori delle università più rinomate del pianeta, vuole piazzare i suoi migliori elementi sul tratto finale della scoperta. Ogni formazione ha il suo punto di forza. Gli americani possono mobilitare molto velocemente armate di studenti sui punti caldi delle analisi in corso. Gli europei, meno ricchi di risorse umane, contano su una migliore cooperazione tra istituti. Nondimeno le numerose riunioni prendono di colpo un altro colore. Questi fisici, che sembrano rompere la loro noia inviandosi e-mail su e-mail, praticano una strategia di occupazione del terreno. Essi sono lì tutti intenti a escogitare la domanda che metterà in luce l’errore del gruppo rivale, nel caso in cui la correzione che darà il vantaggio nell’uno o nell’altro campo della ricerca dovesse essere piazzata. In questo periodo il “porta parola” interviene come un arbitro garante della coesione dell’insieme. “Bisogna vigilare affinché i grossi istituti non soffochino i piccoli, affinchè un gruppo non si appropri dei dati per analizzarli per conto suo” dice Guido Tonelli, che svolge questo ruolo per il rilevatore CMS. Bisogna trovare un buon equilibrio tra la necessità di verificare scrupolosamente i risultati e il desiderio di pubblicarli il più presto possibile e, soprattutto, per primi. Perché il plotone corre contro un altro plotone. E’ la regola crudele della scienza: per essere sicuro che uno no si è sbagliato nelle osservazioni è necessaria una verifica indipendente dalla prima misurazione. E’ per questo che da una parte e dall’altra del LHC sono stati piazzati due rilevatori generalisti. Atlas e CMS, con delle scelte tecnologiche differenti, cercano la stessa cosa, vogliono scoprire tutto ciascuno prima della l’altro pur sapendo che avranno un bisogno cruciale di concorrenza per dimostrare di aver visto bene quello che pensano di aver visto. E non dimenticando mai che per qualche mese ancora un produttore di collisioni tra particelle gira , nei dintorni di Chicago, con a bordo due rilevatori rivali ma che hanno tutto l’interesse ad aiutarsi reciprocamente se vogliono sfruttare a fondo le loro ultime possibilità di trovare il bosone di Higgs prima del gigante europeo. Per complicare ancora questo intreccio di interessi contraddittori molti dei fisici di questi rilevatori americani sono anche membri dell’equipe del LHC. Se produce delle collaborazioni pletoriche il mondo della fisica delle particelle non è in effetti molto grande. Al CERN la concorrenza dei due rilevatori non ha separato le “coppie miste” né ha abbattuto le amicizie formate durante gli anni di studio. Niente tuttavia può dissolvere il legame che si è formato tra un fisico e il suo proprio rilevatore in un misto di patriottismo di collaborazione e d’attaccamento affettivo. “Oggi io lavoro per CMS" dice Farida Fassi (CNRS) "ma il mio cuore sarà sempre con Atlas. Gli ho completamente donato dieci anni della mia vita. E’ un po’ come i miei occhi". All’edificio 40, dove le corsie circolari sono divise per le due equipe, ciascuno prende il caffè dalla sua parte dei pozzetti di luce. Ma ci si parla sempre. L’avvicinamento ad una scoperta non ha ancora degradato le relazioni come all’epoca dei due rilevatori di collisioni immaginata da Carlo Rubbia agli inizi degli anni ottanta. Il fisico italiano aveva federato attorno al suo potere assoluto una rete di collaboratori che aveva sbaragliato quella rivale pubblicando la scoperta di due nuove particelle. “Era una lotta al coltello” ricorda Bruno Mansouliè. “Era il tempo in cui un solo cervello, per quanto geniale come quello di Rubbia, poteva ancora concepire l’insieme della macchina" dice Daniel Denegri (CNRS,CEA) antico collaboratore dell’italiano e membro del CMS. "E il premio nobel che gli è stato attribuito andava da sè.” Al giorno d’oggi i rilevatori non sono più concepibili da parte di un solo uomo e le collaborazioni ne producono più di questi personaggi tanto carismatici quanto controversi. Improvvisamente esse pongono una domanda inedita alla comunità scientifica: a chi attribuire un premio Nobel, strettamente limitato ad un massimo di tre vincitori, per una scoperta firmata da tremila persone?
(Libera traduzione “non autorizzata” di Pino Patroncini)