Contributi
27/11/2009 Convegno Nazionale organizzato da PROTEOE FARE SAPERE, CGIL- FLCCGIL: "Per un curriculum interculturale Se non ora, quando?" Bologna 26 e 27 Novembre 2009 Sala “G. Di Vittorio” Camera del Lavoro.Per un curriculum interculturale.
Educazione alla cittadinanza e interculturalità.
Gennaro Lopez
L’educazione interculturale, soprattutto in Italia, è nata sotto la spinta del fenomeno dell’immigrazione. Difficile negarlo. A favorire questo tipo di approccio hanno contribuito numerosi documenti “ufficiali” di indirizzo (del MPI, del CNPI), usciti dal 1989 in poi, che hanno unito i due temi: intercultura e inserimento degli alunni stranieri.
Un utile punto i riferimento è rappresentato dal Documento del MIUR ottobre 2007, frutto del lavoro dell’Osservatorio istituito ad hoc dal Ministero e intitolato “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri”. Leggiamo: “La scuola italiana sceglie di adottare la prospettiva interculturale, ovvero la promozione del dialogo e del confronto tra le culture per tutti gli alunni e a tutti i livelli: insegnamento, curricoli, didattica, discipline, relazioni, vita della classe. Si tratta di assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola nel pluralismo, come occasione per aprire l’intero sistema a tutte le differenze (di provenienza, genere, livello sociale, storia scolastica). L´educazione interculturale costituisce lo sfondo da cui prende avvio la specificità di percorsi formativi rivolti ad alunni stranieri, nel contesto di attività che devono connotare l´azione educativa nei confronti di tutti. La scuola infatti è un luogo centrale per la costruzione e condivisione di regole comuni, in quanto può agire attivando una pratica di vita quotidiana che si richiami al rispetto delle forme democratiche di convivenza e, soprattutto, può trasmettere le conoscenze storiche, sociali, giuridiche ed economiche che sono saperi indispensabili nella formazione della cittadinanza societaria. L´educazione interculturale rifiuta sia la logica dell´assimilazione, sia la costruzione ed il rafforzamento di comunità etniche chiuse... L´educazione interculturale non è una disciplina aggiuntiva, ma una dimensione trasversale, uno sfondo che accomuna tutti gli insegnanti e gli operatori scolastici. Il pluralismo culturale e la complessità del nostro tempo richiedono necessariamente una continua crescita professionale di tutto il personale della scuola. Diventa, quindi, prioritario il tema della formazione, iniziale e in servizio, e della formazione universitaria dei docenti".
Proprio in sintonia con questi orientamenti, l’approccio al nostro tema non può non porre in stretta relazione educazione alla cittadinanza e interculturalità. Ricordo, per inciso, che l’acquisizione di competenze per l’esercizio di una cittadinanza attiva rientrava tra gli obiettivi di Lisbona, da realizzarsi, se non erro, entro il 2010. Inoltre, il 4 marzo 2009 il MIUR ha approvato il “Documento di indirizzo per la sperimentazione di Cittadinanza e Costituzione”, il nuovo insegnamento introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado dalla L.169 del 30/10/2008, nell’ambito del monte orario delle aree storico-geografica e degli studi sociali.
L’educazione interculturale si rivolge, trasversalmente, a tutti i saperi e si intreccia con l’educazione ai valori costitutivi della democrazia, quali il diritto alla cittadinanza, il rispetto dei diritti umani, il rispetto della dignità della persona, e ancora: i valori della libertà, dell’eguaglianza, della non violenza, come ci ricordava anni fa Norberto Bobbio, sottolineando, appunto, il nesso stretto che lega intercultura, cittadinanza, democrazia.
Il concetto di interculturalità è particolarmente attuale in quanto si lega naturalmente a quelli di dialogo, di pace, di convivenza possibile e si contrappone ad altri concetti altrettanto attuali, purtroppo, come scontro di civiltà, integralismo, guerre etniche, razzismo, xenofobia, omofobia ecc.: un terreno che nutre le piante velenose dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’antiziganismo.
Nasce di qui la necessità e l’urgenza di porre al centro dell’azione educativa il confronto tra punti di vista differenti, non solo in termini etnoculturali e linguistici (su questo fronte le esperienze sono ormai numerose, diffuse e consolidate), ma anche in termini politici, etici, antropologici, ideologici.
Imparare a gestire l’incontro e la relazione con le alterità è condizione imprescindibile per la formazione del cittadino. Ovviamente, ci riferiamo a un’idea di cittadinanza che riconosce la differenza, la complessità del mondo attuale e promuove la relazione tra diversi.
E’ importante, quindi, precisare come va interpretata l’attualità del concetto di “intercultura”: esso allude alla consapevolezza che la nostra visione del mondo non è l’unica possibile (principio di laicità), laddove l’altro, il diverso, nella cultura più diffusa, nella mentalità prevalente, va tenuto sotto controllo, va dominato o quanto meno posto nella condizione di non mettere in discussione gli atteggiamenti condivisi dalla maggioranza “omogenea”.
Le culture non sono organiche e chiuse (una visione reificata della cultura è propria dei fondamentalismi), ma passano attraverso processi di trasformazione e di adattamento: i concetti di “cultura” e “identità” sono concetti in divenire, non dati una volta per tutte. Non ho mai apprezzato la metafora delle radici applicata a contesti umani: noi abbiamo piedi e gambe per camminare, percorrere itinerari, attraversare territori, andare alla ricerca di ciò che ancora non ci è noto. Perciò non mi sembra corretto, a proposito di interculturalità, parlare di “culture che si incontrano”: ad incontrarsi sono persone, ciascuna delle quali veicola una certa cultura.
La realtà della società globale rende di particolare attualità l’attenzione della scuola alle tematiche connesse all’educazione interculturale. Il compito educativo, in questo tipo di società, assume il carattere specifico di mediazione fra le diverse culture di cui sono portatori gli alunni: mediazione non riduttiva degli apporti culturali diversi, bensì animatrice di un continuo, produttivo confronto fra differenti modelli. Il già citato documento di indirizzo ministeriale dell’ottobre 2007 pone l’accento su una formazione (iniziale) degli insegnanti ispirata da un approccio multidisciplinare: antropologico, pedagogico-didattico, sociologico, psicologico, artistico ... La formazione è di centrale importanza, poiché tutti i docenti sono invitati a progettare interventi che leghino le attività d’insegnamento in una logica di ricerca-azione all’interno di un sistema chiaro e condiviso. Proprio lo sguardo antropologico mi pare possa rappresentare il paradigma di un curriculum formativo che si nutre di sano “relativismo”, ovvero di anti-dogmatismo, di apertura all’alterità, di capacità autocritica, di disponibilità al dialogo. Qui, naturalmente, anche l’Università è chiamata a fare la sua parte e non solo, per intenderci, nelle Facoltà di Scienze della formazione.
Per sviluppare un corretto atteggiamento interculturale in tutti gli alunni , occorrono prassi quotidiane di approccio interculturale. Riflettere sulla didattica in prospettiva interculturale vuol dire riflettere sulla modalità più idonea alla trasmissione dei principi interculturali. A questo proposito, va detto che l’interdisciplinarità non rappresenta di per sé una modalità didattica sufficiente. La scuola cerca di educare attraverso la trasmissione di saperi organizzati (le discipline) e dovrebbe insegnare ad usare le discipline come strumenti per conoscere e rappresentare la realtà. Ma attraverso le discipline cerca anche di educare trasmettendo atteggiamenti, conoscenze e valori, comportamenti. Quindi discipline non come oggetto di studio in se stesse ma come strumenti di conoscenza sempre più raffinati, che esprimono diversi punti di vista per arrivare ad una conoscenza più adeguata e più complessa.
Uno dei problemi è certamente quello del metodo. Per facilitare l´acquisizione delle idee indicate occorre sviluppare la capacità di giocare con le diversità all´interno di ciò che insegniamo. Gli insegnanti sono i mediatori interculturali per eccellenza, perché devono (o dovrebbero) continuamente tessere i rapporti, i confronti, le conflittualità tra tutte le individualità che compongono la loro classe. La formazione più idonea è quella che fornisce gli insegnanti di strumenti metodologici per inserire la prospettiva interculturale nelle discipline scolastiche (storico-geografiche, letterarie, artistiche, scientifiche ecc.).
Siamo nella fase in cui l´educazione interculturale diventa la normalità dell´educazione nelle società globali e multiculturali come la nostra. Occorre uscire dalla logica italiani/stranieri perché questa logica continua ad ingabbiare i processi formativi entro una falsa pista che distingue tra scuola "normale" e "scuola con alunni non italiani". Questa è la realtà cui ogni scuola è chiamata a rispondere con la propria progettualità. Una progettualità a cui forse è necessario cambiare prospettiva assumendo la dimensione della pluralità e della differenza come dato di partenza e non come elemento straordinario che genera turbative da ricondurre all´ordine.
In realtà oggi ci troviamo di fronte all´urgenza di operare per la costruzione di una nuova cultura in cui ognuno e tutti (italiani e non) possano sentirsi a casa. Una cultura plurale in cui ognuno possa nel contempo integrarsi e differenziarsi, sentirsi a casa ma anche veder rispettata la dimensione irriducibile della propria personale esperienza. Muovendo dal rispetto dell´identità culturale altrui (strategia multiculturale), si passa alla valorizzazione delle differenze e all´interazione (strategia interculturale).
Sarebbe quindi autolimitante considerare l´educazione interculturale come un´evenienza da svolgere solo in presenza di soggetti di "culture diverse", come altresì sarebbe limitante intendere l´educazione interculturale come un´educazione a sé. Gli apporti dell’antropologia e della storia saranno allora particolarmente importanti, nel quadro di una visione del mondo sfaccettata e complessa, capace di mettere in questione gli stereotipi e i pregiudizi al pari di ogni possibile folklorizzazione cedimento all’esotismo.
E’ pertanto necessaria -come da qualcuno è stato detto- una nuova Paideia, capace di coniugare locale e globale, identità e differenza, entro un percorso di formazione del cittadino planetario. L’educazione interculturale non è altra cosa rispetto ai programmi vigenti, ma altro modo di affrontarli e si esplica nella trasversalità dei contenuti e dei metodi di insegnamento oltre che nella disponibilità dei docenti a mettersi in gioco: essa ridefinisce i saperi che sostanziano un nuovo concetto di cittadinanza il cui futuro sarà anche quello che le generazioni adulte e quelle emergenti sapranno e vorranno prevedere. Il ricorso all’antico termine di paideia, volendo indicare il complesso dell’offerta formativa, nasconde in sé l’ambizione di voler tenere insieme continuità e cambiamento, tradizione e novità, identità e differenza, locale e globale.
Per concludere: anche se lo spazio per l’intercultura non è individuabile in una disciplina specifica, si rende necessario ripensare la collocazione della prospettiva interculturale all’interno dei curricoli, arricchendoli con l’integrazione di fonti, modelli culturali, punti di vista “altri”. La storia, la geografia, la letteratura, la matematica, le scienze, le arti, la musica, i nuovi linguaggi comunicativi e altri campi del sapere costituiscono altrettante occasioni di formazione alla diversità, permettendo di accostarsi non solo a diversi “contenuti”, ma anche a strutture e modi di pensare differenti.
Penso, quindi, ad un curriculum interculturale che sia in grado di fornire abilità, conoscenze, atteggiamenti necessari ad affrontare i conflitti, a lavorare in una società plurale, ad analizzare i propri valori culturali promuovendo la tolleranza, il rispetto e la comprensione reciproca, l’apertura verso gli altri. In questo senso, lo dico anche in riferimento a polemiche recenti e recentissime, l’intercultura non è mai rinuncia, censura, negazione, ma al contrario è arricchimento di conoscenza e di saperi, dunque non procede mai “per sottrazione”, ma semmai “per addizione” e per sintesi.
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