Contributi
22/10/2009 Il Corriere Della Sera 19 ottobre 2009Diritti e valori: i confini dell’Europa.
Le strade dell’integrazione e della pace
Claudio Magris (Traduzione di Ragni Maria Gschwend)
Francoforte Claudio Magris ha ricevuto il Premio per la Pace
Pubblichiamo un ampio stralcio del suo discorso
Pubblichiamo un ampio stralcio del discorso che Claudio Magris ha pronunciato ieri alla Paulskirche di Francoforte, in occasione della consegna del "Friedenspreis". Magris, primo italiano a vincere il prestiÂgioso premio per la Pace (assegnato in passato anche a Hermann Hesse, Vaclav Havel e Susan Sontag), ha ricevuto le congratulazioni del presidente Napolitano. Lo scrittore ha letto il discorso in tedesco dopo la "laudatio" pronunciata da Karl Schlögel. Alla cerimonia, che si svolge nel giorno di chiusura della Buchmesse, hanno partecipato circa mille invitati fra i quali il Nobel per la Letteratura Herta Müller.
A Trieste, nei grandi capannoni e cortili di una vecchia caserma abbandonata, si possono vedere, affiancati o sparsi in disordine come carcasse di mostri marini lasciati su una spiaggia dal riflusso di un maremoto, carri armati, sommergibili squarciati, cannoni anticarro, autoblinde, aeroplani dall’ala fracassata; in altri vani si allineano relitti guerreschi più piccoli, gavette sfondate, cornette telefoniche da campo strappate, bossoli, elmetti, manifesti di guerra.
Un tempo quello era il regno di un personaggio bizzarro, Diego de Henriquez, il quale aveva deÂdicato tutta la sua esistenza, sacrificando spieÂtatamente a tale missione se stesso e la propria famiglia, alla raccolta di un immenso e delirante materiaÂle bellico, al sogno di costruire, come aveva scritto, un "MuÂseo Storico di Guerra per la pace", un "Centro per la lettura e modifica del passato e del futuro"; quell’esposizione uniÂversale della guerra avrebbe dovuto creare un orrore tale per quest’ultima da sradicarla nei cuori, creando così la pace perÂpetua.
Il professore poliglotta, oberato di debiti astronomici coÂme quelli di una grande potenza militare, morì in un misteÂrioso, forse doloso incendio nel 1974, che devastò il Museo e bruciò anche lui nella bara adattata a letto in cui egli dormiÂva, fra i suoi Sturmgeschütze e le sue littorine blindate. Ci fu anche un processo, che non giunse ad alcuna conclusione, perché pare stesse raccogliendo e ricopiando dei graffiti inÂcisi sulle luride pareti di vecchi cessi pubblici vicino alla RiÂsiera, il campo di sterminio, l’unico in Italia, che i naziÂsti avevano installato a Trieste; graffiti in cui alcune vittime avrebbero denunciato le complicità di alcuni personaggi delÂl’alta società triestina di quel tempo nella denuncia di ebrei finiti nella camera a gas. Comunque siano andate le cose, le pareti di quei vespasiani sono state imbiancate con la calce. Dopo la guerra, viene la pace, che ha pure il bianco colore del sepolcro e di tanti cuori ridotti a sepolcri imbiancati.
Non so se il febbrile collezionismo bellico di de HenriÂquez nascondesse, nonostante il suo certo sincero intento pacifista, una segreta, ossessiva fascinazione per la guerra. Per cercare di saperlo, occorre la letteratura, che, diceva Manzoni, non accerta i fatti, come la storia, ma cerca di immaginare come gli uomini li hanno vissuti. È per questo che da tempo convivo con l’ombra di quest’uomo, che le fiamme del suo rogo hanno proiettato anche sulla mia menÂte e sulla carta su cui cerco di scrivere.
Quell’ombra mi interessa forse perché è pure una grotteÂsca parabola di uno dei tanti abbagli che insidiano la pace già nelle nostre teste prima ancora che nella realtà . Una di queste insidie è essere ossessionati dall’universalità della guerra e credere che essa sia inevitabile, inseparabile dalla vita, come nella Grande illusione di Renoir. Non dimenticheÂrò mai il discorso di un anziano leader nord-vietnamita, ascoltato per caso molti anni fa alla televisione francese, duÂrante il conflitto nel suo Paese. Per gli uomini della sua età , disse parlando con affabile e ferma malinconia, la vita si era quasi identificata con la guerra, combattuta in quelle terre per tanti decenni e in quel momento ancora in corso; è queÂsto, aggiungeva, il pericolo per noi più insidioso, l’abitudine a considerare la guerra necessaria come la vita e il respiro, l’incapacità di pensare la vita senza la guerra.
Tutto congiura a farcelo credere e a cedere rassegnati a questa necessità ; non a caso la letteratura occidentale inizia con un grande poema di guerra, l’ Iliade , e grandi libri sacri che fondano il mondo, come il Mahabharata e in parte l’ AnÂtico Testamento , sono pure libri di guerra. Ma il senso della vita consiste nel resistere alle seduzioni idolatriche di ciò che si proclama fatale, nello sperare contra spem . "Was darf ich hoffen?" (che cosa posso sperare?, ndr ), si chiede Kant, dinanzi al Male radicale che si presenta vittorioso, e risponÂde che proprio la vista della devastazione esige che essa non sia l’unica realtà e giustifica la speranza, esperta di disperaÂzione.
La speranza è la più grande virtù, incalza Péguy, proÂprio perché è così difficile, ma appunto perciò necessario, vedere come vanno le cose e sperare che ciononostante domani andranno altrimenti. Talvolta una speranza di luce balena perfino nel cuore di tenebre che sembrano definitiÂve. Nel 1943, dal treno che lo sta portando ad Auschwitz, Aron Lieukant,il quale, a differenza di altri, è ben consaÂpevole del suo destino, trova il modo di inviare una letteÂra ai figli, Berte e Simon, nella quale raccomanda loro di non bere bevande ghiacciate quando sono sudati. Rispetto a lui e ad altri come lui, a questa forza e a questa umanità indistruttibile, il Terzo Reich, che si proclamava millenario appare soltanto "una banale Medusa", come scriveva JoseÂph Roth, destinata alla sconfitta; non è durata mille anni, ma dodici, meno del mio scaldabagno.
C’è un’altra insidia alla pace reale, che si annida nella tiÂmorata, progressista convinzione che il progresso sia già reaÂlizzato, che la civiltà abbia vinto la barbarie e che la guerra, almeno nel nostro mondo, sia stata debellata, come la febÂbre gialla o il vaiolo lo sono stati dai vaccini. La guerra non si nomina, neanche quando c’è; non la si dichiara, neanche quando si gettano le bombe.
Quando la Nato, e dunque pure l’Italia, bombardava Belgrado e la Serbia, i giornali italiani, annunciando il ritiro dell’ambasciatore italiano da Belgrado, esprimevano la preÂoccupazione che tale misura potesse pregiudicare le buone relazioni fra la Serbia e l’Italia. Questa paura di guardare in faccia la realtà ,in questo caso la guerra, aiuta l’orrore, che non si vuol vedere, a diffondersi, come un cancro di cui il malato non voglia accorgersi. Ci si vuole ingannare, in orriÂda buonafede. C’è un terribile aneddoto, non so se vero o falso, su Nelson: interrogato perché avesse continuato a bombardare per due ore, anche dopo che i danesi si erano arresi, la loro flotta e Copenaghen, egli avrebbe risposto: "I’m damned if I have seen it! Avevo messo il cannocchiale sull’occhio bendato". Vero o falso, l’aneddoto mostra come non si veda, non si voglia vedere la violenza. La Terza Guerra Mondiale c’è stata, anche se la maggior parte degli europei ha avuto la fortuna di non pagarne il prezzo di sangue. Venti milioni di morti dopo il 1945, più o meno; a differenza delle vittime della Seconda, pressoché ignorati e dimenticati, esposti all’ulteriore violenza dell’oblio. Indulgiamo all’illuÂsione di vivere senza guerra, perché il Reno non è più un confine conteso con ecatombi di soldati o perché sul Carso non c’è più quella frontiera, vicina a Trieste, che era l’invaliÂcabile Cortina di Ferro e una miccia accesa. (...) Sono altri oggi i confini che minacciano la pace, confini talora invisibili all’interno delle nostre città , fra noi e i nuovi arrivati da ogni parte del mondo, che stentiamo perfino a vedere perché, come dice la canzone di Mackie Messer, sono al buio. Nel 2000 un noto uomo politico italiano, divenuto poi Ministro della Repubblica, si recò a Lodi, in Lombardia, nel luogo in cui si doveva costruire una moschea, tirandosi dietro al guinzaglio un maiale per offendere gli immigrati musulmani che chiedevano quella moschea. Pure questo è un piccolo atto di guerra.
Ora nel mio Paese c’è una legge che viola un fondamentale principio democratico, in quanto autorizza gruppi di privati cittadini a controllaÂre l’ordine e la sicurezza, beni cerÂto essenziali e da difendere con ferÂmezza,specialmente nei confronÂti degli immigrati.
Spero, da patriota italiano, che il mio peraltro incantevole Paese non sia, ancora una volta, all’avanguardia in senso negativo: il fascismo, dopoÂtutto, in Europa, lo abbiamo inventaÂto noi, anche se poi altri ci hanno ben superato nello zelo. Un nuovo populismo, oggi serpeggiante un po’ dovunque in Europa, sta creando, ha scritto Massimo Salvatori, democraÂzie senza democrazia. Esso è una miÂnaccia a quest’ultima e alla pace, ogni minaccia alla democrazia è miÂnaccia alla pace, qualsiasi forma esÂsa assuma, e non ha nulla a che vedere col classico fascismo, termiÂne tirato in ballo a sproposito come uno stupido ritornello.
Questo populismo è una gelatinoÂsa totalità sociale, che distrugge alÂcuni valori fondamentali, ogni sentiÂmento del lecito e dell’illecito, del rapporto tra il bene dell’individuo e il bene comune. Sentimento che non è sufficiente ma è necessario avere, per poter almeno sperare di costruire giustizia e dunque pace. Senza la prima, non c’è la seconda; l’insofferenza crescente per la legge che persegue i reati e la limitazione del potere della magistratura che li persegue esprimono il torvo sogno di una vita senza legge o con meno legge possibile, ossia di una giunÂgla, di una condizione di bellum omÂnium contra omnes , in cui i forti troÂvino pochi ostacoli nello schiacciare i deboli. In un’intervista televisiva del 3 maggio 2003, riportata due giorni dopo sul "Corriere della SeÂra ", il professore di filosofia Toni Negri, delle cui elucubrazioni pseudo rivoluzionarie si sono verosiÂmilmente nutrite le Brigate Rosse sotto il cui imbecille piombo reazioÂnario sono caduti molti rappresenÂtanti dell’Italia migliore, quella più aperta e volta ad una società diversa e più libera, ha dichiarato pubbliÂcamente la propria solidarietà a BerÂlusconi, in quanto entrambi perseÂguitati dalla magistratura.
Ma questi rischiano di essere diÂscorsi soltanto morali, come se le minacce di guerra derivassero solo dall’indegnità di alcune, anche nuÂmerose, persone. La guerra è nelÂl’aria come una minaccia o una realÂtà oggettiva. (...) Quest’ultima sta assumendo tanti volti; si insinua e si mimetizza nelle più diverse manifestazioni; non è solo la strage del Biafra, l’11 settembre a New York o le tonnellate di isocianato di metile a Bhopal, che hanno fatto tanti più morti. Guerra è il traffico di organi strappati a bamÂbini assassinati a tal fine, è l’ininterrotta catena di assassinaÂti dalla mafia per difendere il suo fatturato di grande multiÂnazionale. Oggi la guerra è «senza limiti», come dice il capoÂlavoro di Qiao Liang e Wang Xiangsui, un vero Clausewitz del Duemila. Dinanzi alle dimensioni mondiali di tali possiÂbili catastrofi, l’attuale debolezza e sconnessione dell’EuroÂpa appaiono doppiamente penose e colpevoli. Solo un’EuroÂpa realmente unita, un vero Stato, naturalmente federale, decentrato, potrebbe avere la capacità (e avrebbe il doveÂre) di affrontare problemi che non sono più nazionali. All’EuÂropa spetta il grandioso e arduo compito di aprirsi alle nuoÂve culture dei nuovi europei provenienti da tutto il mondo, che vengono ad arricchirla con le loro diversità . Si tratterà di mettere in discussione noi stessi e di aprirsi al massimo diaÂlogo possibile con altri sistemi di valori, ma tracciando le frontiere di un minimo ma preciso quantum di valori non più negoziabili, da considerare acquisiti per sempre e da riÂspettare come assoluti che non vengono più messi in discusÂsione. Pochi ma netti valori, come ad esempio l’uguaglianza di diritti fra tutti i cittadini a prescindere da ogni differenza di sesso, di religione o di etnia. Ma finché l’Europa sarà ancoÂra un’Azione parallela, la nostra realtà , come quella musiliaÂna, sarà campata in aria.