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24/11/2007 da Repubblica del 24.11Eterogenei ma non nemici
Un articolo da "Reset" La sfida centrale per le società in via di diversificazione consiste nella creazione di un nuovo e più ampio senso di comunità
Laumento dei flussi migratori e delle diversità non è solo inevitabile ma auspicabile
Da unindagine emerge che la differenza etnica non ingenera cattivi rapporti
Cè più fiducia reciproca quando è minore la distanza sociale tra le persone
ROBERT PUTNAM
Una delle più importanti sfide per le società moderne, ma anche una delle nostre maggiori opportunità, risiede nella crescente eterogeneità etnica e sociale che caratterizza praticamente tutti i paesi avanzati. La previsione più sicura che possiamo azzardare per tutte o quasi le società moderne è che, di qui a una generazione, saranno più eterogenee rispetto a ora. Ciò vale per un ampio spettro di paesi, dalla Svezia agli Stati Uniti, dalla Nuova Zelanda allIrlanda.
(...) La diversità etnica vedrà un sostanziale incremento, dovuto in parte allimmigrazione, in praticamente tutte le società moderne nei prossimi decenni. Laumento dei flussi migratori e della diversità non soltanto è inevitabile, ma in una prospettiva di lungo periodo addirittura auspicabile. La diversità etnica è, a ben vedere, unimportante risorsa sociale. La storia del mio paese ne costituisce la dimostrazione. In una prospettiva di breve-medio periodo, tuttavia, limmigrazione e la diversità etnica mettono in discussione la solidarietà sociale e minano il capitale sociale.
In una prospettiva di medio-lungo periodo, daltro canto, le società che affrontano con successo limmigrazione sviluppano nuove forme di solidarietà sociale, attenuando gli effetti negativi della diversità e costruendo identità nuove e più inclusive. La sfida centrale per le moderne società in via di diversificazione, dunque, consiste nella creazione di un nuovo e più ampio senso di comunità. (...)
Dai risultati della nostra indagine (la «Social Capital Community Benchmark Survey», realizzata nel 2000 su un campione complessivo di circa 30 mila soggetti, ndr) emerge che la diversità non ingenera «cattivi rapporti interrazziali», né unostilità tra gruppi definita dalle etnie. I cittadini di comunità eterogenee, piuttosto, tendono 1) a ritirarsi dalla vita collettiva e a diffidare di quanti li circondano, a prescindere dal colore della loro pelle; 2) ad allontanarsi anche dagli amici più stretti; 3) ad aspettarsi il peggio dalla propria comunità e dai rispettivi leader; 4) a ridimensionare le attività di volontariato e le opere di beneficenza; 5) a impegnarsi di meno in progetti comunitari; 6) a recarsi con minore frequenza alle urne elettorali; 7) a mobilitarsi con più grinta per le riforme sociali, ma con minore speranza che le stesse possano segnare una differenza; 8) a restare ore e ore tristemente incollati alla televisione.
Occorre notare che landamento appena descritto determina atteggiamenti e comportamenti e plasma il capitale sociale bridging e bonding, nonché i rapporti pubblici e privati. Si direbbe che la diversità, almeno sul breve periodo, stimoli la tartaruga che è in ognuno di noi. (...) Sociologi e psicologi sociali, tuttavia, ci insegnano che gli individui riescono più facilmente a nutrire fiducia reciproca e collaborare quando minore è la distanza sociale tra loro. Quando la distanza sociale è ridotta, cè un sentimento di comune identità, vicinanza e condivisione delle esperienze. Quando la distanza sociale è significativa, però, gli individui percepiscono e trattano laltro come se appartenesse a una diversa categoria.
La distanza sociale dipende, a sua volta, dallidentità sociale: la percezione che abbiamo di noi stessi in quanto individui. Lidentità stessa è frutto di una costruzione sociale e può essere socialmente decostruita e ricostruita. A onor del vero, questo tipo di cambiamento sociale si verifica continuamente, in tutte le società dinamiche e in evoluzione. Sia levangelismo religioso che la mobilitazione sociale e le campagne politiche, ad esempio, implicano unintenzionale trasformazione delle identità. (...)
Ho limpressione, in ogni caso, che finiremo per accorgerci come la via migliore per rispondere a tale sfida non consista nel rendere «loro» uguali a «noi», bensì nella creazione di un nuovo e più ambizioso senso del «noi», e nella ricostruzione di una diversità che non cancelli le specificità etniche, bensì forgi identità-ponte, le quali garantiscono che le stesse specificità non scatenino la reazione allergica del ripiegamento su di sé. Da questo punto di vista, sottoscrivo le tesi di Trevor Phillips, presidente della «British Commission on Equality and Human Rights», il quale ha affermato: «Dobbiamo rispettare letnicità degli individui ma anche dare loro, almeno una volta alla settimana, lopportunità di incontrare e voler trascorrere del tempo assieme a persone con cui hanno in comune qualcosa che non è definito dalla loro etnicità». La mia tesi, a tale proposito, prevede che sul breve periodo vi sia un compromesso tra diversità e comunità, ma anche che, con il trascorrere del tempo, una saggia strategia politica (pubblica e privata) possa arricchire tale contropartita. (...)
Fare politica dellimmigrazione non significa soltanto occuparsi di numeri e frontiere, ma anche promuovere un sentimento di comune cittadinanza. Quali che siano le decisioni relative a numeri e frontiere, lAmerica vive oggi un processo di rinnovamento della sua identità storica quale nazione di immigrati, pertanto dobbiamo ricordare a noi stessi qual è la strada perché il paese sia tale con successo. Lanalisi scientifica dellimmigrazione, della diversità e della coesione sociale rischia di dar fuoco alle micce, non appena i risultati della ricerca fanno il loro ingresso nel dibattito politico contemporaneo. Dibattito sul quale, però, devono riversarsi tutti i nostri sforzi di verifica e accertamento dei fatti. Occorre scongiurare che, in nome di un progressismo politicamente corretto, si neghi la realtà della sfida che la diversità pone nei confronti della solidarietà sociale. Ma anche che, in nome di un conservatorismo anacronistico ed etnocentrico, si neghi il fatto che affrontare tale sfida è insieme fattibile e auspicabile.
Quasi un secolo fa, Max Weber diceva agli aspiranti leader politici che «la politica consiste in un lento e tenace superamento delle difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso». Lobiettivo di sentirsi a proprio agio con la diversità non sarà di semplice né rapida attuazione, ma potrà essere agevolato dai nostri sforzi collettivi, che alla fine saranno più che ripagati. Una delle grandi conquiste della civiltà umana risiede nella nostra capacità di ridisegnare confini dellidentità sociale più inclusivi. Il motto che campeggia sul Grande Sigillo degli Stati Uniti (e sulle banconote da un dollaro), nonché titolo di questo saggio, E pluribus unum, rispecchia perfettamente tale obiettivo: la creazione, cioè, di una nuova «unità» dalla diversità dei «tanti».
(Traduzione di Enrico Del Sero)