Contributi
02/02/2004Il modo migliore per opporsi alla Moratti
è continuare l’analisi per giungere alla condivisione di un Progetto per la Scuola che vogliamo
Fiammetta Colapaoli
L’indagine dell’ISTAT, recentemente pubblicata in due volumi, sui percorsi di studio e lavoro dei diplomati di scuola superiore nel 1998, offre non pochi spunti di analisi per una seria discussione su quali sono gli obiettivi che una riforma della scuola deve perseguire.
Sono 478.904 i giovani che si sono diplomati nel 1998; il 33% di questi è giunto al conseguimento dell’agognato diploma con un anno o più di ritardo (il 16% ha ripetuto più di una classe). Il tasso di ripetenza è di 10 punti più alto tra i maschi (35,5%), rispetto alle femmine (24,1); il tasso più alto è quello che si registra negli istituti tecnici (27,2%), seguono i professionali (25,4); nei licei il tasso di ripetenza scende al 12,4%. Questi dati, pur significativi, poco o nulla ci dicono dell’abbandono scolastico. Quanti nati nel 1970 hanno abbandonato gli studi, senza mai approdare all’Esame di Stato? Dalle statistiche del MIUR risulta che il tasso di dispersione scolastica é circa del 30%.
I dati dell’ultimo rapporto Eurispes confermano che ogni anno escono dalla scuola, senza aver conseguito alcuna valutazione, 240.000 ragazzi. L’abbandono avviene di solito tra i 15 e i 18 anni. Nella scuola superiore la dispersione raggiunge il 4.6 degli studenti; l’ 8,9 % degli abbandoni si ha negli istituti professionali, il 3,2 % negli istituti magistrali, il tasso di dispersione cala nei licei scientifici 2,1% e nei classici 2,3%.
Ma la corsa ad ostacoli per un’adeguata formazione procede anche all’università per coloro che, conseguito un diploma, il 42,9% (89 % dai licei, il 14,7 dagli Istituti professionali), decidono di iscriversi ad una qualche facoltà.
Dei ragazzi che, nei tre anni successivi al diploma, si sono iscritti all’università, il 10% interrompe gli studi; il tasso di interruzione è del 4,5 tra i liceali, del 25% tra gli studenti usciti dai professionali.
L’aspetto più interessante della ricerca ISTAT riguarda la correlazione tra il tasso di scolarità della famiglia di provenienza e la scelta della scuola secondaria: il 23,6% dei ragazzi usciti dai licei ha il padre laureato, contro l’1,6 dei diplomati nei professionali. Il 29,5% dei diplomati negli istituti professionali proviene da una famiglia in cui il padre ha la solo licenza elementare.
Un analoga incidenza riguarda l’interruzione degli studi universitari; la quota minima di abbandoni si registra tra i diplomati che hanno un padre laureato.
L’indagine dell’ISTAT, anche se relativa ad un target particolare, i maturati nel 1998, conferma alcune ipotesi avanzate sulla base dei dati emersi da altre indagini, e offre non pochi spunti di riflessione sugli obiettivi che, qualsiasi riforma seria del sistema scolastico, deve porsi per raggiungere gli obiettivi che la UE si è data, l’innalzamento della scolarità in tutti gli stati dell’unione.
Le performance degli studenti alle prove tendenti a saggiare le conoscenze nei vari ambiti disciplinari (indagine PISA), hanno mostrato analogamente una stretta correlazione tra al tasso di scolarità dei genitori e i risultati attesi. Mentre i bambini italiani delle elementari ottengono dei risultati che li pongono sullo stesso piano dei coetanei europei, il livello delle prestazioni si abbassa nelle scuole medie e superiori, quando la forbice tra la scolarità dei ragazzi e quella dei genitori si allarga.
I genitori riescono a seguire i propri figli nella scuola elementare, ma a livello di scuola media e scuola superiore iniziano le difficoltà., per gli uni e gli altri. Potrebbe essere diversamente visto che negli anni settanta solo il 19% della popolazione in Italia aveva il titolo di scuola media e solo il 19% dei giovani frequentava un istituto d’istruzione superiore?
Possono essere le performance dei nostri studenti simili a quelli dei coetanei di quei Paesi europei ove l’analfabetismo è stato sconfitto non da cinquant’anni, come in Italia, ma da due secoli?
Che dire, poi, dei dati, diffusi dall’Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo e ricavati da un’indagine dell’ISTAT, da cui si evince che il 39,2% della popolazione italiana non ha frequentato gli otto anni d’istruzione previsti dalla nostra Costituzione?
Per cercare di colmare questo gap, occorre un investimento straordinario sia in termini di risorse sia di tempo scuola, sempre che non ci voglia accontentare di una formazione di base per tutti che prescinda dall’acquisizione di quegli strumenti complessi, indispensabili per la decodifica della società globalizzata.
Il dibattito su quale deve essere la riforma per la scuola del XXI secolo, in Italia, deve prescindere dalle alchimie e dalle geometrie variabili per affrontare quei nodi ineludibili che soli possono consentire al sistema Italia di riguadagnare competitività nel settore dell’istruzione e dell’economia. Senza un sistema efficace d’istruzione, necessariamente, nella società della conoscenza si è destinati al declino.
Il dibattito per una piattaforma comune per la scuola di qualità, dopo l’avvio, nel 2002, al Social Forum di Firenze, è proseguito a Parigi e ulteriori spunti di riflessione arrivano dal documento di Ecole “ Per una scuola europea non eurocentrica”.
Ed è ovvio che coloro che si oppongono, oggi, alle politiche della Moratti guardino con speranza alle proposte dell’Ulivo e di coloro che vogliono creare le premesse per un’alternativa di governo.
Il nuovo patto tra scuola, Regioni ed Enti, pur con qualche spunto positivo, merita degli approfondimenti perché nel delineare “La Scuola che vogliamo” vi è il rischio che in chiave di collaborazione e decentramento, la scuola finisca per delegare ad altri compiti che costituzionalmente le sono attribuiti.
E nello specifico, il tasso di dispersione nella scuola media e nella scuola superiore, va affrontato diminuendo il tempo scuola o rifondando i curricoli sulla base di una didattica non parcellizzata? E ancora, si può affidare il compito di diminuire la mortalità scolastica ad altri, terzo settore, associazionismo, enti locali?
Per aumentare il tasso di scolarizzazione occorre generalizzare e rendere gradualmente obbligatoria la frequenza della scuola dell’infanzia, in chiave di prevenzione, o separare i percorsi liceali da quelli dell’istruzione professionale?
La riforma dei saperi e conseguentemente dei curricoli deve partire dalla scuola di base o deve contemporaneamente riguardare anche l’università?
L’autonomia diventata, non sappiamo se in modo duraturo, costituzionale, è finalizzata al risparmio e all’arte dell’arrangiarsi di ogni singola scuola o va inquadrata in un contesto che implica la messa a disposizione di maggiori risorse?
E ancora, per affermare la cultura della continuità didattica è sufficiente generalizzare gli istituti comprensivi o partire di nuovo dalla riforma dei saperi non più parcellizzati e settoriali?
Gli interrogativi su cui riflettere, le analisi, le indagini statistiche, non sono più sufficienti, occorre il coraggio di affrontare, senza reticenze, una discussione vera su quella piattaforma che le forze del centro sinistra intendono proporre ai lavoratori della scuola, alle famiglie, agli studenti.
Negli ultimi mesi, l’approvazione della Legge delega n.53 e il varo del primo decreto attuativo, hanno portato il mondo della scuola ad esprimere il proprio dissenso con una diffusa cultura del NO.
E’ tempo, se non si vogliono correre i rischi della passata legislatura, che la scuola provi a misurarsi, senza deleghe, su una proposta che sappia far tesoro del lungo e, a volte, lacerante dibattito che ha riguardato più l’ingegneria dei percorsi scolastici, che non i suoi fondamenti e suoi fini.
Dagli interrogativi sui quali è indispensabile, tuttavia, riflettere e, se possibile, trovare condivisione, occorre, passare ai punti programmatici della Scuola che vogliamo.
Aumento graduale della quota di PIL destinato all’istruzione, fino ad arrivare al 7%, come posto al Forum di Parigi.
Il sistema scolastico in Italia deve rimanere nazionale e rispettare il mandato degli articoli 3 e 33 della Costituzione.
Innalzamento dell’obbligo scolastico a sedici anni.
Possibilità per le istituzioni scolastiche autonome di predisporre, nel biennio iniziale e per la quota del 15% del curriculum, secondo previsto dal DPR 275, dei percorsi integrati.
Ancorare la ridefinizione dei curricoli alla rifondazione dei saperi in una logica che leghi le singole discipline al bisogno degli allievi di fondare gli apprendimenti su visioni globali e non settoriali.
I saperi, che non possono prescindere dal saper fare e dal saper essere, devono essere volti all’acquisizione dei valori della partecipazione e dell’inclusione ed essere fondati su una concezione multiculturale della società, nel rispetto dei valori di ciascuno.
Riconoscimento per gli studenti del diritto all’accesso, alla partecipazione nei processi decisionali e alla pari dignità.
Tra gli obiettivi primari dell’istruzione, a partire dalla scuola di base, va posto l’orientamento, inteso come sviluppo della consapevolezza del sé, delle proprie aspettative e potenzialità.
Pieno riconoscimento del diritto alla formazione per tutto l’arco della vita.
Attraverso la condivisione di progetti, volti ad arricchire l’offerta formativa, vanno implementati i raccordi con le Università, i Musei, le Associazioni culturali, sportive e di volontariato.
Le istituzioni scolastiche autonome, attraverso l’istituzione di reti di scuole, possono fornire agli studenti, opportunità organizzate per l’arricchimento delle proprie conoscenze e per la gestione del tempo libero.
Valorizzazione e implementazione delle politiche connesse all’integrazione dei disabili.
Secondo l’Eurispes per migliorare la scuola italiana bisogna partire dal corpo docente, il rapporto così recita in proposito: “ Restituire alla funzione docente il ruolo e il prestigio sociale che ha sempre avuto in tutte le società tecnologicamente ed economicamente più avanzate”.
I dati riguardanti lo sciopero del 24 ottobre, metà della categoria ha scioperato (dati del MIUR), le manifestazioni del 29 novembre e del 17 dicembre, e non ultimi i dati sulle lezioni delle RSU, che hanno fatto della CGIL Scuola il primo sindacato in Italia, dimostrano che gli insegnanti non sono disposti a subire la messa in discussione di quella scuola pluralista, partecipata e includente che deve sì adeguarsi ai tempi, ma senza cancellare il compito affidatole dalla Costituzione.