Istituti
comprensivi:
quali risorse per l’innovazione e le riforme
di
Fabrizio Dacrema
Segreteria
nazionale Cgil Scuola
Premessa
Questo
convegno si svolge in una fase decisiva per la riforma del sistema formativo
italiano. Il quadro normativo delle riforme è pressoché completo, manca solo
la riforma degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche autonome, per
il resto parlamento e governo hanno approvato gli atti necessari ad una visione
di insieme del mosaico della trasformazione che ora è pienamente leggibile.
Il
delicato avvio della fase attuativa delle riforme è coinciso con il costituirsi
di un nuovo esecutivo, sostenuto dalla stessa maggioranza politica di centro
sinistra che ha voluto le riforme, ma che ha radicalmente mutato lo staff di
governo della pubblica istruzione.
Il
primo messaggio che la Cgil Scuola intende mandare al ministro De Mauro, il cui
profilo culturale e politico non possiamo che apprezzare, essendo uno dei rari
intellettuali italiani che si sono impegnati a favore della scuola pubblica, è
che non accetteremo alcun rallentamento del processo di trasformazione, né
stati di attesa o di sospensione, perché la radicale trasformazione del nostro
sistema formativo risponde ad un bisogno primario del nostro paese.
Le
riforme non possono restare in mezzo al guado, sospese tra la vecchia scuola che
non c’è più e la nuova scuola che non c’è ancora: la direzione di marcia
deve essere chiara e decisa, a maggior ragione a fronte di leggi di riforma che
hanno caratteristiche fortemente processuali e che quindi possono essere attuate
solo attraverso percorsi graduali e progressivi.
Senza
timore di contraddirmi voglio dire che, se è necessaria la continuità dei
processi riformatori in atto, occorre però una svolta nelle modalità
accentrate, fredde, qualcuno ha detto illuministe, con le quali il cambiamento
è stato finora messo in atto.
Le
indagini demoscopiche ci dicono che le riforme incontrano consenso
dell’opinione pubblica e degli insegnanti ma, per vincere la sfida della reale
attuazione di riforme radicali, il consenso passivo non basta.
Per
costruire le riforme deve essere coinvolta la scuola reale, si deve attingere al
sapere professionale degli operatori.
In
questo senso questo convegno sugli istituti comprensivi esprime l’esigenza
attualissima di valorizzare le esperienze di qualità, i contesti professionali
strategici, per affrontare e sciogliere i nodi politici e culturali che il
processo riformatore ha di fronte.
Gli istituti comprensivi:
L’esperienza
degli istituti comprensivi e le riforme in atto provengono da percorsi diversi,
come giustamente mette in luce la metafora del crocevia che dà titolo al nostro
convegno, e si incontrano sui due snodi determinanti per il successo delle
riforme: l’autonomia scolastica e la scuola di base.
Sappiamo
come è iniziata l’esperienza degli istituti comprensivi: la legge 97/94 è
stata approvata per evitare che il processo di razionalizzazione delle
istituzioni scolastiche impoverisse troppo i territori montani e delle piccole
isole, una sorta di arrangiamento per salvare la presenza dell’istituzione
scolastica in territori disagiati.
Ma
appena apparsi i primi 137 istituti comprensivi nell’anno scolastico 1995/96,
si è immediatamente capito che non ci si trovava di fronte soltanto ad un
contenitore scolastico, ma ad una radicale novità rispetto alla tradizionale
separatezza e gerarchia degli ordini e dei gradi del nostro sistema scolastico.
Per
queste ragioni in tutti questi anni gli istituti comprensivi hanno continuato ad
oscillare tra marginalità e progettualità, tra l’essere nati per necessità
e il rappresentare una realtà virtuosa su cui investire.
E’
pur vero che pochi hanno scommesso sui comprensivi, considerandoli un bene in sé,
coerente con i processi di autonomia in corso, oltre che una realtà
istituzionale in grado di prefigurare i nuovi assetti del sistema scolastico.
Non
sono mancate le difficoltà, le resistenze burocratiche dell’organizzazione
ministeriale basata sui poteri forti delle direzioni generali, gli ostacoli
politici da parte di chi ne vedeva la prefigurazione di un pezzo di riordino dei
cicli.
Anche
dal punto di vista della contrattazione sindacale possiamo testimoniare le
resistenze trasversali, nell’amministrazione e nello schieramento sindacale, a
riconoscere la realtà unitaria dei comprensivi ai fini della mobilità dei
dirigenti scolastici o le caratteristiche di complessità ai fini
dell’applicazione degli istituti contrattuali e della distribuzione delle
risorse.
Ma
è stata proprio la dimensione verticale di queste scuole che le ha collocate
all’incrocio dei principali processi di trasformazione della scuola italiana,
apparendo quasi come un laboratorio, un banco di prova di queste innovazioni.
In
effetti, la realizzazione di una maggiore integrazione delle scuole nel
territorio e lo sviluppo della continuità, come riduzione dei difetti
dell’attuale eccessiva segmentazione istituzionale sono, contemporaneamente,
gli obiettivi centrali della nascita e dello sviluppo degli istituti
comprensivi, del processo di autonomia e del riordino dei cicli.
Le
prime esperienze concrete hanno poi dimostrato, al di là delle prevedibili
difficoltà incontrate nella fase iniziale, di non poter essere ridotte ad un
fatto di necessità, ma di possedere virtù e potenzialità di qualificazione
dell’offerta formativa.
L’autonomia anticipata
Per
molti aspetti l’esperienza degli istituti comprensivi anticipa i percorsi
connessi con il processo di autonomia scolastica ed in particolare l’idea di
fondo che ogni scuola debba determinare in modo creativo la propria offerta
formativa, in relazione ai vincoli ed alle opportunità del contesto in cui
opera.
In
generale negli istituti comprensivi una maggiore libertà progettuale diventa un
fatto necessario e inevitabile per far fronte a problematiche inedite, per poter
esperire le potenzialità disponibili.
Dal
punto di vista dell’organizzazione didattica gli istituti comprensivi
risultano essere più motivati a cogliere le nuove opportunità offerte
dall’autonomia scolastica: l’apertura delle classi, l’organizzazione del
lavoro per gruppi e laboratori, il pieno utilizzo e valorizzazione delle risorse
del territorio, un uso più ampio delle competenze presenti nell’unità
scolastica attraverso i prestiti professionali, gli scambi temporanei di
docenti, le funzioni di accompagnamento da un livello scolastico all’altro.
La
maggiore complessità gestionale degli istituti comprensivi ha spesso anticipato
l’adozione di nuovi modelli organizzativi, che saranno sempre più diffusi
nelle scuole autonome, fondati sull’articolazione del collegio docenti in
dipartimenti, commissioni, gruppi di lavoro e sull’individuazione di
coordinatori e responsabili.
La
struttura dell’istituto comprensivo ha reso più evidente la necessità di una
linea intermedia di funzioni, operanti sia nell’area gestionale e
organizzativa che in quella pedagogico-didattica, con l’obiettivo di
rafforzare i livelli di coordinamento e integrazione per fronteggiare i maggiori
rischi di frammentazione e di separatezza in un istituto dove convivono diverse
identità scolastiche e culture professionali.
A
questi bisogni di introduzione di una nuova articolazione di ruoli e funzioni ha
fornito una prima risposta il
contratto attraverso l’introduzione delle funzioni-obiettivo, che negli
istituti comprensivi sono particolarmente impegnate a presidiare il
coordinamento del Pof in relazione alla progettazione di curricoli verticali, il
coordinamento dei rapporti con il territorio, della formazione in servizio
unitaria del personale, del supporto psico-pedagogico alla continuità e
all’orientamento.
Negli
istituti comprensivi anche il nuovo ruolo del dirigente scolastico ha subito
un’accelerazione. Dovendosi assumere la responsabilità di dirigere una realtà
composita, supera più facilmente i tradizionali rischi del modello del
“superdocente” per i direttori didattici o del modello
burocratico/amministrativo per i presidi, per assumere il ruolo, delineato dal
decreto sulla dirigenza, di responsabile dell’attuazione del progetto di
istituto, la cui funzione di promozione e di coordinamento si avvale di uno
staff di funzioni e di coordinatori che lo affiancano.
Per
il personale Ata, in particolare per i responsabili amministrativi e per il
personale di segreteria, l’esperienza degli istituti comprensivi ha
significato un lavoro immane di impianto amministrativo e contabile rispetto
alle questioni di bilancio, dovuto alla separatezza dei capitoli di spesa e
degli inventari, oltre che all’acquisizione di nuove competenze necessarie, ad
esempio all’attivazione di contratti, convenzioni, accordi di programma.
Rispetto
al personale ausiliario è emersa con forza l’esigenza di una gestione
unitaria del personale, che si sta faticosamente realizzando a seguito della
legge 124/99, che trasferisce allo stato il personale Ata degli enti locali.
Dimensionamento e territorio
Gli
istituiti comprensivi nascono con una vocazione di forte aderenza al territorio:
lo testimonia anche il diffuso utilizzo da parte degli istituti comprensivi
delle opportunità formative extrascolastiche nell’ambito del proprio
curricolo, non come iniziative aggiuntive, ma come parte integrante della
progettazione.
Altrettanto
rilevante, come risulta da molte esperienze, è il miglioramento dei rapporti
con gli enti locali e la più forte presenza culturale della scuola nel
territorio, che in molti casi sta assumendo un vero e proprio ruolo di centro di
promozione culturale, con iniziative formative anche rivolte agli adulti, che
danno una più chiara identità e visibilità della funzione della scuola nel
contesto territoriale.
La
ricerca delle dimensione ottimali per le istituzioni scolastiche autonome è
alla base del diffondersi della scuola verticale.
Il
processo di dimensionamento, in vista dell’attribuzione dell’autonomia, ha
contribuito a diffondere ulteriormente gli istituti comprensivi: circa il 30%
della fascia elementare e media dal prossimo anno scolastico sarà costituita da
comprensivi.
In
molte realtà per salvaguardare la scuola in territori deprivati, per mantenere
ambiti territoriali omogenei, sia dal punto di vista dei servizi che della
continuità dei flussi di utenza, si è reso conveniente l’accorpamento in
verticale.
È
però opportuno tener presente, come l’esperienza di questi anni ci insegna,
che questi nuovi comprensivi svilupperanno le potenzialità insite nel modello,
solo se il personale della scuola è stato o per lo meno sarà direttamente
coinvolto nella progettazione della scuola verticale: le operazioni di mera
ingegneria istituzionale sono destinate a fallire.
Dove
il dimensionamento ha seguito logiche corrette ha posto al centro l’esigenza
di costituire unità scolastiche
che abbiano dimensioni significative per poter essere effettivamente autonome e
cioè dotate di:
-
stabilità sufficiente per progettare nel tempo e costruire la propria identità;
-
risorse professionali e strumentali necessarie per un’offerta formativa ricca
e variata;
-
capacità di essere soggetti forti rispetto al territorio, capaci di essere
interlocutori autorevoli nei confronti degli enti locali e degli altri soggetti.
Per
questo gli accorpamenti in verticale, prima ancora di prefigurare la scuola di
base, sono stati ritenuti preferibili per evitare l’attribuzione di aree
territoriali vaste e disomogenee, anche per la consapevolezza che in molte aree
territoriali l’unicità del dirigente scolastico facilità il rapporto con gli
enti locali.
Il
rapporto scuola territorio sta rivelandosi il nodo politico strategico del
processo di autonomia scolastica.
La
scommessa dell’autonomia consiste proprio in questo: rompere il governo
centralistico per realizzare l’integrazione, all’interno della quale la
scuola ritiene il territorio risorsa essenziale del proprio progetto e nel
contempo considera se stessa risorsa per lo sviluppo del territorio stesso,
evitando il rischio dell’isolamento e la presunzione dell’autosufficienza.
Le profonde trasformazioni sociali ed economiche che sono in corso rendono
necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio tra centro e periferia, i processi
di globalizzazione attribuiscono alla dimensione locale nuova rilevanza per lo
sviluppo delle identità e per la formazione di sistemi territoriali
competitivi.
I
patti formativi territoriali stanno rivelandosi un elemento determinante per lo
sviluppo dei territori, per favorire la sostenibilità sociale delle nuove forme
di flessibilità.
Di
qui la necessità di una sistema scolastico più attento alla domanda sociale e
culturale delle comunità locali, in quanto risorsa decisiva per lo sviluppo
economico e sociale e per la costruzione di identità sociali aperte, dotate di
senso di sé, capaci di interagire con il globale, senza smarrirsi nelle
sradicamento e senza rinchiudersi nei localismi o nelle regressioni etniche, a
cui appartengono sia i miti della scuola padana , che i rischi politici più
concreti dello smantellamento del sistema di istruzione e formazione nazionale e
pubblico, insiti nel progetto della Lega e di Forza Italia di attribuire alle
regioni tutte le prerogative sulla scuola.
La scelta della continuità
La
continuità educativa è sicuramente la carta più forte dell’esperienza degli
istituti comprensivi: il valore della continuità è legato in modo diretto agli
obiettivi dell’efficacia dei percorsi formativi e del successo scolastico.
A
dimostrazione di questa convinzione stanno i dati sulla dispersione e
sull’insuccesso scolastico che si addensano costantemente nei passaggi da un
segmento formativo al successivo, nei momenti di frattura istituzionale.
La
continuità accentua la responsabilità della scuola, impedendo di scaricare la
responsabilità dell’insuccesso scolastico sul grado scolastico precedente; già
nell’esperienza dei comprensivi il collegio dei docenti unitario è chiamato
ad assumersi la responsabilità educativa dell’intero arco temporale 3-14.
L’idea
che sta alla base del concetto di continuità è che il soggetto in formazione
costituisca una parte attiva, una risorsa del curricolo e che la scuola debba
essere costruita a sua misura.
Da
questo punto di vista il concetto di continuità non può essere assolutizzato,
né ridotto a mera permanenza di ambienti, contesti, educatori; la crescita e lo
sviluppo esigono anche momenti di discontinuità, porre attenzione ai passaggi
dell’età evolutiva implica l’organizzazione e l’attivazione anche di
momenti di discontinuità positive, regolate e controllate, capaci pertanto di
mobilitare risorse ed energie e di evitare traumi e demotivazione, come accade
invece se i passaggi sono caratterizzati da fratture e cesure.
La
continuità educativa non è certo una novità per la scuola italiana: tutti i
documenti ufficiali della scuola materna, elementare e media attribuiscono
grande rilevanza al tema della continuità, ma i vari tentativi di raccordo
nella maggior parte dei casi non hanno funzionato, il segmento successivo ha
continuato a disconoscere il prodotto di quello precedente.
Il
più delle volte non si è andati oltre le esperienze prevalentemente cartacee,
vissute più come ulteriore adempimento, piuttosto che come opportunità di
progettare percorsi formativi coerenti e unitari.
Eliminare
le discontinuità traumatiche che impediscono ai soggetti più deboli di
adattarsi ai nuovi contesti scolastici, progettare passaggi in un quadro di
raccordo pedagogico, curricolare e metodologico costituiscono quindi obiettivi
che le scuole comprensive hanno potuto e possono perseguire con molta più
facilità rispetto alle istituzioni scolastiche tradizionali.
Ciò
è confermato anche dal monitoraggio realizzato dall’amministrazione sugli
istituti comprensivi sperimentali dove nel 61% dei casi sono stati proposti
progetti sperimentali sulla continuità.
Docenti
di scuola materna, elementare, media che operano nell’ambito dello stesso
istituto, nell’ambito degli stessi organi collegiali hanno maggiori
potenzialità per concordare obiettivi cognitivi di passaggio, coordinare i
criteri valutativi, comunicare informazioni utili sugli alunni, fino ad arrivare
alla progettazione di veri e propri anni ponte che prevedano attività
didattiche che attraversano i confini delle diverse scuole.
Oltre
a ciò la possibilità di impiego integrato del personale per la realizzazione
di prestiti professionali e la costituzione di laboratori comuni, così come
l’esperienza di attività di formazione in servizio in comune costituiscono
esperienze destinate ad avvicinare gli stili professionali e a creare un
linguaggio professionale comune, facendo così diventare la continuità
educativa un fatto concreto.
Verso la scuola di base
La
scelta per la scuola di base, per un percorso formativo, lungo e unitario,
finalizzato all’accoglienza, all’alfabetizzazione di base, al
consolidamento, alla progressiva differenziazione degli strumenti culturali e al
primo orientamento, si prefigge l’obiettivo di elevare i livelli di efficacia
e di successo scolastico, puntando sull’opzione strategica della continuità.
L’esigenza
di potenziare i livelli di successo scolastico contro la dispersione è
all’origine della scelta della scuola di base: nei giorni scorsi una indagine
parlamentare ci ha di nuovo ricordato che il 9% dei ragazzi tra i 15 e i 18 non
ha concluso l’obbligo scolastico, che il 45% esce con sufficiente dalla scuola
media, ciò a testimoniare della debolezza strutturale dell’attuale percorso
di base.
Per
questa ragione riteniamo condivisibile la scelta di superare le attuali cesure e
le tradizionali gerarchie della scuola degli ordini e gradi, affinché ogni
tappa del percorso formativo diventi fonte di apprendimento per quella
successiva.
Indubbiamente
la costruzione della scuola di base, implicando il superamento dell’attuale
scuola elementare e media, di due identità scolastiche forti dal punto di vista
culturale e professionale, rappresenta la sfida più radicale e complessa della
riforma dei cicli.
La
scuola di base non può essere banalmente la somma dell’attuale elementare e
media, si dovranno mescolare e contaminare competenze ed esperienze
professionali, dovrà essere uno spazio dove trovano posto e si sviluppano tutti
gli elementi di qualità provenienti dall’esperienza delle attuali scuole
elementari e medie.
Occorre
pertanto andare oltre i rischi opposti dell’elementarizzazione e della
secondarizzazione, per prospettare una scuola di base con un percorso formativo
coerente e unitario, continuo e progressivo, un’articolazione interna centrata
sui bisogni dell’alunno, che preveda la continuità con la scuola
dell’infanzia e con la secondaria ed un’articolazione interna caratterizzata
da discontinuità positive.
Giustamente
il Parlamento ha rinunciato ad indicare un modello di articolazione interna,
anche in coerenza con il nuovo quadro di autonomia scolastica; ora occorre
evitare che nel piano attuativo passino modelli di articolazione settennale
preoccupati soltanto di ridislocare l’attuale scuola elementare e media nel
contenitore scuola di base, penalizzando l’una o l’altra o entrambe.
E’
evidente che la scommessa della scuola di base sarà destinata al successo solo
se le migliori esperienze provenienti dalla storia delle attuali elementari e
medie, oltre alle innovazioni sperimentate dai comprensivi, saranno traslocate
nella scuola di base per costruire un nuovo percorso formativo.
Dovranno
poi essere individuati modelli di organizzazione didattica in grado di
valorizzare spazi e tempi distesi e arricchiti, in modo da favorire una modalità
di organizzazione delle conoscenze che avvicini gradualmente ad un approccio
alle discipline, finalizzato alla costruzione di abilità mentali e strategie
cognitive, più che alla trasmissione di contenuti, evitando i rischi della
frammentazione e della separatezza tra le varie discipline.
Siamo
convinti che tempi distesi e arricchiti, alternativi alle accelerazione e alle
compressioni temporali, che sono alla base di didattiche trasmissive e
formalizzate, siano necessari per percorsi didattici fatti di interazione,
dialogo, operatività, attività di laboratorio, metodologie della ricerca,
capaci quindi di incidere sulla motivazione ad apprendere.
Così
come siamo convinti che la pluralità docente debba realizzarsi attraverso la
flessibilità del gruppo docente, la cui crescita progressiva dei livelli di
articolazione si relazioni al crescere della differenziazione dei saperi.
L’esperienza
dei prestiti professionali realizzata dagli istituti comprensivi conferma che la
potenzialità del gruppo docente della scuola di base sta nell’incontro e
nella contaminazione di diverse culture, competenze e stili professionali e non
nella divisione e nell’individuazione di rigidi recinti separati.
Per
questo riteniamo che dovranno essere previsti percorsi di formazione,
riqualificazione e riconversione in modo che tutti i docenti che scelgono per la
scuola di base possano gradualmente operare lungo tutto il suo arco, sulla base
della disponibilità e delle competenze.
E’
inoltre necessaria una formazione iniziale unitaria ed equivalente dei docenti
della scuola di base, che riveda l’attuale formazione universitaria dei
docenti della scuola materna, elementare e secondaria, e che costituisca la
premessa dell’unitarietà della funzione docente.
Non
meno rilevante il problema della rete scolastica e della sede della scuola di
base, visto che i piani di dimensionamento realizzati avevano come quadro di
riferimento l’autonomia scolastica e non ancora il riordino dei cicli.
La
relazione del ministro Berlinguer al Senato, poco prima della crisi di governo,
avanzava alcune ipotesi sulle quali avviare il confronto col Parlamento, con le
Regioni e gli enti locali: ci pare che la soluzione di accorpare in un unico
edificio l’intera scuola di base e, ove possibile, la scuola dell’infanzia e
di privilegiare comunque la maggiore vicinanza degli alunni, risponda
all’esigenza di un percorso continuo e unitario e, come nell’esperienza dei
comprensivi, con forti elementi di raccordo con la scuola dell’infanzia.
In
questa direzione va posta da subito la necessità di un forte investimento
nell’edilizia scolastica delle future scuole di base al fine di
ristrutturarle, adattarle alle nuove età degli alunni che dovranno ospitare,
allestirle di spazi e tecnologie coerenti con gli obiettivi e le metodologie
didattiche auspicate.
Infine
il curricolo della scuola di base, un curricolo verticale e unitario, che dovrà
avere le seguenti caratteristiche:
-
eviti le attuali ripetizioni, giustapposizioni e dispersioni e indichi i saperi
essenziali che, nel nuovo quadro di autonomia, la comunità nazionale intende
affidare al sistema scolastico;
-
delinei un percorso di alfabetizzazione di base, animato dalla dialettica tra
predisciplinare e disciplinare, tra primario e secondario;
-
si fondi sui saperi elementari, non perché semplici, come ha ben spiegato Mauro
Palma sul quotidiano “Il Manifesto”, ma perché elementi costitutivi del
sapere, competenze resistenti e durature, su cui fondare l’apprendimento lungo
tutto l’arco della vita, quell’imparare a imparare che sembra essere la
ragion d’essere della scuola nella società contemporanea;
-
faccia riferimento al valore formativo delle discipline, alla loro capacità di
generare strategie cognitive e abilità mentali e non solo alla trasmissione di
un repertorio di contenuti;
-
indichi concretamente i risultati attesi in uscita e le relative soglie di
accettabilità.
Gli istituti comprensivi come
laboratorio per la scuola di base
Per
sciogliere tutti questi nodi della scuola di base siamo convinti che si debba
partire dalle migliori esperienze realizzate dagli istituti comprensivi, nella
consapevolezza che senza questo riferimento alle esperienze di qualità
rischierebbero di prevalere soluzioni autoreferenziali, tutte centrate su
problemi di collocazione del personale.
La
scuola di base ha bisogno dell’esperienza e dell’elaborazione dei
comprensivi e, nel contempo, costituisce l’opportunità per potenziarne e
svilupparne tutte le intuizioni e le innovazioni che fino ad oggi i comprensivi
hanno elaborato e realizzato.
Per
questa ragione la proposta che la Cgil Scuola intende formulare fin
dall’inizio di questo convegno è che il prossimo anno scolastico si realizzi
negli istituti comprensivi una sperimentazione diffusa sui nodi strategici
scuola di base: una ricerca delle pratiche migliori, un banco di prova delle
varie ipotesi di soluzione che cominciano a circolare. L’amministrazione deve
quindi investire nuove risorse ed energie nel sostegno culturale, amministrativo
e istituzionale degli istituti comprensivi, coinvolgendo servizio ispettivo,
Irrsae, università: gli istituti comprensivi devono diventare un laboratorio
per la scuola di base, luogo di ricerca, sperimentazione e monitoraggio su:
l’elaborazione di curricoli verticali unitari, l’attivazione di anni ponte,
le modalità di articolazione interna, i modelli di organizzazione didattica, le
forme di utilizzazione dei docenti.
Formuleremo
questa proposta nell’ambito del confronto con il governo, del quale la Cgil
confederale e la Cgil scuola hanno già chiesto l’immediata ripresa, dopo
l’incontro del 5 aprile scorso, per dar seguito all’impegno per un piano
triennale di implementazione delle riforme in atto, sostenuto da risorse
aggiuntive sul versante dell’edilizia scolastica, del diritto allo studio e
della valorizzazione della professionalità.
Attuazione
dell’autonomia scolastica dal primo settembre, attivazione di specifici centri
territoriali di supporto, sviluppo del sistema nazionale di valutazione,
attivazione senza incertezza della riforma dell’amministrazione scolastica
centrale e periferica, definizione del piano attuazione della riforma dei cicli,
valorizzazione e promozione della professionalità del personale sono i nodi su
cui si giocherà la nostra iniziativa politica e sindacale ed il futuro della
scuola pubblica italiana.